5 maggio – Giornata nazionale lotta alla pedofilia e pedopornografia

Nella Giornata nazionale nella lotta alla pedofilia e pedopornografia, il Master Tutela, diritti e protezione dei minori propone un articolo della prof.ssa Maria Teresa Pedrocco Biancardi (Psicologa e psicoterapeuta. Consulente scientifico del Centro per la Tutela del Bambino di Marghera e del Centro nazionale di osservazione e analisi sull’infanzia e l’adolescenza presso l’Istituto degli Innocenti di Firenze, e docente nel Master “Tutela, diritti e protezione dei minori”)

“Proposte per la stesura di un piano di prevenzione delle diverse forme di violenza sui bambini” 

Le precondizioni necessarie

 La stesura di un piano di prevenzione riguardo ad un tema così complesso e variamente interpretabile come la violenza sui bambini, è possibile solo se si possono assicurare alcune precondizioni.La prima, solo apparentemente scontata, è la costituzione di un’équipe multidisciplinare, che garantisca la presenza delle varie competenze (sociali, sanitarie, psicologiche, relazionali, pedagogiche, culturali, giuridiche) che il problema coinvolge in tutte le fasi della sua emergenza e che quindi devono essere presenti già in fase di prevenzione. Si è detto che questa prima precondizione è solo apparentemente scontata, perché di fatto ciascuna di queste competenze, ma prima ancora il bagaglio culturale di chi è chiamato a rappresentarle nell’équipe può avere, rispetto alla violenza sui bambini, esperienze personali, impostazioni morali, letture valoriali, linguaggi espressivi, in una parola punti di vista così diversificati, da rendere addirittura impossibile il confronto, anche perché non sempre la professionalità anche alta riesce a moderare gli aspetti emotivi diversamente implicati. Inoltre non si può nemmeno dare per scontato che un gruppo di professionisti di diversa formazione e competenza siano concordi sulla definizione di violenza.Ma questa è solo una prima, assolutamente ineludibile precondizione, quella che determina tutte le operazioni successive, condizionandone la qualità e l’efficacia, se non addiruttra la fattibilità.Una seconda riguarda invece le caratteristiche di complessità e di urgenza, tipiche dei casi di violenza sui bambini, casi che coinvolgono gli operatori in termini più impegnativi di altri. Paradossalmente, infatti, complessità e urgenza sono termini incompatibili, perché la complessità impone analisi approfondite e diagnosi differenziate e confrontate in ambito multidisciplinare, mentre l’urgenza impone tempi brevissimi, interventi immediati.L’urgenza e la complessità, quindi, rappresentano esigenze incompatibili che giungono a coinvolgere gli operatori e i loro responsabili in termini anche emotivamente pesanti, tali da rischiare di privarli di quello spazio di pensiero e di riflessione, basato sulla conoscenza della situazione di partenza e sulla verifica del lavoro svolto, sullo studio dei dati qualitativi e quantitativi che lo caratterizzano, sulla valutazione di efficacia degli interventi, su tutti quegli elementi, in breve, sulla base dei quali è possibile progettare o anche solo pensare la prevenzione. In termini semplicistici e banalizzanti, si deve riconoscere che talvolta manca il tempo per la progettazione anche degli interventi di sostegno: trovare lo spazio per questa seconda precondizione che potremmo definire: tempo da dedicare per pensare la prevenzione, non è sempre facile, ma è comunque indispensabile.Una terza precondizione che un’équipe dovrebbe osservare accingendosi alla stesura di un piano di prevenzione è costituita dalla sua consapevolezza della vastità del campo nel quale si prepara ad agire e dei nodi problematici che lo caratterizzano. Nodi problematici apparentemente lontani o marginali rispetto al problema concreto, nei quali tuttavia può annidarsi il rischio di sviluppi che possono giungere fino alle estreme conseguenze, e che non possono quindi essere trascurati o ignorati da chi intenda costruire un piano di prevenzione efficace.Questi nodi critici attraversano anzitutto la cultura familiare e le agenzie educative che interagiscono con la famiglia, e inducono a metterne in discussione la qualità, nel contesto più ampio di una mentalità complessiva adulta, scarsamente consapevole che il bambino è una persona e un cittadino, e come tale titolare di diritti che lo tutelano dal rischio di cadere nelle antiche e nuove forme di violenza che gli adulti possono esercitare su di lui

botero-famiglia

I “nodi critici” da riconoscere per un modello ecologico di prevenzione

Complessivamente e sinteticamente, si può dire che il nodo critico da prendere in considerazione per programmare in modo corretto la prevenzione, è il nodo culturale, intendendo per cultura quell’insieme di atteggiamenti, convinzioni, principi, valori condivisi a livello ampio tra la popolazione adulta, sostenuti e incentivati dai messaggi dei mezzi di comunicazione. Molto opportunamente l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce modello ecologico un sistema di interventi che mira a prevenire la violenza intervenendo a vari livelli: individuo, relazione, comunità, società.E’ innegabile, infatti, che il maggior rischio di violenza sui bambini – se si escludono le zone di guerra – si crei in famiglia, dove le relazioni sono più intime e quindi coinvolgenti, dove le emozioni sono meno aperte all’elaborazione, dove le diversità possono scoppiare in conflitti fino ad aprire la strada a passaggi all’atto, ma tutti i rischi di degenerazione delle relazioni familiari e le varie forme di violenza ne conseguono sono fortemente connotati e anche condizionati dal contesto culturale. Pensare la prevenzione della violenza contro i minori in termini culturali implica una vastità di attenzioni ad una molteplicità di ambiti dei quali non è sempre immediato cogliere la dimensione predittiva e preventiva.Se ne richiamano di seguito alcuni, a tuitolo esemplificativo.Si tratta di situazioni in cui il rischio di caduta nella violenza può apparire molto lontano o addirittura inesistente. Tuttavia alcuni stili di vita, alcune dinamiche relazionali, alcuni comportamenti sociali lasciati a se stessi possono degenerare fino a diventare terreno di coltura sul quale più facilmente si innescheranno gli specifici comportamenti da prevenire.- La corrispondenza biunivoca tra benessere coniugale e benessere familiaLa famiglia si costituisce tale su due storie personali di identificazione sessuale il cui intreccio configura e determina modalità di pensiero e di valutazione, prima ancora che di comportamenti; le storie personali dei due partner sono a loro volta determinate dal clima familiare dal quale provengono e colorano l’assetto relazionale reciproco e nei confronti dei figli. Se la coppia non si è liberata da eccessive e invischianti dipendenze, possono crearsi fattori di rischio per i bambini, perché viene loro a mancare il sostegno di una genitorialità adeguata, quella che garantisce la costruzione di una base sicura (Bowlby, 1987) e la conseguente percezione di avere a disposizione due genitori adulti sui quali poter contare perché sanno ascoltare ma anche contenere. Il percorso della genitorialità non è necessariamente lineare e pacifico, non così spontaneo come si sarebbe portati a immaginare, e richiede invece un alto grado di consapevolezza e di condivisione empatica delle fatiche che il figlio deve sostenere per crescere, fatiche rispetto alle quali i genitori sono spesso distratti, smemorati, ignari, perché la loro relazione di coppia non si è completamente emancipata.- Lo stile educativo della famigliIl problema dell’adeguatezza genitoriale coinvolge inevitabilmente i pregiudizi e le contraddizioni che facilmente caratterizzano l’educazione familiare.Da un lato essa è ancora dipendente dai comportamenti eccessivamente punitivi tipici dell’educazione del passato, comportamenti che lasciavano troppo spazio agli interventi maneschi, alle mortificazioni psicologiche, a espressioni squalificanti, deleterie per la costruzione dell’autostima.Dall’altro la stessa educazione familiare è succube di una cultura mass-mediale che identifica l’affetto con l’offerta di oggetti, di cibi, di occasioni, che non seleziona l’opportunità dei comportamenti, che non allerta, senza creare allarmismi, sulle situazioni di rischio in cuipossono porsi i ragazzi privi di un contesto familiare sul quale poter contare per un sostegno incondizionato nei momenti di difficoltà.L’ambiguità di questo doppio e contrapposto indirizzo educativo induce spesso i genitori all’attendismo e all’assenteismo.

- Il ruolo della scuola
Impossibile pensare ad una prevenzione del rischio infantile e adolescenziale escludendo la scuola da questo orizzonte. Essa si trova al crocevia dell’emergenza del disagio tra famiglia e società, nel senso che attraverso il bambino poi ragazzino la famiglia è costretta, suo malgrado, a rivelare le proprie abitudini e i propri atteggiamenti che i comportamenti del figlio, spesso più ancora e prima o a conferma delle parole, inevitabilmente portano ad emergenza. In questo senso le scienze psicologiche e sociali hanno guadagnato competenze diagnostiche preziosissime, giungendo a individuare, attraverso opportuni protocolli osservativi, la base relazionale-familiare di numerosi comportamenti disfunzionali, ieri più facilmente attribuiti a soli deficit individuali dello scolaro.
Prevenzione culturale in questo caso significa affinare l’attenzione degli educatori nei confronti degli educandi, evitando atteggiamenti punitivi o squalificanti sia nei confronti dei genitori che dei figli; qualificare le relazioni scuola-famiglia impostandole quanto più possibile su rapporti di reciproca fiducia; valorizzare in particolare le scuole dell’infanzia in ordine alle loro forti potenzialità preventive. Infatti gli educatori dei nidi e delle scuole materne hanno un rapporto privilegiato con i genitori, proprio nel ciclo di vita familiare (i primi anni di vita dei figli) in cui i genitori sono più insicuri circa l’adeguatezza della loro genitorialità e insieme facilmente confusi e incerti sull’impostazione educativa da scegliere che rischia, se lasciata a se stessa, di essere sopraffatta dagli aspetti emotivi o da un acritico e pedissequo adeguamento ai comportamenti diffusi.

- Corretta costruzione dell’opinione pubblica

Un ultimo aspetto, tra gli innumerevoli che ancora si potrebbero richiamare in ordine alla promozione di una cultura adulta, consapevole dei rischi che adulti e bambini condividono nel loro comune percorso esistenziale familiare, riguarda la costruzione di un’opinione pubblica che non si ecciti sull’onda degli scandali suscitati dai casi più gravi e sanguinosi che possono verificarsi in famiglia e nei quali i bambini coprono il ruolo di vittime, ma sia aiutata a comprendere la possibilità che dietro situazioni apparentemente normali può nascondersi la malattia mentale, il disagio psichico o psichiatrico grave, e che la popolazione nel suo insieme maturi il senso della corresponsabilità verso i bambini, propri e altrui, in modo da suscitare iniziative di solidarietà e sussidiarietà tra famiglie, anziché il pettegolo e scandalistico interesse che non favorisce la consapevolezza e l’assunzione di responsabilità.

- La ricerca delle correlate
Per orientare correttamente la progettazione di un’attività di prevenzione della violenza sui bambini, è indispensabile individuare, attraverso una ricerca preventiva sul campo, alcune correlate che costituiscono terreno di coltura della violenza: ambiente e violenza; povertà e violenza; subculture e violenza; economia e violenza; salute e violenza. Questa attenzione consente di organizzare il lavoro secondo parametri specifici, e di intervenire sulle situazioni che possono favorire i comportamenti violenti.
Sulla base di queste riflessioni, si può concludere che, a ben guardare, l’attività di prevenzione in termini culturali richiede soprattutto uno sforzo di pensiero e di interpretazione e non, o comunque non solo attività precise.
Anzi: senza la promozione di una base culturale per quanto possibile condivisa e riconosciuta, le attività specificamente programmate rischiano di vedere compromessa la loro efficacia o di no n trovare un tessuto di pensieri condivisi sul quale innestarsi.

Le diverse forme di violenza ai bambini
Un primo criterio da stabilire, una volta assicurate le precondizioni per progettare, riguarda il tipo di violenza che si intende prevenire con il progetto e le modalità più efficaci per prevenirlo.
Nel caso dell’abuso fisico può essere più efficace non tanto indottrinare i genitori perché evitino di intervenire con metodi correttivi violenti, quanto aiutarli ad attingere dalla loro memoria i pensieri e le emozioni che li attraversavano quando si sentivano a loro volta aggrediti dalle punizioni degli adulti. Aiutarli a riconoscere i moti di oppositività, di aggressività, di disprezzo che possono aver provato, per aiutarli a riconoscere che ora i loro figli possono provare nei loro confronti gli stessi sentimenti. Poi si tratta da lavorare sui significati: sul significato della parola educare, che significa tirar fuori, e quindi indirizzare il loro impegno educativo più nella direzione del valorizzare, promuovere incoraggiare e meno in quella, pur ineludibile in determinate occasioni, del controllare e punire. Aiutarli a dare ai figli le ragioni dei si e dei no, entrambi indispensabili e questi ultimi inappellabili, per una coerenza educativa che è la base del benessere delle personalità in evoluzione. Segnalare il rischio che il bambino, sottoposto a modalità educative violente, si convinca di essere un bambino cattivo o un adolescente cattivo o disturbato, e si organizzi per comportarsi coerentemente con questa convinzione.Nel caso dell’abuso psicologico, la prevenzione richiede che gli adulti siano resi consapevoli che i loro giudizi squalificanti ripetutamente pronunciati sul figlio o sull’allievo lo convincono di non valere, di essere incapace o cattivo o malato e lo inducono a identificarsi con questa immagine, o a sforzarsi di contrastarla ponendo in atto comportamenti che di fatto riescono solo a confermarla, presso di sé e presso gli adulti.

Nel caso della trascuratezza, il bambino, reso “trasparente” da adulti troppo coinvolti nelle proprie conflittualità o insicurezze per accorgersi di lui e delle fatiche che sta compiendo per crescere, apprendere, adeguarsi al contesto nel quale si trova, si convince che non ce la farà mai a rendersi adeguato, e che tutto sommato, visti i risultati, non vale la pena di sforzarsi, tanto a nessuno stanno a cuore i suoi tentativi e i suoi progressi.
Nel caso della violenza assistita, i genitori in conflitto devono essere resi consapevoli che quando il bambino ne vede gli effetti i suoi pensieri sono tutti centrati su di sé e sulla propria colpa, in quanto non gli è facile accettare che uno dei due genitori sia tanto cattivo da maltrattare e picchiare l’altro, se non perché il figlio o i figli lo esasperano con il proprio comportamento. Qualche volta la colpa si aggrava: il bambino sceglie tra i due genitori quello a cui attribuire il ruolo di vittima, e si assegna il compito di salvatore; ogni inevitabile fallimento ai tentativi di salvataggio, non fa che mortificarlo e colpevolizzarlo ulteriormente.
Vedremo più avanti le modalità e le strategie possibili per trasmettere questi messaggi, ma anzitutto è necessario, in sede di progettazione, organizzare i pensieri e i contenuti in termini non direttamente e rigidamente prescrittivi, sulla base del proibito e del permesso, dell’utile e dell’inutile, delle cose da fare e da non fare, tanto cara, perché illusoriamente efficace e sbrigativa, sia agli operatori che ai genitori. Piuttosto la guida alla rivisitazione delle proprie esperienze, alla constatazione dell’inutilità e addirittura nocività di alcune di esse, alla sofferenza e insicurezza che possono aver causato, può stimolare pensieri di autocritica, dai quali si possono generare autentici e profondi mutamenti di mentalità e conseguentemente di comportamento, destinati a evolvere positivamente ed efficacemente nel tempo, modificando, attraverso i pensieri, la cultura familiare

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Progettare la prevenzione secondo criteri e obiettivi specifici
Il passaggio dalla creazione delle pre-condizioni alla progettazione, richiede anzitutto una decisione circa il livello in cui si intende collocare le iniziative.
Si tratta evidentemente di un processo di pensiero, soprattutto di organizzazione dei pensieri e dei punti di vista degli operatori coinvolti nell’équipe, per adeguare i progetti ai livelli di rischio sui quali si intende intervenire, in modo da garantirne per quanto possibile l’efficacia.

La tradizionale distinzione tra prevenzione primaria, secondaria e terziaria ha guadagnato recentemente nuove e più precise definizioni di ambiti e di obiettivi, grazie ad un progetto europeo, al quale, con altri sette Paesi, ha partecipato anche l’Italia: il C.A.P.C.A.E. (Concerted Action for Prevention Child Abuse in Europe). Tra l’altro, uniformare i nostri modelli di attività (sia nella programmazione delle iniziative di prevenzione che nella verifica dei risultati) al contesto europeo più ampio, può favorire quegli scambi internazionali che oggi si rendono sempre più indispensabili: è evidente infatti che il riferimento a modelli europei non solo per quanto riguarda i diritti dei minori affermati e/o conculcati, ma anche per quanto riguarda altre realtà che li coinvolgono (vedi adozione), si rende sempre più opportuno, necessario ed efficace.
Il progetto prevede per il primo livello non tanto e non solo azioni indifferenziate a pioggia sulla popolazione, ma anche e soprattutto azioni pensate per specifiche categorie di popolazione: genitori, insegnanti, educatori, allenatori sportivi, gestori del tempo libero dei bambini e dei ragazzi, in quanto per ciascuna di queste categorie è possibile pensare un approccio e un linguaggio adeguati, quindi più efficace. L’obiettivo di questo primo livello resta pur sempre di carattere prevalentemente culturale, cioè la costruzione di una mentalità collettiva adulta, rispettosa dei diritti dei bambini, secondo le attenzioni sopra richiamate, ma le modalità di esecuzione, se vengono adattate ai vari ruoli che gli adulti ricoprono nei confronti dei bambini, risultano più coerenti con l’obiettivo stesso.
Il secondo livello di prevenzione, sempre secondo il progetto C.A.P.C.A.E., è rivolto invece a fasce di popolazione a rischio: coppie e famiglie in disagio socio-culturale; con precarietà lavorativa; maternità precoci o indesiderate; coppie genitoriali in cui uno o entrambi i partner abbiano fatto o facciano uso di sostanze o siano in carico presso il Servizio di igiene mentale; coppie con figli portatori di disabilità psico-motoria o intellettiva; coppie in situazioni di separazioni gravemente e lungamente conflittuali. Intervenire preventivamente su queste fasce di popolazione può significare prevenire le azioni negative prima che si manifestino o all’emergere dei primissimi sintomi, evitando non solo alle possibili vittime, ma anche ai possibili perpetratori, le conseguenze disastrose sul piano relazionale, evolutivo, sociale e nei casi più gravi anche giudiziario, rispetto ai quali questa fascia di popolazione è più facilmente a rischio.
Le modalità per attuare questo secondo livello di prevenzione possono seguire diverse strade, a seconda del tipo di rischio da rilevare. In alcuni casi può essere sufficiente un costante rapporto tra servizi per l’età adulta e servizi per l’età evolutiva, tale da segnalare le situazioni di adulti troppo fragili per poter coprire senza sostegno anche responsabilità genitoriali; per altri può essere il reparto di ostetricia che segnala una partoriente a rischio.Una modalità di screening semplice ed immediata è stata sperimentata attraverso l’elaborazione di un modesto prestampato messo a disposizione del personale sanitario addetto alle vaccinazioni. L’osservazione di quattro situazioni comportamentali durante le varie tappe del processo di profilassi (puntualità alle scadenze; aspetti fisici e igienici del bambino; qualità del rapporto madre-bambino; qualità del rapporto madre-operatore) e il manifestarsi di elementi di problematicità per più di tre scadenze, consente all’operatore sanitario, con un semplice segno nella casella corrispondente, di segnalare al servizio tutela minori una situazione che egli non può essere in grado di valutare, ma che ha colpito la sua sensibilità e richiamato la sua attenzione.Qualcosa di altrettanto semplice ed agile è stato sperimentato in varie situazioni con gli insegnanti, i quali possono essere aiutati da un protocollo osservativo a riconoscere, senza allarmismi e con grande discrezione e rispetto, fattori di rischio che l’intervento precoce può riuscire ad eliminare o almeno attenuare.Un’ulteriore possibilità prevista da questo secondo livello di prevenzione è l’attivazione di modalità di sostegno per le quali si sta rivelando efficace la pratica dell’home visiting, svolta non tanto dai tradizionali assistenti domiciliari, troppo poco attrezzati, in genere, sul piano pedagogico, ma dagli educatori domiciliari, come figura competente ed empatica, che si affianca per un sostegno educativo ai genitori, valorizzando e potenziando le loro risorse e indicando le prassi accuditive e educative adeguate, là dove sono carenti.L’efficacia della prevenzione svolta a questo secondo livello dipende non solo dalla tempestività degli interventi e dalla competenza degli operatori, ma anche dalla loro capacità di intervenire con un’empatia strategica, che rimuova nella famiglia il sospetto (tanto frequente proprio specialmente presso le famiglie in difficoltà) di essere sottoposta a controllo e la rassicuri sul significato di sostegno e protezione (non solo per il figlio, ma per gli adulti stessi) che l’intervento rappresenta. Questa attenzione specifica alla qualità della relazione tra operatore e utente fin dai primissimi momenti del contatto, ha lo scopo di creare le premesse indispensabili perché l’attività di prevenzione non solo sia efficace, ma addirittura possibile. Essa infatti, per essere vera prevenzione, non può essere basata sulla coazione ma sul consenso.La prevenzione terziaria è costituita da tutti gli interventi attivati quando già il “caso” è scoppiato, il danno è evidente e sembra che si possa lavorare solo per la sua riduzione. A questo livello scattano più facilmente le complicazioni emotive che non consentono agli operatori di cogliere la forte valenza preventiva che caratterizza anche questa loro attività. A complicare le cose intervengono spesso anche movimenti scomposti e male informati nell’ambito della comunicazione di massa, spesso ancorati alla retorica familistica che, in nome del legame di sangue, è portata ad ignorare o sottovalutare le situazioni di grave pregiudizio evolutivo in cui un bambino può trovarsi a vivere, se la sua famiglia e la sua cerchia familiare inconsapevolmente o consapevolmente lo coinvolgono nelle situazioni più gravi. La valenza preventiva degli interventi di tutela dei minori imposti da queste situazioni riguarda non solo l’interruzione dell’attività criminosa, non solo la sottrazione del minore alla reiterazione della vittimizzazione, non solo la possibilità di un intervento riparativo precoce, ma anche il fatto che, attraverso l’inevitabile diffusione delle notizie, la popolazione viene informata circa l’esistenza di problemi che preferirebbe ignorare, quindi stimolata a tenere comportamenti di contrasto e di vigilanza. Anche questo terzo livello di prevenzione, quindi ha una valenza ecologica.In termini poi strettamente operativi, nella specifica situazione di una violenza già consumata, fare prevenzione terziaria significa ad esempio non limitarsi ad attuare un allontanamento, per altro indispensabile nei casi in cui non è garantita la protezione fisica del minore, ma preoccuparsi anche della sua protezione mentale, quindi attivare quelle iniziative diagnostiche e terapeutiche che gli consentono di elaborare il trauma, di valutare il senso delle esperienze che ha volontariamente o coattivamente vissuto, per reimpostare su basi diverse la propria autostima, il senso del sé, la propria posizione sociale e consentirgli di sviluppare le proprie potenzialità mortificate dalla violenza. Una ulteriore, particolare attenzione è richiesta nel momento in cui il bambino, coinvolto nel procedimento giudiziario con il ruolo di testimone, si trova a fare i conti con strutture, procedure, linguaggi, esigenze, richieste, conflitti per lui del tutto nuovi e inquietanti. L’accompagnamento e il sostegno del minore nel momento in cui passa da vittima a testimone è investito di valenza non solo protettiva ma anche preventiva: un’esperienza giudiziaria nella quale può essersi sentito indagato anziché protetto, può indurlo a confermare, anziché smentire, la diffidenza nei confronti del mondo adulto, allargandola anche al mondo sociale e giudiziario, e porre le premesse per eventuali future esperienze trasgressive. L’accompagnamento competente, solerte, empatico del minore in questa fase, può prevenire quell’esperienza che viene definita seconda vittimizzazione e che indebolisce, anziché rinforzare, l’autostima già compromessa dal danno subito. Questa attività di recupero e di sostegno non può limitarsi alla sola vittima: la prevenzione richiede che anche alla famiglia e agli adulti autori del reato si pensi non solo in termini di giustizia ma anche in termini diagnostico-terapeutici. Senza nulla trascurare degli aspetti delinquenziali connessi ai fatti denunciati, resta all’operatore psico-sociale un ampio spazio in cui attivare o almeno tentare positive azioni di recupero. Inutile sottolineare la forte valenza di questi interventi sul piano della prevenzione

Quattro questioni non proprio marginali

Il vero problema: la prevenzione primaria

L’approccio più problematico per chi voglia impegnarsi nella costruzione di contesti relazionali familiari e sociali nei quali i bambini possano vivere vedendo garantiti dagli adulti i loro diritti e ottenendo risposte adeguate ai loro bisogni evolutivi, resta comunque quello definito “prevenzione primaria”.

Un’attività efficace di prevenzione primaria non solo contribuisce alla creazione di una cultura, rispettosa dei diritti di tutti i cittadini (quindi anche, in particolare, di quelli definiti “soggetti deboli” come sono i bambini) e garante della loro applicazione, ma può giungere anche a ridimensionare le emergenze che impongono poi il passaggio ai livelli successivi. Impossibile non riconoscerle quindi una valenza ecologica.
Si tratta, praticamente, di individuare quali potrebbero essere i canali più efficaci per indurre sia negli adulti che nei bambini la consapevolezza circa i pensieri, i significati, i comportamenti, i gesti, che possono essere o non essere adeguati ai bisogni e ai diritti. Sembra che le costosissime campagne tradizionali “a pioggia” in televisione stiano rivelandosi scarsamente efficaci.
Se ne stanno rendendo conto anche i pubblicitari impegnati a indurre nella popolazione quei bisogni che possano garantire l’uso dei prodotti che devono essere venduti.
Recentemente le grandi agenzie pubblicitarie che operano su scala mondiale stanno sperimentando con successo nuove strategie, non più centrate sugli spot pubblicitari ma su quello che viene definito “marketing virale”, perché consiste in una tecnica capace di suscitare i bisogni attraverso i personaggi leader dei gruppi che intendono interessare, “contagiandoli” per primi, cioè non solo convincendoli, ma anche mettendoli in grado di sperimentare direttamente e di far sperimentare al loro gruppo di riferimento i benefici dei prodotti che si intende diffondere. Così, silenziosamente, sono stati introdotti e diffusi in Italia e nel mondo, ad esempio, i prodotti Pringles e alcune novità della Lego.
A ben guardare il lavoro capillare di prevenzione che molti dei nostri centri operano, specialmente nelle scuole, corrisponde proprio a questa nuova strategia pubblicitaria, anche se con un obiettivo non commerciale, ma culturale. Probabilmente non siamo del tutto consapevoli che in un certo senso i pubblicitari d’avanguardia stanno adottando proprio il nostro modello, del quale siamo portati invece a sottovalutare l’importanza, come se, rispetto alle “campagne nazionali”, la pazienza e la capillarità del nostro lavoro fosse un segno di difficoltà o di “impotenza” o di carenza di risorse.
In termini operativi, un’attività di prevenzione virale potrebbe prevedere il coinvolgimento di adulti leader nel loro settore di attività (i genitori rappresentanti di classe, gli insegnanti
incaricati del progetto salute, gli operatori sociali più sensibili, con i quali, dopo opportuna formazione e motivazione, costruire insieme mini-progetti da sperimentare e, una volta verificatane l’efficacia, da trasmettere ai colleghi con ben altra potenza persuasiva che quella di un messaggio massificato. Questa modalità operativa è detta virale perché “colpisce” le persone singolarmente ed è attivo, in quanto le dota anche di uno strumento operativo da sperimentare.
Chi l’ha sperimentato, si è reso conto dell’efficacia di questo modo di lavorare, così modesto, se paragonato alle ridondanti campagne massmediali
E’ possibile distinguere tra vere e false attività di prevenzione?
Chi si accinge ad impegnarsi nella progettazione di attività mirate a prevenire la violenza sui bambini è chiamato anche a maturare una criticità che lo ponga in grado di distinguere tra vera e falsa prevenzione. La prima mira a creare consapevolezza, a suggerire stili di vita, a incoraggiare le relazioni sociali e la trasparenza nelle relazioni; la seconda diffonde allarme, suscita sospetti, con l’esito estremo, non così infrequente, di favorire false denunce.
E’ necessario allora sollevare un’altra questione, ponendo l’interrogativo su quali possano essere gli effetti, sui bambini e sugli adulti, di quelle campagne di prevenzione in cui si esortano i bambini a diffidare indiscriminatamente degli adulti estranei, presentati esclusivamente come fonte di rischio potenziale e gli adulti a controllare ossessivamente e ad educare i bambini alla diffidenza indiscriminata
Si può allora parlare di vera o falsa prevenzione, a seconda dei contenuti e delle modalità con cui viene realizzata.
La creazione del “mostro”, sia reale (in occasione di un fatto grave), sia figurato, suggerito, insinuato attraverso campagne impostate sulla diffusione tra adulti e bambini del terrore e della diffidenza, ha una funzione catartica e trova sempre ampi spazi di simpatia e di consenso, ma di fatto contribuisce solo a suscitare sospetti infondati e false denunce, che possono arricchire i difensori dei sospettati e procurar loro momenti di notorietà quando i sospetti vengono a cadere.
- Anche alcuni criteri di valutazione delle modalità di svolgimento delle campagne preventive può essere un primo passo verso un impegno più significativo ed efficace nei confronti della prevenzione.

Riconoscere la valenza preventiva di molte attività in atto
Lavorare, specie nelle situazioni estreme, con la consapevolezza che si sta lavorando anche in termini di prevenzione, deve costituire per gli operatori un elemento di forza e di conferma, che li sostiene nelle difficoltà e nei dubbi che inevitabilmente incontrano.
La lettura in chiave preventiva delle attività usuali di sostegno e protezione costituisce la base dalla quale partire per nuove e più creative esperienze mirate a contrastare, prima ancora che si verifichino, l’insorgere di maltutele e maltrattamenti.
Una prima tappa è costituita dalla necessità di creare sinergia: non solo tra servizi per minori e famiglie (Servizi Tutela Minori e Consultori Familiari); non solo tra servizi sociali e sanitari; non solo tra strutture giudiziarie e strutture sociali; ma anche tra servizi specializzati per gli adulti (Psichiatria, SerT, Unità di contrasto alla prostituzione) e servizi specializzati per i bambini.
Questi rapporti si stanno progressivamente incrementando o attivando, ma raramente se ne coglie la valenza in termini di prevenzione. Riconoscere tale valenza induce gli interessati ad accelerare e incoraggiare la fluidità negli scambi di informazioni, anche sulla base di opportuni protocolli d’intesa che non possono tuttavia prescindere da preventive intese interpersonali, interprofessionali e interistituzionali.
Anche l’intensa attività di formazione-informazione degli operatori (giudiziari, scolastici, psico-socio-sanitari) che ha preso avvio sulla scorta delle ultime emergenze riguardo alla tutela dei minori e al sostegno delle famiglie e delle leggi che ne disciplinano sul piano giuridico-giudiziario la gestione, solo molto marginalmente viene letta in termini di prevenzione, mentre ne costituisce la base fondamentale in quanto, garantendo maggior correttezza degli interventi, non solo diffonde una cultura della protezione e del sostegno, ma anche e soprattutto può costituire la miglior garanzia rispetto all’evitamento di reiterazioni, di vittimizzazioni secondarie, di diffusione dei fenomeni delittuosi.
Se poi, come richiamato sopra, tale attività di formazione-informazione è impostata nell’ottica della prevenzione virale, il suo effetto si moltiplica.
Una ulteriore forma di prevenzione che, come le precedenti, potremmo definire implicita, è costituita dal forte incremento che sta registrando su tutto il territorio nazionale anche se non con la stessa omogeneità, la costituzione di centri specializzati, in ambito sia pubblico che privato-sociale.
Accompagnare la formazione specializzata degli operatori con la costituzione di centri specializzati significa ottimizzare l’attività di prevenzione fino a trasformarla in un vero e proprio sistema, nel quale alla sinergia tra servizi e tra operatori si accompagna la costituzione di luoghi privilegiati e specificamente deputati alla protezione e al sostegno. In questo senso la prevenzione assume anche la forma di tempestività e adeguatezza negli interventi, dal momento che è noto come il tempo che intercorre tra la rilevazione del problema e la sua presa in carico in termini di tutela e di sostegno se non è quanto più possibile ridotto, può acutizzare prima e cronicizzare poi le conseguenze post-traumatiche della violenza. In quest’ottica, sono da considerare e valorizzare come attività di prevenzione tutti gli interventi di tutela che non si limitano al semplice allontanamento in una qualunque struttura educativo-assistenziale di un bambino vittima di violenza, ma accompagna l’allontanamento con quelle attenzioni diagnostico-terapeutiche e protettive del tutto particolari, in assenza delle quali lo stesso allontanamento sarebbe solo un’ulteriore, inutile violenza per lui.
La verifica di efficacia
Un’équipe di operatori che intenda occuparsi della prevenzione deve anche stabilire criteri di verifica dell’efficacia. Ed è un impegno problematico. Mentre normalmente, infatti, l’efficacia delle iniziative di prevenzione viene misurata sulla base di una diminuzione dei casi critici emergenti, in tema di violenza sui bambini l’attività di prevenzione, che provoca l’affinamento delle competenze osservative, valutative e diagnostiche degli operatori può portare, paradossalmente, ad un aumento numerico delle segnalazioni, con il rischio di un effetto frustrante o allarmante che contrasta con le attese.
Il confronto con i problemi relativi alla tutela della salute è inevitabile: le attività di prevenzione hanno una possibilità di verifica immediata, quando sono costituite dalle campagne di vaccinazione, i cui effetti si evidenziano con una drastica riduzione delle situazioni di rischio. Meno facile tuttavia è la verifica di efficacia, anche nel mondo sanitario, quando le campagne di prevenzione coinvolgono i comportamenti (fumo, alcool, sostanze psicotrope in genere).
Ma ben più problematica è la verifica di efficacia dei progetti di prevenzione delle diverse forme di violenza ai bambini. Anzi, paradossalmente, mentre l’esito atteso è la diminuzione dei casi che si vogliono prevenire, spesso esso è costituito invece da una crescita del numero di segnalazioni.
Tuttavia, se il tema della verifica non viene eluso in fase di progettazione, se ne possono approfondire e prevedere alcuni aspetti, che vanno al di là del puro dato quantitativo, e possono indirizzare altre valutazioni: ad esempio sulla qualità delle segnalazioni, la tempestività degli interventi e l’efficacia dei percorsi.
Se poi la verifica di efficacia dell’attività di prevenzione di primo livello può apparire quasi impossibile quando è realizzata a pioggia, con il metodo della prevenzione virale è possibile
invece individuare alcuni indicatori a seconda della nicchia in cui il virus è stato immesso: genitori, insegnanti, operatori, possono acquisire competenza e tempestività nel rilevare segnali e comunicarli; possono impedire che l’emotività annulli la capacità di osservazione o, al contrario, indurre a segnalare abusi inesistenti; soprattutto, nel contesto sociale complessivo si può osservare la caduta o almeno la diminuzione di inutili quanto dannose campagne di “caccia alle streghe”.

Riferimenti bibliografici essenziali
1. Sul tema specifico della relazione
Dipartimento Affari sociali, Centro Nazionale per la tutela dell’infanzia, Diritto di crescere e disagio, Rapporto 1996 sulla condizione dei minori in Italia
Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per gli affari sociali, (1997) Formare in modo specifico i professionisti che si occupano dell’infanzia, in Un volto o una maschera? Rapporto 1997 sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, Firenze.
Ass.ne Rompere il silenzio, (1999) Dichiarazione dei principi e degli impegni degli insegnanti e dei dirigenti scolastici di fronte al disagio e al maltrattamento degli allievi, Hansel e Gretel, Torino.
Pregno C., (2000) Prevenzione, abuso, maltrattamento, carenze gravi: termini inconciliabili? In: Abburrà A. et al., (a cura) Il bambino tradito, Carocci, Roma.
Tomkiewicz S., Violenze nelle istituzioni per l’infanzia, in: Agosti A., Di Nicola P. (a cura), Leggere il maltrattamento del bambino: le radici della violenza, Angeli, Milano, 2000
CISMAI, (2000) Il fenomeno dell’abuso sessuale e del maltrattamento ai danni di minori, Milano.
Pellai A. (2001) Un bambino è come un re, Angeli Milano.
Artoni Schlesinger C., Vallino D., (2001) Lettera aperta a chi decide il destino dei bambini, in: Il sessuale nella psicoterapia con bambini e adolescenti, Quaderni di psicoterapia infantile 42, Borla, Roma.

Sul tema generale del convegno
Montecchi F., (1994) Gli abusi all’infanzia, NIS, Roma
Ghezzi D., Vadilonga.F. (a cura) (1996) La tutela del minore, protezione dei bambini e funzione genitoriale Cortina Milano
De Zulueta F., (1999) Dal dolore alla violenza, Cortina Milano
Abbruzzese S., (1999) Minori e sessualità Angeli Milano
Déttore D., Fuligni C., (1999) L’abuso sessuale sui minori McGraw-Hill. Milano
Di Blasio P. (2000) Psicologia del bambino maltrattato Mulino, Bologna
Foti C., Bosetto C., Maltese A., (a cura) (2000) Il maltrattamento invisibile Angeli Milano
Roccia C. (a cura) (2001) Riconoscere e ascoltare il trauma Angeli Milano
Carini C., Pedrocco Biancardi M.T., Soavi G., (2001) L’abuso sessuale intrafamiliare, manuale di intervento Cortina Milano
Malacrea M., Lorenzini S., (2002) Bambini abusati, Cortina, Milano

 

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