Ajna Jusic

Ci sono bambini che mostrano negli occhi la memoria del mondo. Quando sono nata non ho pianto: ho guardato mia madre e ho cercato di capire se avrebbe potuto amarmi per quella che ero. Dicono che sentire il pianto dei neonati al momento della loro venuta al mondo sia fondamentale, per capire se sono vivi, se sono sani, se hanno realizzato il distacco dall’utero materno e l’ingresso nella vita al di fuori. Non avevo bisogno di piangere per sapere di essere viva. Avevo solo bisogno di sapere di poter essere accolta per decidere di continuare a vivere. Mia madre mi ha guardata negli occhi e ha deciso che avremmo imparato a vivere di nuovo insieme.

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Mi chiamo Ajna Jusic e porto lo stesso cognome di mia madre. Non ci ho mai fatto caso, un nome, in fondo, è solo un nome. Sono nata a Zavidovici, un piccolo comune nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina. Ho sempre vissuto sola con mia madre e anche in questo non ci ho mai trovato nulla di strano. Non vi è nulla di strano nel vivere con chi si ama e si prende cura di noi. Nel paese in cui abitavo e abito tuttora pensavano tutti che io fossi un po’ strana. Forse perché sono abituata a guardare le persone negli occhi. E’ da quando sono nata che lo faccio. Mia madre me lo dice sempre che quando sono nata, invece di piangere come tutti i neonati l’ho fissata dritto negli occhi. Che ne so, forse non si può vivere diversamente da come si nasce. Comunque non ci posso fare niente: le guardo negli occhi e sento i loro pensieri. Cioè, non è che sento proprio tutto come se stessero parlando, ma avverto la chiara sensazione del tipo di pensiero che stanno facendo. Ed è una dote che ho fin da bambina. Per esempio, un giorno ho incontrato di fronte alla scuola una signora che abitava vicino a casa mia; non ci conoscevamo bene, però sapevo chi fosse. Io stavo percorrendo la strada verso la scuola e lei stava andando nella direzione opposta, verso il paese. Ho visto che mi stava guardando e io l’ho guardata negli occhi per pochi secondi. E quello che i suoi occhi dicevano era: “Poverina…”. E’ una sensazione che è durata la frazione di secondo in cui i nostri occhi si sono incontrati. Poi ognuna è andata per la sua strada. E’ successo anche un’altra volta, mentre ero in fila per comprare il pane. Una donna che stava uscendo dal negozio mi è passata vicino. Io l’ho guardata negli occhi e ho sentito che pensava qualcosa di mia madre, con disapprovazione, come se avesse sbagliato a fare qualcosa. Ho sentito l’impulso di correrle dietro, di chiederle se conoscesse mia madre, ma quando mi sono voltata era già andata via. I bambini del mio quartiere pensavano che io fossi strana. Giocavano con me, sì, però lo sentivo che pensavano io fossi diversa. Un giorno, mentre stavamo giocando, uno di quei bambini mi ha chiesto dove fosse mio padre. Io gli ho risposto che non ce l’avevo. Tarik ha detto che il suo papà era morto in guerra. Quando siamo nati noi bambini del quartiere qui c’era la guerra. È finita l’anno dopo la mia nascita. Ho pensato che forse anche mio padre era morto in guerra. Tarik, però, non aveva il cognome di sua madre. Aveva  un altro cognome. Ricordo di aver pensato che era meglio chiedere a mia madre. Quando sono tornata a casa e ho chiesto notizie di mio padre, mi sono accorta che mia madre evitava il mio sguardo. Ha cominciato un lungo discorso che finiva con qualcosa come “è via da tanto tempo”. Quando le ho chiesto perché Tarik non avesse il cognome di sua madre non ha risposto. Allora si è girata e sono riuscita a guardarla in quegli occhi che pensavano: “Sapevo che prima o poi me lo avresti chiesto” . E proprio perché i suoi pensieri li ho saputi leggere dal giorno in cui sono venuta al mondo, quando mi ha spiegato il perché portassi il suo cognome da nubile, qualsiasi cosa mi abbia raccontato, sapevo che era una bugia. Una bugia che non le ho perdonato. Non ho più chiesto nulla di mio padre, ma sapevo che non era morto. E dal giorno della conversazione con mia madre, quel passato che riguardava la mia infanzia e che io avevo riempito con una sensazione d’amore e con i ricordi di piccole quotidianità che riguardano la vita tutti, le feste di compleanno, la torta di mele del sabato, le corse con il cane, era improvvisamente divenuto una profonda fossa vuota. Al liceo mi ero convinta che i professori pronunciassero il mio cognome con disprezzo. Forse è per questo che bastava una discussione banale a farmi infervorare. Qualche volta sono persino scappata da scuola. Mia madre mi veniva sempre a riprendere, andava a scusarsi con i professori con quegli occhi che dicevano “sapete bene qual è la nostra situazione”, mi riportava a casa e non diceva una parola. Mi sono sempre chiesta se abbia mai avuto la tentazione di non venirmi a recuperare, di lasciarmi lì dove ero scappata. Non l’ha fatto mai. Ma quella voragine nera dietro di me non mi dava tregua. Fino al giorno in cui ho trovato quella busta ingiallita dentro il suo armadio, quello di mia madre. Sapevo che non dovevo aprirla, ma quella busta, la cui carta era stata resa più fragile dal tempo, aveva l’aspetto della verità, aveva le stesse sfumature del mio buco nero. Così l’ho aperta e ho letto quello che un figlio non dovrebbe mai leggere e che una donna non dovrebbe mai subire. Ho letto della guerra, dei campi di concentramento che le forze militari avevano costruito nel nostro paese; ho letto della miseria che la guerra aveva prodotto. E ho letto delle migliaia di figli nati dalle violenze sulle donne negli anni dal 1992 al 1995. Io sono nata nel 1994. E porto il cognome di mia madre. “Lo vuoi sapere perché guardi tutti negli occhi e capisci quello che stanno pensando prima che parlino? Perché io tuo padre quel giorno l’ho guardato negli occhi e ho visto in quegli occhi tutto il male del mondo. Che non è la guerra. La guerra è solo una delle tante conseguenze. A volte c’è più dignità nel morire con una pallottola in testa mentre difendi la tua casa. Ma quel giorno, negli occhi di tuo padre, ho visto che, per lui come per tutti gli altri, noi non eravamo esseri umani. Ho sentito i suoi pensieri che dicevano che avevano il diritto di fare quello che ci facevano ogni giorno, perché era la loro ricompensa per la vita che rischiavano per la patria. Nella loro testa non ci stavano violentando, non ci stavano strappando tutti i sogni che avevamo per la nostra vita, non ci stavano togliendo la dignità di donare il nostro corpo per amore o per voglia, non importa questo, ma per scelta. Non eravamo esseri umani: ci possedevano e disponevano delle nostre vite  perché qualcun altro disponeva delle loro e le consideravano senza valore. Violentarci ogni giorno per due anni è stato il modo di cui disponevano per sentirsi vivi, per dimostrare che contavano qualcosa, che potevano decidere, che potevano sottomettere come loro erano sottomessi. E per chi ha la coscienza nera come l’inferno, non c’è soddisfazione più bieca che calpestare chi non può difendersi. Chi vivrà con l’eterno senso di colpa. Chi guarderà negli occhi il frutto di quella violenza e ricorderà ogni giorno quello che è stato. Chi non potrà più uscire di casa perché ha partorito un figlio senza essere sposata e senza avere un uomo che abbia dato a quel figlio il suo cognome. E non importa se tutti sanno come è nato quel figlio. La colpa non è quella di aver partorito, la colpa è quella di aver scelto di tenere con sé il frutto del disonore. La colpa è quella di portare in giro per il paese le prove di quello che gli uomini senza dignità possono fare alle donne che non hanno mezzi per difendersi come noi. Li dovevamo nascondere quei figli, dire che non erano mai nati. E non tenerli con noi, dimostrare che avevamo scelto di vivere, nonostante tutto. Non c’è sfregio più grande per chi calpesta la dignità degli altri che scoprire che si può continuare a vivere, anche con una dignità calpestata. Non ti dirò che è stato facile. Non ti dirò che non ho avuto la tentazione di allontanare da me questo fardello. Più di una volta mi sono detta che, senza di te, avrei potuto provare a vivere fingendo che non fosse mai successo. È stato prima della tua nascita. Lo sai perché non hai pianto quando sei nata Ajna? Perché avevi già pianto tutte le tue lacrime, esattamente come me. La vita è fatta di scelte e io ho scelto di tenerti con me. E non per assumermi la responsabilità di qualcosa di cui non ho colpa, ma perché la conseguenza di quei giorni di morte assoluta è stata una vita, la tua vita. E tu l’hai difesa la tua vita, per nove mesi, l’hai difesa fino all’ultimo giorno, nonostante nemmeno in gravidanza mi risparmiassero le violenze e le umiliazioni. Hai scelto di vivere e l’ho fatto anch’io insieme a te. Ti ho dato il mio cognome: per molti è stato il simbolo della sconfitta, della vergogna, del passato che non si cancella. Per me è stato comunque un inizio”. Almeno porto il cognome di mia madre. Questo lo dico oggi. È forse quello che mi ha salvata dal baratro. Sono migliaia i bambini che non hanno avuto la mia fortuna, se così si può chiamare. Non hanno conosciuto i loro genitori, perché le loro madri sono morte in seguito alle violenze, perché sono stati venduti o, nella migliore delle ipotesi, dati in adozione. Non hanno mai conosciuto i loro veri genitori. In molti casi, non conoscono la loro vera storia. Ho scelto di non conoscere mio padre. Nonostante nel nostro Paese comincino a leggersi storie di donne che chiedono di essere risarcite dai loro aguzzini e dallo Stato per le violenze subite, e in alcuni casi ottengano giustizia, almeno legislativa ed economica, sento di poter fare a meno di questo, per il momento. Vivo la mia vita perché ogni persona vittima di violenza possa avere la libertà di guardare negli occhi qualunque altra persona senza il timore di essere giudicata. Vivo la mia vita per mia madre, per restituirle il valore del suo sacrificio. Vivo per essere testimone che si può ricostruire la propria vita anche sulle macerie. E a chi mi chiede chi sono oggi, rispondo semplicemente: “Io sono Ajna Jusic”.

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