Alessandro Maria Fucili e l’uso dei laboratori di espressione nell’accoglienza

Sono arrivato tardi, nella mia esperienza di vita comunitaria ( 34 anni nel 2019) alla convinzione che i laboratori interni alle comunità fossero un plusvalore importante, qualitativo e necessario.
Ci sono arrivato tardi sicuramente perché tardi ho incontrato una persona che mi ha dimostrato il contrario e che ha messo in discussione convinzioni che dovevano essere, giustamente, scardinate.

Sperimentare e sperimentarsi va fatto come terapia quotidiana; va fatto per i ragazzi e bambini, va fatto con i ragazzi e bambini. Dalla creta alla pittura, dal riciclo di materiali usati alle tecniche di rappresentazione teatrale, dal canto alla musica, dalla costruzione di oggetti a strumenti per la percussione: abbiamo la necessità di creare, di fare e di disfare. Hanno bisogno di conoscere quello che è sconosciuto o di farci vedere quello in cui sono capaci. Abbiamo bisogno di fare cose leggere, in mezzo a questa marea di emozioni spesso pesanti, angoscianti: ed abbiamo bisogno di farlo insieme a loro. Non c’è nulla di più brutto della noia, in una comunità; non c’è più nulla di più desolante dell’educatore che si siede ed osserva stancamente, invece di fare insieme, magari sbagliando. I laboratori, quelli veri, quelli dove con poco si da libero sfogo alla fantasia o si cerca il proprio benessere, sono vitali. Abbiamo anche sperimentato lo Yoga: e così abbiamo costruito un luogo dove farlo invitando anche amiche ed amici. I Laboratori diventano il luogo magico dove incontrare gli altri e dove essere tutti liberi di volare con la fantasia.

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