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Storie di inclusione: Leila

I miei fratelli ed io capivamo che nostra madre era di nuovo incinta quando cambiava la disposizione delle nostre camere da letto. Quando il letto vicino al suo veniva spostato in una delle altre stanze della casa voleva dire che c’eravamo un’altra volta: di lì a poche settimane sarebbe tornata a casa con un altro marmocchio strillante.

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Ajna Jusic

Ci sono bambini che mostrano negli occhi la memoria del mondo. Quando sono nata non ho pianto: ho guardato mia madre e ho cercato di capire se avrebbe potuto amarmi per quella che ero. Dicono che sentire il pianto dei neonati al momento della loro venuta al mondo sia fondamentale, per capire se sono vivi, se sono sani, se hanno realizzato il distacco dall’utero materno e l’ingresso nella vita al di fuori. Non avevo bisogno di piangere per sapere di essere viva. Avevo solo bisogno di sapere di poter essere accolta per decidere di continuare a vivere. Mia madre mi ha guardata negli occhi e ha deciso che avremmo imparato a vivere di nuovo insieme.

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Storie di inclusione: Nina

Quando arrivai alla casa verde capii che mia madre era morta. Ormai ci avevo fatto l’abitudine alle case che ci ospitavano quando mia madre non ce la faceva più, quando non riusciva più a stare in piedi e quando stava via tutta la notte e io rimanevo da sola.

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Cartoline dalla Birmania

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Al campo mi chiamano “il bambino con la matita”. Me l’ha regalata la signora che viene ogni tanto a trovare i bambini delle baracche per insegnargli a leggere e a scrivere. Desideravo tanto una matita. Appena l’ho avuta in mano ho cominciato a disegnare la mia casa, quella in Rakhine.

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Storie di inclusione: Roberta

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Poche settimane fa sono stata a casa tua. Mi sembrava di vederti, sai Roberta? Sembrava proprio che ad un certo punto tu dovessi apparire sulla tua sedia con la tua mano dalle dita lunghissime appoggiata sul tavolo, intenta a contare i centesimi, le monetine “del resto” che chiedevi a tutti di portarti. Mi sembrava di sentirti, con la tua vocina sottile capace di dire le parole più dolci, profonde e sincere che io abbia mai sentito. Eravamo giovanissime, avevamo diciassette anni, quando ci siamo conosciute, ti ricordi Roby? A Torrette di Fano, al campo scuola del Movimento Apostolico Ciechi. I tuoi occhi non vedevano più da tempo, ma camminavi e mi aiutavi ad affettare i pomodori da mettere nell’insalata. Preparavamo la colazione per tutti, a base di latte e biscotti, rigorosamente gli Abbracci del Mulino Bianco. Mi parlavi di te e di una vita che non avevo conosciuto: mai una volta ti ho sentito parlare della tua malattia, delle tue sofferenze, delle tua paure per il futuro che, nei tuoi racconti, celavi sempre dietro ad un “quando ancora ci vedevo”. Non ti sei mai lamentata e, nonostante tutto, sei sempre stata grata alla vita, anche quando ti presentava conti che avrebbero scoraggiato chiunque.

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Storia di Irene: un romanzo che narra la solitudine delle povertà educative

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Storia di Irene è un romanzo di Erri De Luca. Parla di Irene, unica superstite di un barcone pieno di clandestini che, salvata dai delfini, approda in un’isola greca degli anni settanta. Quando lo scrittore la incontra, Irene ha quattordici anni ed è incinta. Cresciuta con mezzi di fortuna, vivendo della carità di qualche pescatore e di qualche umile lavoro, si accinge a partorire un figlio che non ha cercato e del cui padre non vuole rivelare l’identità: non ha studiato, è analfabeta e l’unico linguaggio che conosce è quello dei delfini. L’unica legge che riconosce è quella del mare.

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Come una rosa blu

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Da domani vado a scuola. Così si ripeteva ogni giorno Martina quando, invece di prendere lo zaino e uscire di casa, si abbandonava sul divano coprendosi la testa con il cuscino. Domani. Un domani che durava da oltre due anni. Domani ci vado, ma oggi proprio non me la sento, oggi proprio no, dice alla madre che, piangente, dalle sei del mattino la implora di alzarsi, di andare a scuola, che è un suo dovere, che non importa se non ha studiato, basta che ci vada, basta che prenda la licenza media. Read More

Ascolta il mio cuore: Le povertà educative nella letteratura per l’ infanzia

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Prisca Puntoni, una delle protagoniste di Ascolta il mio cuore di Bianca Pitzorno, è la figlia di una famiglia benestante dell’Italia del dopoguerra. Il primo giorno della quarta elementare fa la conoscenza della nuova maestra, la signora Argia Sforza, e di due nuove compagne di classe, Iolanda e Adelaide, provenienti dal quartiere più povero della loro città. Ben presto Prisca si accorge di come la famiglia di provenienza incida sul percorso scolastico e sociale di ognuna delle sue compagne: non solo perché la sua stessa classe è divisa in piccole fazioni, costituite dalle figlie di industriali, di medici e di avvocati, di commercianti, piuttosto che dalle figlie di una sartina a ore o del bidello della scuola, ma perché a rinforzare il concetto che le origini siano determinanti per capire se e di che tipo possa essere il successo scolastico delle allieve è proprio la stessa maestra.

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Crescere giocando in cortile

Giada guarda l’orologio appeso al muro della cucina: mancano cinque minuti alle 16,00. Mancano cinque minuti all’ appuntamento con Carlotta. Si danno sempre appuntamento a quell’ora, dopo aver fatto i compiti, in “piazzetta”; così i bambini di Via della Vigna chiamano la parte finale di una stradina chiusa alla quale si affacciano una decina di abitazioni: in realtà è un piccolo parcheggio, ma siccome tutte la famiglie parcheggiano la macchina davanti a casa, quel parcheggio quadrato rimane sempre vuoto e per questo sembra proprio una piccola piazza.

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Dai “Compagni di branco” a “L’attimo fuggente”

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Non è semplice trattare il tema delle povertà educative dal punto di vista della loro trasposizione cinematografica. Forse perché questo tema porta con sé una forte complessità, peraltro molto legata alle storie individuali. Ma è comunque interessante avvicinarsi alla lettura ed all’interpretazione che autori e registi, a volte anche lontani nel tempo e nello spazio, possono fare di un tema che è ancora così attuale.

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