Come una rosa blu

hikikomori-2

Da domani vado a scuola. Così si ripeteva ogni giorno Martina quando, invece di prendere lo zaino e uscire di casa, si abbandonava sul divano coprendosi la testa con il cuscino. Domani. Un domani che durava da oltre due anni. Domani ci vado, ma oggi proprio non me la sento, oggi proprio no, dice alla madre che, piangente, dalle sei del mattino la implora di alzarsi, di andare a scuola, che è un suo dovere, che non importa se non ha studiato, basta che ci vada, basta che prenda la licenza media.

Lo capisci che sono stanca?, le urla quando quella litania di raccomandazioni comincia proprio a darle sui nervi. Certo, se non fossi andata a letto alle quattro del mattino, si inserisce la nonna, con le braccia conserte davanti alla cucina. Io non ce la faccio più, ogni mattina la stessa storia, e adesso faccio anche tardi al lavoro. Martina fa finta di dormire. Sa che se resiste a quest’ultimo tentativo della madre di far breccia sul suo senso di colpa sarà salva: un lungo sospiro, quattro passi veloci, la porta che sbatte. E’ salva. Sua madre è uscita anche stamattina senza riuscire nell’intento di trascinarla a scuola. Rimane solo la nonna, ma lei si è rassegnata già da molto tempo, quindi non costituisce un ostacolo. Ancora cinque minuti e poi giuro che faccio un po’ di matematica. Quando riapre gli occhi e guarda l’orologio sono le undici e lei è ancora sul divano, abbandonata nella stessa posizione in cui l’ha lasciata sua madre. Martina vieni a tavola a bere un po’ di latte caldo. Sua nonna ogni mattina le prepara la colazione, ma a lei non piace sedersi a tavola. Il suo sguardo cade sul joystick della playstation. Solo cinque minuti. Solo cinque minuti e poi faccio matematica. Alle 12,30 la nonna la trova sul divano, intenta a districarsi da un labirinto virtuale sparando a inverosimili mostri verdi. Martina è ora di mangiare. Vieni che cuciniamo una bistecca, oppure metto su l’acqua per la pasta. La nonna è dietro le sue spalle, ma Martina non si gira nemmeno a guardarla: non vorrà mica che uno di quei mostri la uccida? No nonna, la carne non mi va. Scongelami una pizza. La nonna si siede sul divano. Non puoi mangiare solo schifezze. La pizza l’hai mangiata anche ieri a pranzo e a cena. Bisogna sedersi a tavola, mangiare come le persone normali. E lascia un attimo ‘sto coso… la nonna prova a toglierle il joystick dalle mani. Due secondi, la mano di Martina si stacca dal pulsante due secondi, che bastano ad un mostro verde per uscire all’improvviso da un cespuglio e spararle senza pietà. La reazione di Martina è violentissima. Hai visto cos’hai fatto? Sono due ore che provo a superare questo livello e tu mi hai fatto ammazzare. Adesso devo ricominciare tutto da capo. Sei una stupida! Tu e la tua mania di far da mangiare. Me frego della tua carne. Fammi quella cavolo di pizza e smettila di rompere. Adesso anche la nonna comincia a piangere. Il dottore ti ha detto che devi mangiare in maniera più sana, Martina. Ti ricordi che ti ha pesata l’ultima volta che ci siamo andati e ha detto che così non andiamo bene? Ti prego, vieni in cucina con me. Mangi solo un po’ di carne e poi ti lascio in pace. Ma Martina non la ascolta più. Ha già ricominciato il videogioco da capo: adesso è in una strada deserta nel cuore di New York e deve sparare a dei fantasmi gialli che si nascondono dietro a delle auto abbandonate. Così la nonna si alza e, lentamente, si avvia verso il freezer, dove la attende una delle tante sconfitte della giornata: una pizza surgelata. È l’ultima. Per un momento prova l’irrefrenabile istinto di non segnare la pizza nella lista della spesa. Se non ce ne sono più può fare la matta quanto vuole, ma non ce ne sono più. Poi si ricorda di quella volta in cui, di proposito, non le aveva comprate. E nemmeno gli hamburger. Martina aveva avuto una crisi isterica talmente forte che era dovuta uscire di casa in ciabatte alle 22,30 e implorare quelli della pizza da asporto vicino a casa loro, che stavano per pulire il forno, di fargli una pizza wurstel e patatine fritte. Allora desiste: persino sua figlia, la mamma di Martina, quella sera l’aveva aspramente rimproverata. Non lo sai che con quella non si ragiona? Cosa ti venuto in mente di non comprare le pizze e nemmeno gli hamburger? Lo sai che adesso quella è capace di distruggere casa? La nonna pensa che sua figlia sbagli. Pensa che siano inutili tutti i tentativi di convincere Martina ad alzarsi la mattina, ad andare a scuola, a sedersi a tavola a mangiare, se poi di fronte alle sue reazioni esagerate cede su tutta la linea e la accontenta, anzi, se la prende pure con lei che cerca solo di aiutarla. E’ stanca la nonna di Martina. Alla sua età vorrebbe solo fare la nonna: preparare le torte, portare sua nipote al cinema qualche sera, allungarle la mancia di nascosto da sua madre perché si compri un giornalino e dei trucchi. Martina ha solo tredici anni. E invece, le tocca una vita d’inferno: relegata in casa a sorvegliare sua nipote come se fosse un secondino, per implorarla di fare cose normali per chiunque, ma che Martina non farà mai, e a litigare con sua figlia che, evidentemente, non riesce a fare la madre. Perché, quel coso lì pieno di mostri, che Martina ci sta attaccata dalla mattina alla notte, chi gliel’ha comprato? Glielo aveva detto lei che Martina aveva già tanti problemi e le maestre l’avevano scritto nella pagella che non andava bene a scuola. Ma Martina aveva urlato che glielo aveva promesso, che se fosse stata promossa gliel’avrebbe comprata la playstation. Bella forza. Chi viene bocciato in quinta elementare? E adesso ci ritroviamo così. Martina ha tredici anni e sta ripetendo la prima media. Non ce la farà mai. Quest’anno non ha fatto un solo giorno di presenza. Come faranno a promuoverla? Ma Martina alla promozione non ci pensa. Non riesce a vedere il suo futuro nel lungo termine. Martina vive nel presente, nell’immediato presente. Solo cinque minuti. Solo cinque minuti e poi telefono a Sara per sapere cos’hanno fatto oggi a scuola e farmi dare i compiti. Ma di cinque minuti ne sono passati già tanti e alle ventidue passate non si può telefonare proprio a nessuno. Non ho preparato niente per domani, cosa dico alla prof? Vabbè, tanto basta che ci vada. Ancora cinque minuti, ancora cinque minuti. E poi comincia la lotta per andare a dormire. Martina, è quasi mezzanotte, ti prego, vai a dormire, comincia a supplicarla la madre. Cinque minuti, solo cinque minuti, le risponde Martina. Me l’hai già detto un’ora fa, per favore Martina, non cominciamo. Mi hai promesso che domani andrai a scuola, se non vai a letto a un’ora decente, come farai poi? La mamma di Martina ogni giorno si sente invasa da una nuova speranza di vedere finalmente sua figlia prendere lo zaino ed uscire di casa. Ma ogni notte, quella speranza svanisce. Perché Martina resta attaccata alla televisione a giocare fino alle quattro o alle cinque del mattino, finché non crolla esausta sul divano, come se fosse inconsapevole delle ostilità che la attendono ogni mattina seguente. Quando ho conosciuto Martina, non si parlava ancora troppo delle dipendenze dei giovani adolescenti da videogiochi, computer, tablet. Credo che gli smartphone abbiano completato un’opera già ben avviata da playstation e giochi virtuali. Oggi li chiamano Hikikomori i giovani che passano la maggior parte della loro giornata a controllare il telefono o a connettersi in rete. Martina viveva costantemente connessa con una realtà virtuale che le aveva tolto qualsiasi percezione autentica della realtà. Quando ho conosciuto Martina, che non andava a scuola da oltre due anni, e le ho chiesto che cosa vedesse nel suo futuro, lei mi ha risposto che voleva andare alla scuola alberghiera per imparare a cucinare. E non si rendeva conto che, di quel passo, difficilmente avrebbe conseguito la licenza media. La mamma e la nonna di Martina erano invischiate in una spirale di impotenza e di irrefrenabile connivenza. Da una lato manifestavano la loro preoccupazione, dall’altro non riuscivano a mantenere una posizione definita, con Martina, rispetto a cosa erano disposte a concederle e cosa no. Perché, ogni volta, quando tentavano di riportare dritto il timone e ripristinavano un normal livello di regole e di convivenza civile, Martina aveva reazioni sempre più esagerate. Quel mondo virtuale era diventato la sua stessa vita e la sua ansia cresceva ogni volta di più, quando era costretta a separarsene. In seguito ad una delle tante sfuriate la madre le aveva comprato lo smartphone, immaginando che potesse costituire un incentivo ad andare a scuola, perché Martina aveva spergiurato che a scuola ci sarebbe andata se le avessero comprato il modello che voleva lei, e poi almeno il telefono si porta fuori di casa, mica come la televisione che devi stare per forza sul divano. Il risultato fu che Martina cominciò a passare le sue giornate a giocare al telefono, invece che alla televisione. Nella storia di Martina, come in molte delle storie che ho incontrato, il tema del controllo è un tema fondamentale. In adolescenza, soprattutto, quando il desiderio di sottrarsi al controllo degli adulti è fondamentale, è proprio lì che diviene importante esercitarlo maggiormente, senza esasperare i toni, ma rendendo partecipe l’adolescente che un elevato controllo equivale ad un elevato investimento emotivo. Se non ci importasse di loro non controlleremmo ciò che fanno. Quando finalmente riuscii a parlare con Martina, era fermamente convinta che l’unico interesse della madre e della nonna era che lei andasse a scuola. Il fatto che i loro maldestri tentativi di controllo fossero orientati ad un bene profondo che provavano nei suoi confronti, e che chiaramente doveva passare attraverso il cercare di farle fare cose utili al suo benessere fisico e sociale, non le sfiorava nemmeno l’idea. Le dipendenze non sono semplici da affrontare. E sicuramente nella storia di Martina erano presenti tante complessità nemmeno totalmente riassumibili nel suo bisogno di connessione oltre la realtà. Ma sta di fatto che questo bisogno le impediva di avere in mano il suo futuro ed il suo presente scivolava costantemente dalle mani di chi aveva il dovere di esercitare una tutela fattiva nei suoi confronti. Spesso gettare la spugna è istintivo: nonostante i giorni di assenza a scuola che si sommano, l’evidente sovrappeso, l’insonnia ricorrente, l’irritabilità che sfida le leggi della convivenza, nonostante tutti i campanelli d’allarme che costituiscono un oscuro presagio per il futuro di questi figli, alla fine si rischia di gettare proprio la spugna. Vorrei dire che la storia di Martina ha un lieto fine. Purtroppo per il momento no, o per lo meno non quanto avremmo desiderato per lei. Il dramma dei giovani Hikikomori è che per lungo tempo non hanno la percezione di vivere affacciati ad una finestra aperta su un mondo irreale. E quando le conseguenze di questa loro vita diventano devastanti, spesso è troppo tardi. Considerando i passi da gigante che la tecnologia effettua ogni giorno, temo che ancora non conosciamo tutti i possibili effetti di questa alienazione. Quando penso a Martina mi vengono in mente i versi di una bellissima poesia di Gerda Klein, che si intitola Come una rosa blu: “Ci sono molte cose che Jenny non capisce. E ci sono molte cose di Jenny che gli altri non capiscono; che Jenny è come un gattino senza coda; che Jenny sente una musica diversa; che Jenny ha le ali corte; che Jenny deve essere protetta. Jenny è come una rosa blu, delicata e bellissima. Ma le rose blu sono così rare che ne sappiamo poco, troppo poco. Sappiamo solo che hanno bisogno d’essere curate di più. Di essere amate di più”.

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