Dieci anni schiava

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Mi chiamo Karim Hamida Ali. Ho diciannove anni e sono in carcere da quando ne avevo quattordici. Sto scontando una pena per un reato che non ho commesso. Ma questo non è importante se sei una ragazza povera e sola in Egitto. A dire la verità, secondo i giudici devo considerarmi fortunata perché al momento del mio arresto non si erano accorti che ero minorenne e mi avevano condannata a morte. Quando si sono resi conto del loro errore avevo già confessato e la mia pena è stata ridotta a dieci anni di carcere. Come si può confessare un reato che non si è commesso?

Immaginatevi una notte buia al Il Cairo. Una notte come tante. Non ci sono notti tranquille nella capitale. Si aggira nell’ombra ogni sorta di gente. Brave persone, persone che cercano un diversivo alla loro solitudine, ribelli. Sì, ribelli. Persone che per credo, o per disperazione, provano a ribellarsi ad un governo che non sempre tutela i più deboli. Sfasciano macchine, assaltano uffici. Spesso si tratta di gesti di protesta estemporanei e non organizzati, ma destano abbastanza scalpore per scatenare la rappresaglia. Che molto spesso è peggio delle normali restrizioni e deprivazioni. In una di quelle tante notti io ero lì. Non ero con quei ribelli che hanno appiccato il fuoco alla facciata di un albergo. Ero lì, da sola. Perché da molto tempo sono sola. Passavo la mia notte in cerca di compagnia, di riparo. Mi sono trovata lì per caso. Ma quando la polizia è arrivata non è sembrato vero a quegli agenti in cerca di concludere al più presto la loro missione di aver trovato una ragazza sola e indifesa da portare davanti ad un giudice. Quello che è successo dopo è inenarrabile, l’infame storia dell’infamia. Mi hanno chiesto di confessare. Di raccontare tutto: come avevo ottenuto i lacrimogeni, da dove avevo preso le tre taniche di benzina che mi erano servite per appiccare il fuoco.  A nulla sono servite le mie giustificazioni: come avrei potuto da sola trasportare tre taniche di benzina? Perchè io, da sola, avrei dovuto appiccare il fuoco? E quelli che erano con me, quelli che erano scappati, io non li avevo mai visti prima. Non so da dove venissero né dove fossero diretti. Loro sono scappati. Io sono rimasta. Mi hanno rinchiuso in una cella. Senza cibo, senza acqua. Sono sola già da molto tempo. Eppure non mi ero mai sentita così sola come in quella cella, dalla quale mi facevano uscire solo per obbligarmi ad interrogatori inutili, con la sola finalità di farmi confessare ciò che nemmeno sapevo raccontare. E la mia ingenuità, la mia innocenza, invece di convincerli, faceva arrabbiare ancora di più i miei aguzzini. Meno avevo da confessare e più mi odiavano. Loro odiavano la mia innocenza. E quando non bastavano gli insulti, le botte, quando i lividi e il sangue non li ripagavano della loro sete di vendetta cominciavano con il “trattamento”. Chiamano così le scosse elettriche. Mi piantavano degli elettrodi su tutto il corpo e di lì facevano passare la scariche elettriche. “Confessa” mi dicevano “confessa e tutto questo finirà”. Non volevano la verità. Volevano una confessione, una qualsiasi. Volevano concludere il loro sporco lavoro, dare ai loro capi che li rendevano schiavi, esattamente come loro rendevano schiavi tutti i prigionieri, quella verità fasulla che volevano sentirsi dire, per poi tornare a casa dalle loro rispettabili famiglie. Per loro era un lavoro come un altro. E non importava se stavano picchiando, torturando  e umiliando una ragazzina innocente. Dovevano dimostrare che avevano ragione. Che potevano dare la caccia ai sovversivi tra il popolo. E continuare così nella loro sporca menzogna. E’ stato così che ho mentito anche io. Per disperazione, perché davvero tutto quello potesse finire. Per allontanare da me la solitudine, il freddo, la fame, la sete. L’ho fatto perché dopo che mi avevano picchiata per ore non mi ricordavo nemmeno il motivo per il quale ero lì. O forse perché, alla fine, erano riusciti a convincere anche me che ero colpevole. Forse ero davvero colpevole. Non avevo incendiato io quell’albergo. Ma in quel momento avrei dato fuoco a loro, a quella lurida prigione, ai giudici che avevano permesso quello scempio.  A tutti coloro che permettevano ogni giorno che altri bambini e ragazzi come me venissero ogni giorno torturati alla ricerca di una verità inutile. Non esiste la pietà in questa prigione. La mia confessione mi ha liberata dalle scosse elettriche, ma mi ha gettata in una disperazione ancora più grande. Mi hanno condannata a morte. Ma forse nemmeno questo è l’aspetto peggiore. Una rapida esecuzione mi avrebbe almeno liberata dal tormento. Invece mi hanno di nuovo rinchiusa in quella cella dove ogni minuto sembra lungo almeno il triplo. Mi trovo ancora qui. Il fatto che la mia pena sia cambiata non mi consola. Sono passati cinque anni di niente e ne dovranno passare altri cinque. Dopodichè mi getteranno in mezzo ad una strada che, se possibile, mi rifiuterà ancora più di quanto non avesse già fatto. Forse morirò in uno di quegli agguati che avevo cercato di scansare. Nessuno mi ha cercata, rivendicata, difesa fino adesso e nemmeno lo farà dopo. Mi chiedo se esista, da qualche parte del mondo, una giustizia, quella vera, quella che impedisce che uomini, donne, bambini innocenti vengano calpestati come se non fossero esseri umani. Mi chiedo se esista, mentre il mio cuore si spezza dilaniato dalla solitudine.

 

 

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