Fuocoammare

  fuocoammare

Regia: Gianfranco Rosi

Genere: Drammatico

Tipologia: Accoglienza e discriminazione, Migrazione, Povertà, Famiglia

Interpreti: Pietro Bartolo, Samuele Caruana, Maria Costa, Mattias Cucina

Origine: Italia, Francia

Anno: 2016

Trama: Trasferitosi per più di un anno a Lampedusa, il regista Gianfranco Rosi racconta attraverso un film, storie diverse di chi vive, di chi arriva sull’isola, di chi prova ad aiutare coloro che sopravvivono al mare nella fuga dai loro paesi.

Recensione: Da quelle omeriche a quella della Morante, da Tommaso Moro a Swift, a Stevenson a Tournier, da sempre l’isola è stata metafora del ciclo della vita, di un mondo dove fantastico e reale possono convivere, o dove sofferenza e gioia possono per un  momento restare sospese  e l’uomo può difendersi grazie alla barriera creata dal mare. Non c’è molta musica nel film ma molti rumori,  non ci sono molti dialoghi ma volti, gesti, suoni; eppure una voce narrante c’è e non è possibile farne senza: due personaggi che danno vita ad una sorta di coro greco, il punto di vista del regista o dello spettatore a seconda degli eventi. In un paesaggio cupo, solitario a volte, dove tutto anche il tempo sembra dilatarsi, vivono Samuele un bambino di 12 anni ed il medico Pietro che cura gli abitanti e cerca di salvare coloro che arrivano dal mare: i corpi stipati nei barconi che a mano a mano “prendono forma”, sono vivi e morti, donne e uomini e bambini che sbarcano sull’isola. Splendido  film certo che a giusta ragione ha vinto l’Orso d’oro a Berlino. Ma non è un documentario, è un film, un’opera d’arte cinematografica: la realtà è modificata nel momento stesso in cui il regista sbarca e c’è una cinepresa. La bellissima e coinvolgente narrazione di Rosi, sente l’influenza di grandi registi come Scola e come Francesco Rosi ma l’effetto “tragedia” che sottilmente percorre il film, non gli permette di andare oltre, di guardare senza timori negli umori della gente, nei centri di accoglienza, nelle vittorie delle destre in Europa. Di “documentarsi” sul serio al di là di buonismi e “cattivismi”. E, teso ad evitare l’enfasi, cade nella trappola della commozione che prende tutti noi. Perché forse i bambini di Lampedusa non giocano più così tanto con la fionda, forse la Tv ha cambiato le regole dei giochi in Italia come nei paesi da cui provengono quelle persone disperate che guardano all’Europa come un’isola da favola. Perché  questo spaventoso esodo nasconde interessi politici ed economici che si alimentano della destabilizzazione perpetrata ai danni dei paesi del Vicino  Oriente  e dell’Africa. Forse; perché è necessario un metodo storico oltre un metodo narrativo per esaminare e verificare e offrire domande, ipotesi se non soluzioni. Ma è complicato riuscire a fare tutto ciò. Scrive Braudel: “se vogliano studiare i fatti sociali, così complessi nel loro insieme, non serviamoci dunque di una sola fonte di luce […] stiamo attenti a non semplificare troppo”.

M. P.

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