Giornata della memoria 27 gennaio 2015: “Vedi alla voce amore”

In occasione della Giornata della memoria, proponiamo la lettura del romanzo “Vedi alla voce amore” di D. Grossmann, scrittore e regista israeliano.Un viaggio fantastico nell’immane tragedia dell’Olocausto rivissuta attraverso la sensibilità dei protagonisti. Un mondo segnato dal dolore e dalla distruzione che cerca di reinventare con la forza dell’immaginazione la realtà della vita.

copertina grossmam

«L’arbitrio di una forza esterna che irrompe con violenza nella vita di un uomo, di un’anima, è il tema ricorrente in quasi ogni mio libro. In Vedi alla voce: amore era il nazismo». Con queste parole David Grossman fornisce la chiave di lettura di un romanzo complesso, di rara intensità, che ha come argomento l’olocausto. Nella prefazione, Paolo Mauri scrive: «L’enorme letteratura sull’Olocausto si può dividere, molto approssimativamente, in due grandi filoni: quello che mostra la Cosa e quello che, la Cosa, la interroga. Nel primo caso l’esibizione (ben diversa dalla fredda documentazione che, per esempio, si può vedere oggi in quelli che furono i lager) è simile alla pornografia. Si mostra l’orrore come si mostra la carne e il lettore si trasforma in un voyeur dell’orrore. […] Il secondo filone, [è] quello che la Cosa la interroga, senza tacerne i dettagli significativi, ma senza sentire il bisogno di mostrarla». In questo filone «la Cosa viene esplorata nella facce della gente, nelle parole: anch’esse così normali da far più orrore di un mostro vero e proprio; viene ricostruita nei ricordi dei superstiti (vittime e assassini), anch’essi così comuni e pieni – parlo delle vittime – di dolore e di lacrime da far pensare: ma come è potuto accadere così normalmente?»

 Vedi alla voce: amore appartiene certamente a questo secondo filone. Il romanzo è articolato in quattro grandi sezioni: nella prima si approfondisce il rapporto fra l’olocausto, come vissuto dai superstiti, e l’infanzia, i “figli dell’olocausto”. Nelle sezioni successive, il protagonista della prima sezione, il bambino Shlomo-Momik, cresciuto ricostruisce il pensiero di un grande scrittore ebreo da lui particolarmente ammirato-amato, Bruno Schulz, e poi, attraverso i racconti del nonno, a sua volta scrittore di fiabe per l’infanzia, si interroga sul senso e lo svolgersi dell’arbitrio della forza esterna rappresentata dal nazismo che, nel suo irrompere con violenza, condiziona e corrompe la vita dell’uomo: dell’uomo vittima, dell’uomo assassino, dell’uomo testimone, dell’uomo come espressione vivente dell’anima: l’olocausto.

Nella prima sezione Momik è il figlio dei coniugi Neumann, superstiti dell’olocausto immigrati in Israele. Come tutti i superstiti, si astengono, per pudore, per rabbia, per dolore, dal parlare di quel terribile periodo della loro vita, e meno che meno ne parlano con il figlio. Assieme ai due genitori di Momik, nell’ambiente di una Gerusalemme ancora povera, abitata da persone che negli anni della guerra hanno perso tutto, parenti, amici, beni, e che in questa città hanno trovato l’ultimo rifugio da una vita sconvolta, vivono diversi superstiti: alcuni sono stati capaci di ricostruirsi una parvenza di vita normale, come la famiglia di Momik, altri sono scivolati in una sottospecie di vita dove il ricordo cessa di avere contorni e si esprime solo con manifestazioni di dolore indistinto che soffocano il manifestarsi della ragione.

Momik è un ragazzo stimolato dalla curiosità. Le confuse allusioni che riesce a percepire nei discorsi degli adulti, riferite a un passato misterioso, mai esplicitamente nominato, lo spingono alla ricerca di una risposta. La sua giovanissima età, la sua innocenza non gli consentono di immaginare una realtà crudele, come l’esistenza dei lager, di campi di sterminio, della camere a gas, etc. Le ricostruzioni che riesce a concepire da indizi sporadici e mai esposti organicamente, hanno sempre qualche cosa di ingenuo, ma non approdano mai a una ricostruzione definitiva e soddisfacente. Ad esempio i numeri tatuati sul braccio dei genitori e di altri persone del quartiere stimolano in lui una ricerca matematica, la ricerca di un codice che spiegasse altri fattori misteriosi, come il significato di “Quel paese lì”, mai nominato, e dal quale molte delle persone del quartiere provenivano; oppure una misteriosa bestia, la “belva nazista” della quale si parlava con terrore tanto veniva considerata feroce e maledetta, e che Momik, con ingenue trovate, si industriava a far rivivere e sconfiggere in modo definitivo. Tutti questi “indizi” meritevoli di approfondimento, suscitavano in Momik il gusto di investigazione, con annotazioni su un apposito quaderno delle “scoperte” che credeva di avere raggiunto, e così via.

Quello che ne risulta è la consapevolezza che la tragedia dell’Olocausto irrompe nell’animo del bambino condizionandone pesantemente le valutazioni degli eventi futuri, e quindi scelte, sentimenti, comportamenti, etc. Domanda implicita: i bambini devono essere messi al corrente della tragedia dell’olocausto? E se sì, quale si pensa che possa essere la loro reazione e, soprattutto, l’influenza che questa conoscenza avrà sulla loro vita futura?

Nella seconda sezione Momik non è più un bambino, è uno scrittore che insegue il pensiero e l’opera di un suo mito, Bruno Schulz, un grande scrittore ebreo polacco ucciso nel getto di Drohobycz da un ufficiale nazista per far dispetto ad un altro ufficiale suo “nemico”. «E questo Felix Landau aveva un nemico – un altro ufficiale delle SS chiamato Karl Günther. E il diciannove novembre del millenovecento e quarantadue, all’angolo di via Czacky con via Mickiewicz, Karl Günther sparò a Bruno un colpo e poi – così dicono – andò da Landau e gli disse così: “Tu hai ammazzato il mio ebreo e io ora ho ammazzato il tuo”». L’orrore di questa espressione porta a concludere Shlomo che Bruno Schulz non sia morto; che egli sia fuggito da Drohobycz per arrivare fino a Danzica, per immergersi nel mare e unirsi a un folto gruppo di storioni, portandosi appresso il suo ultimo romanzo, Il Messia, del quale purtroppo non si è più trovata traccia. «I salmoni sono solo un viaggio rivestito di carne. Una morte a cui sono state attaccate pinne e vi sono incise due branchie e, oh che grande e variopinto ballo in maschera della morte!». Bruno, per Shlomo, è lo scrittore della vita e della disperazione: «Allora lo prendeva la tristezza, perché capiva che per loro stessa natura degli esseri umani non sono capaci di sentire che è stata data loro, una certa volta, la vita. Di sentirlo davvero, con un’acutezza e un’emozione primordiali. Quando è stata data loro la vita non erano stati capaci di comprendere il valore del dono, e dopo non si erano più affaticati a rifletterci su. E perciò sentono la vita solo nel suo lento rifluire dal loro corpo; sentono solo il proprio spegnersi, il proprio finire lento e sicuro. Dunque è un errore chiamarla “vita”».

Shlomo cerca in Shultz la risposta alle domande che la consapevolezza dell’olocausto gli pone. «Ci sono degli uomini che amano […], ci sono uomini che proprio dall’Olocausto hanno tratto la conclusione opposta. E non è forse vero che da quello che è successo lì si possono trarre tutte e due le conclusioni? E l’Olocausto giustifica in certo qual modo i due opposti approcci alla vita, no? E ci sono anche uomini che amano e perdonano e fanno del bene anche senza nessun rapporto con l’Olocausto. Senza pensarci giorno e notte». Ma non è in Schulz che le troverà. «…e il suo più grande desiderio fin da bambino, non era solo di scoprire un altro mondo, ma anche di scoprire un’altra lingua con la quale lui, Bruno, potesse descrivere quel mondo…». Le potrà trovare invece nelle fiabe che nonno Wasserman raccontava ai bambini.

Ayalah, per breve periodo sua amante, lo introduce nella stanza bianca del Yad Vashem il memoriale delle vittime ebree dell’olocausto. In quella stanza i ricordi, le voci, le sofferenze  irromperanno nella sua mente, si condenseranno nella figura del nonno Wasserman, il nonno che Momik aveva conosciuto da piccolo, superstite di ritorno “da quel paese lì”: personaggio privo di ogni possibile comunicazione con i circostanti,  e che parlando in continuazione fra sé, diceva cose per il bambino incomprensibili, e citava in continuazione una figura misteriosa, herrneigel, col quale sembrava avere rapporti a volte di sudditanza, a volte di conflitto, a volte di supremazia. Shlomo nella stanza bianca dà vita a nonno Wasserman, lo scrittore di storie per bambini, delle avventure della banda dei Ragazzi del Cuore che intervengono ovunque per risolvere torti, per aiutare i più deboli. Wasserman arriva al lager, vive il momento della selezione; vede la moglie incamminarsi per la himmelstrasse, la “via del cielo”, il percorso fra due file di ucraini assassini che la porterà alla camera a gas; vede la figlia uccisa a sangue freddo dal comandante del campo con un colpo di pistola, si sente strappare dal rito della selezione per essere condotto proprio dal comandante che gli ha ucciso la figlia, l’obersturmbannführer (tenente colonnello) Neigel, che lo ha riconosciuto come lo scrittore delle storie per bambini che egli, nella sua infanzia aveva letto e apprezzato. Wasserman, lo scrittore non può morire. Lo vietano le sue storie: lo scrittore non muore poiché non muoiono le sue opere, e ogni tentativo di ucciderlo fallisce. Neigel (Herr Neigel, lo appella Wasserman) vorrebbe riascoltare dalla sua voce quelle belle storie che lo avevano affascinato, le storie dei Ragazzi di Cuore. Neigel è un uomo tutto d’un pezzo, freddo, cinico, che esercita il suo ruolo di comandante senza provare alcun sentimento che gli hanno insegnato essere negativo, come compassione, indulgenza etc. Non ha amici, non ha distrazioni. Potremmo definirlo un assassino robotico. L’unica che gli pare di potersi concedere è quella di ascoltare dalla viva voce di Wasserman quelle belle storie che nell’infanzia lo avevamo tanto emozionato, la sera, dopo il lavoro, per distrarsi, ricaricare le batterie che il lavoro quotidiano via via gli fa scaricare. Wasserman accetta, all’inizio con riluttanza, poi intravede una strada che gli potrebbe consentire di entrare nell’animo di Neigel, forse capirne la logica mostruosa, forse ricuperare in lui quei sentimenti che le sue storie gli avevano a suo tempo, prima delle distorsioni provocate dall’appartenenza alle SS, suscitato.

Gli racconterà ancora la storia dei Ragazzi del Cuore, ma non dei ragazzi di allora. Da allora i ragazzi sono invecchiati, è passato molto tempo; la banda, disciolta per decenni, pian piano si ricostituisce; prima in una caverna di una miniera, poi allo zoo di Lvov. Ci sono ancora Otto Brieg, il capo con il suo carisma, c’è ancora Albert Fried, il medico, e via via tutti gli altri: Paola, la sorella di Otto e moglie di Fried; Aharon Markus l’intrigo dei sentimenti, Hannah Citrin la bellissima prostituta, Yedidiah Munin sessuomane, il prof. Sergej, l’inventore di due misteriose macchine: l’urlo, un intreccio di tubi ermeticamente sigillati, nei quali poteva essere immesso un urlo, che attraverso misteriosi giochi di sponda di echi veniva amplificato; l’altra, denominata il Prometeo, consistente in una circonferenza di 360 specchi tutti orientati verso il centro del cerchio, capaci di riflettere all’infinito nella varie proiezioni un’immagine, che alla fine si disfaceva, lasciando solo poche tracce sul terreno; il prestigiatore Herotion, che tuttavia disprezzava l’illusionismo e si illudeva di avere poteri soprannaturali; e altri ancora. Tutti, o molti di loro Shlomo li ricostruisce sulla base di ricordi dei vecchi che, nella sua infanzia, soleva incontrare lungo i vicoli del quartiere, seduti tutti a assieme a parlare con nonno Wasserman, ricostruendo momenti di una vita trascorsa e deformata dall’irruzione della violenza. A questi “ragazzi” invecchiati, che dopo anni di assenza avevano sentito il bisogno di rincontrarsi, Wasserman aggiunge un nuovo essere: un neonato, Kasik, che ha una particolarità: di crescere e invecchiare molto rapidamente in modo da compiere il ciclo vitale entro le 24 ore, passando nell’arco di minuti e di ore attraverso tutti i vortici nei quali la vita lo (ci) trascina.

Il racconto sembra interessare viepiù Neigel, che ne viene coinvolto, entrando spesso in discussione con le scelte di Wasserman. E mentre Wasserman racconta la storia, nel lager, visti attraverso il filtro di un occhio coinvolto, ma apparentemente distante, si svolgono gli orrori ben noti: lo sferragliare dell’arrivo dei treni carichi di vittime predestinate, l’apparente aspetto di stazione della banchina d’arrivo, con tanto di dolci esposti per ingannare i bambini, la tortura della selezione, il percorso della via del cielo fatto dagli ebrei “inutili”, la ferocia degli aguzzini ucraini al servizio dei nazisti, la funzione “rassicurante” di gruppi di ebrei, i cosiddetti “azzurri”, le loro periodiche sostituzioni – equivalenti a condanne a morte – da parte ed ad arbitrio del comandante, le uccisioni a sangue freddo di qualche ebreo che ha mostrato il coraggio di ribellarsi, e così via. Il tutto raccontato come se nel lager stessero avvenendo fatti di normale amministrazione, il cui orrore non sta nelle descrizioni e nelle immagini suscitate, ma nell’oggettiva quotidianità dei fatti. Quello che è al centro del racconto è tuttavia il rapporto sottile, coinvolgente, fra Wasserman con la sua storia e il comandante Neigel, rapporto che finisce di penetrare nel profondo del nazista, rivelando la possibilità che nella concezione fredda di un adesione ad una ideologia e ad un dovere da compiere che si è scelto, possa sorgere e introdursi uno sconvolgimento profondo (la contraddizione dei valori e della morale) che potrà essere risolto solo dal suicidio.

Il modo di raccontare di David Grossman è complesso. Non viene seguito alcun ordine cronologico, e neppure un ordine dettato dall’importanza o alla drammaticità degli eventi; bensì l’ordine è dettato dalle emozioni che si trasferiscono da un quadro all’altro del racconto, giungendo in questo modo, e molto gradualmente, a ricreare ambienti, personaggi con la loro psicologia, eventi nel loro svolgersi concreto. Le voci singole a volte sono voci narranti, a volte oggetto di scontro, a volte immagini della memoria: ma in diversi momenti, in diverse condizioni le voci si sovrappongono, facendo in questo modo emergere i fatti: quelli della storia, quelli della vita del lager, quelli della vita di Wasserman, e infine anche quelli della vita di Neigel.

Il suddividere in quattro sezioni il romanzo fa sì che i fatti narrati non conducano a un finale di storia. Momik esplora le conseguenze dell’olocausto senza conoscerne gli eventi, ma intuendone la violenza che irrompe nella vita dell’uomo. Shlomo cerca di capire il messaggio di Bruno Schulz non attraverso la sua morte, ma attraverso il suo viaggio con i salmoni nel mare, per risalire alle origini e quindi al significato della vita. Wasserman, con la sua storia vuole penetrare nell’animo dell’aguzzino scavando nell’orrore dell’olocausto del quale egli è un meccanismo determinante. L’ultima sezione conclude certamente tutti gli eventi cominciati nella sezione nella quale Wasserman comincia la sua storia; ma non li conclude secondo un ordine cronologico. Grossman per far questo ricorre a un trucco letterario: l’ultima sezione si presenta come una enciclopedia nella quale le voci da spiegare si succedono in ordine alfabetico. E ogni voce, spesso in collegamento con altre voci, porta a compimento il discorso, chiudendo così un cerchio iniziato, nella prima sezione, dal piccolo Momik.

Il libro è di una profondità straordinaria; l’olocausto è una tragedia che, partendo dall’orrore dei fatti nella loro bruta successione, riempie l’animo di interrogativi. La scrittura, costruita come per intrecciare numerosi fili che devono confluire in un’unità che si precisa via via, con il procedere degli eventi, è stata per me piuttosto faticosa. Ma pur con tutte le domande che la lettura solleva, e la difficoltà di capirne il senso, il libro non può essere considerato che un libro di enorme spessore umano e letterario”

(da www.dicoseunpo.it)

 

 

 

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