Gran Torino

 gran-torino

Regia: Clint Eastwood

Genere: Drammatico

Tipologia: Discriminazione, Adolescenza, Famiglia, Bullismo

Interpreti: Clint Eastwood, Bee Vang, John Carroll Lynch, Ahney Her

Origine: Stati Uniti

Anno: 2008

Trama: Walt Kowalski è un veterano della guerra in Corea, ex operaio della Ford, alle prese con un tumore ai polmoni. Alla morte della moglie, cacciati via i suoi familiari ‘biologici’ che avrebbero voluto confinarlo in una casa di riposo per prendersi casa, Walt, rozzo, brutale e razzista diventa ancora più misogino. Vive in un quartiere dove abitano immigrati di prima, seconda e anche terza generazione. Odia i suoi vicini di casa Hmong. Uno di loro il giovane Thao viene vessato da una banda di teppisti (tra cui il cugino) che vorrebbero coinvolgerlo nelle loro azioni criminali. Ma il ragazzo si rifiuta fino a quando, costretto, prova a rubare l’auto di Kowalski: una Gran Torino del 1972. L’uomo lo mette in fuga anche se cade malamente per terra. Dopo qualche giorno si ritrova però a difenderlo da quei teppisti. La famiglia del ragazzo e i vicini riconoscenti, lo riempiono di doni nonostante i suoi tentativi di rifiutarli. Difende suo malgrado anche Sue, la sorella di Thao, dall’assalto di alcuni ragazzi afroamericani. Lentamente si avvicinerà al ragazzo alla sua famiglia che conserva valori che la sua, d’origine, non ha più; lo aiuterà, gli darà consigli su come affrontare la vita. Ma la banda una notte assale la famiglia e violenta Sue. Quando Kowalski capirà che Thao sta preparando la sua vendetta, lo chiuderà in casa affronterà i teppisti facendo in modo di essere visto da tutto il vicinato: sacrificherà la sua vita, unico modo per far arrestare i criminali per omicidio e salvare Thao. All’apertura del testamento i suoi parenti rimarranno a bocca asciutta: Kowalski infatti lascerà la casa alla Chiesa come voleva la moglie, mentre il suo cane e la Gran Torino li donerà a Thao.

Recensione: Un giorno il regista Francesco Rosi mi raccontò del suo incontro con Clint in un albergo di Roma. Il cineasta americano lo aveva voluto incontrare per poi restare seduto ad osservarlo per molti  istanti senza parlare. Credo che questa immagine dia il senso di quanto il cinema statunitense abbia amato e preso dal nostro cinema. Gran Torino è un capolavoro nel suo offrire la riflessione su grandi temi con la semplicità della quotidianità, raccontando cioè storie di vita comune. Lo spettatore si trova di fronte un veterano abbastanza vecchio, abbastanza razzista, abbastanza misogino e irascibile, lui dal cognome inequivocabilmente non americano ha in bella mostra la bandiera americana davanti casa sua, traccia i confini invalicabili del suo giardino, in un quartiere dove vivono neri, cinesi, italiani, ecc. tiene a bada il ‘diverso’ con un fucile allontanando così anche l’idea della solitudine. Fino a quando viene adottato dalla famiglia hmong: si prenderà cura di quel ragazzo timido che in qualche modo avrà cura di lui del suo ricordo con il passaggio di testimone attraverso l’auto ed il suo fidato cane. Il film disegna la condizione dei giovani immigrati in USA, ricorda la storia dei Hmong dopo la guerra in Vietnam e nel Laos. Racconta la condizione delle città operaie americane alle prese con disoccupazione e la mancanza di alternative  che alimentano la criminalità giovanile soprattutto per quelli per i quali è difficile sentirsi parte di una società. Il lascito del personaggio così ben delineato da Eastwood è l’anelito verso l’immortalità, la pace con il mondo che poco gli offre nonostante lui abbia dato tanto come soldato e come operaio: la sua Gran Torino è la silenziosa testimone di una esistenza vissuta nel rispetto di una morale e di regole nelle quali un uomo ha creduto, spettatrice di un mondo che non può avere confini, una società che cambia che si ‘innesta’ e assesta per poi di nuovo ‘innestarsi’ la cui evoluzione nessun muro potrà mai fermare.

M.P.

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