I quattrocento colpi – Les Quatre cents coups

 I ragazzi del coro – Les Choristes              Regia:                      Christophe Barrattier Genere:                    Commedia Tipologia:                Disagio giovanile Interpreti:                Jean Baptiste Maunnier, Gerard Jugnot François Berléand,Maxence Perrin, Kad Merad,  Marie Bunel, Carole Weiss Origine:                   Francia Anno:                      2004   Trama: Il film è ambientato nella Francia alle soglie degli anni '50, nell'immediato dopo guerra (1949). Clément Mathieu è un compositore di musica in difficoltà e trova momentaneo lavoro in qualità di sorvegliante presso un istituto di rieducazione per bambini difficili. Il direttore Rachin è convinto che  gli ospiti dell'istituto sono bambini difficili e capiscono solo se puniti. La sua regola è: rigidità, punizioni, non dare mai alcuna giustificazione e spiegazione. Mathieu, invece, è convinto che instaurando con loro maggiore dialogo e comprensione può ottenere risultati migliori. Decide, anche, nella convinzione che la musica addolcisce gli animi, nonostante il dissenso del direttore, di formare un coro in cui tutti, intonati e stonati, possono avere un ruolo attivo o semplicemente di supporto. Mathieu, una sera sente cantare Pierre Morhange, uno dei bambini, tra i più difficili e ribelli, la canzone Vois sur ton chemin con voce angelica. Vince la sua ritrosia e lo convince a far parte del coro come voce solista. Il caso vuole che il maestro di musica, in assenza del direttore, lascia l'istituto incustodito che viene incendiato ed è licenziato.   Recensione: Les Choristes è un film francese del 2004. Candidato all’Oscar nel 2005, viene premiato come miglior film straniero. Il titolo italiano I ragazzi del coro è stato preso in prestito dal film statunitense del 1977, The Choirboys, diretto da Robert Aldrich e tratto dall'omonimo romanzo di Joseph Wambaug la cui trama nulla ha a che vedere con quello francese di Christophe Barrattier. Barrattier, oltre ad esserne il regista e sceneggiatore, ne ha curato insieme al musicista Bruno Colais anche le musiche. Egli  ambienta il suo film in un istituto di rieducazione per ragazzi difficili dal significativo e per niente positivo nome Le Fond de l'Etang ovvero il «fondo dello stagno», la «melma». Non è sicuramente nè il primo nè l’unico film ad occuparsi di ragazzi difficili ed affrontare il tema delle ferree regole imposte da istituzioni scolastiche, carceri minorili, riformatori puntualmente infrante da insegnanti di buon senso, comprensivi, capaci di far emergere dal profondo di quegli animi segnati dalla violenza e dalla umana indifferenza  quanto di meglio e di nobile, in modo latente, in essi è presente.     Il regista, infatti, si ispira ad un film francese del 1945 La Cage aux rossignols di Jean Dreville. Ma sono tanti altri quelli che, in contesti, accenti e risvolti diversi, si occupano dello stesso tema ad iniziare dall’ironico Zero in condotta di Jean Vigo del 1933 (considerato il capostipite della serie) per giungere a quelli più realistici e crudi del geniale François Truffaut  I quattrocento colpi (1959) e  Gli anni in tasca(1976) e quelli più recenti L’attimo fuggente (Peter Weir – 1989), Mr. Hollands opus (Stephen Herek – 1995), Goodbye Mr Chips (Herbert Ross – 1969),  Angeli ribelli, (Aisling Walsh – 2003), Mery per sempre (Marco Risi – 1989) ed altri ancora. In tutti questi film, diversi, come si è detto per ambientazione, trama e situazioni, si mette ben in evidenza che  le fond de l'etang, il fondo dello stagno, la melma della società se compresa e trattata con amore, se ben guidata a riconoscere in se stessa il buono e il bello, può esprimere le proprie potenzialità, migliorarsi, mutare la propria vita e il proprio futuro. L’arte, la poesia, la musica, se uniti all’affetto e alla comprensione, compiono quel miracolo che nessuna rigidità, nessuna regola, nessuna reclusione o pena possono produrre. Il film si snoda gradualmente in un lungo flash-back attraverso i ricordi di uno degli ospiti del famigerato Le Fond de l' Etang, Pierre Morhange, «faccia d’angelo», il più ribelle, colui che aveva collezionato il più gran numero di punizioni, ma anche colui che aveva una voce sublime e cantava come un usignolo. Morhange, tornato a vivere con la mamma, diventerà  musicista e famoso direttore d’orchestra. Ormai uomo maturo, dopo la morte dell’ anziana madre, a mettere in moto la macchina dei ricordi è un altro piccolo ospite, l’orfano Pépinot, che aspettava inutilmente ogni settimana dietro il cancello d’ingresso il sabato e la visita di un proprio caro. Pépinot gli consegna il diario che Clément Mathieu, insegnante di musica disoccupato che aveva trovato lavoro come sorvegliante nell’ istituto, teneva giornalmente. Il piccolo orfano, dopo che Mathieu è stato allontanato dal collegio, è andato a vivere con lui. Il film, diventa così, un crescendo di ricordi, di episodi dolci e amari della vita di quest’istituto, di  «azioni e reazioni», di atti, cioè, di disubbidienza e ribellione dettati dalla sofferenza cui corrispondevano reazioni di inaudita violenza punitiva. Ricordi,  minuziosamente trascritti, di insormontabili contrasti fra i metodi repressivi dell’ ambizioso direttore  Rachin e quelli più comprensivi e concilianti del sensibile, ma orgoglioso e paterno sorvegliante Mathieu. Una pagina di arte, di canto e di bella musica trasmessa attraverso il coro che quest’ultimo ha voluto e saputo con testardaggine, nonostante le ostilità, realizzare e che ha cambiato per sempre la vita di quei ragazzi nei cui sguardi percepiva, mentre cantavano, il desiderio di libertà e di costruirsi capanne  in cima agli alberi, tristi, per non poterlo fare.    I quattrocento colpi - Les Quatre cents coups    Regia: François Truffaut Genere: Drammatico Tipologia Diritti dei minori, Disagio giovanile, Il mondo della scuola Interpreti: Jean-Pierre Léaud, Claire Maurier, Alberte Rémy, Guy Decomble, François Truffaut Origine: Francia Anno: 1959   Trama: Antoine è un fanciullo di dodici anni nato fuori dal matrimonio prima che la madre si sposasse. La madre, anche da sposata non rinuncia a nuove relazioni extraconiugali e il marito continuamente le rinfaccia la vita che conduce, di averla sposata e di aver dato il proprio cognome al figlio. Antoine vive con disagio la situazione familiare, risente della mancanza dell'affetto materno e di una figura maschile di riferimento e, alla scuola, dove si sente incompreso e vive la condizione «di alunno difficile», preferisce la strada e gli amici, le sale cinematografiche e, spesso, marina le lezioni. E come atto di ribellione, comincia a girovagare per Parigi con il suo amico Renè, a spendere soldi e a vivere di piccoli furti. Ormai per la famiglia è diventato solo un peso, la responsabilità genitoriale non è più gestibile e, così, quando viene scoperto il furto della macchina da scrivere nell'ufficio del patrigno, è affidato ad un riformatorio. L'Istituto regala al ragazzo nuove sofferenze e umiliazioni e, Antoine, approfittando di un rallentamento della sorveglianza, evade. Non amato e indesiderato a casa, incompreso a scuola, punito e umiliato in riformatorio vuole essere libero, fuggire lontano da tutto e da tutti, da quel mondo ostile che lo circonda. Prima, però, vuole conoscere il mare che non ha mai visto e corre verso la spiaggia. Di fronte a quell'acqua sconfinata si sente per la prima volta felice e assapora il senso della vera libertà, immensa come il mare, ma, nel contempo, avverte anche lo sconcerto profondo dell'ignoto fatto di paura e disillusione.   Recensione: I quattrocento colpi è la storia di un ragazzino di dodici anni vittima della società, incompreso e maltrattato dai genitori, dagli insegnanti e dalla polizia. È il primo lungometraggio (palma d'oro a Cannes per la regia nel 1959) di François Truffaut (Parigi,1932 – Neuilly-sur.Seine, 1984) e l'inizio di quella che fu definita la «Nouvelle Vague», la nuova onda. Giovanissimo, Truffaut, si avvicinò al Cinema (suo vero, unico e grande sogno) e fu un convinto assertore della «politique des auteurs». Nel suo manifesto del 1958 invitava attori e registi a disertare gli studi e girare all'aperto; sostituire i dialoghi troppo rifiniti e troppo letterari con discorsi più naturali e spontanei, al limite dell'improvvisazione; abolire il divismo. Il titolo stesso racchiude il senso delle sue teorie e le vicende del film: «i quattrocento colpi» significa fare il diavolo a quattro, scardinare ogni ordine costituito, ribaltare consuetudini e comportamenti. Orfano di padre, Truffaut, visse fino all'età di otto anni con la nonna allorquando la madre e il padre adottivo lo accolsero molto a malincuore in casa dove visse la sua turbolente adolescenza fatta di inquietudine, trasgressioni, fughe, riformatorio. Nel film emergono tutti questi tratti biografici inconfondibili dell'infanzia dell'autore e del suo pensiero d'artista e cineasta: il suo mondo interiore tormentato, il desiderio di trasgressione, il conflitto tra adolescenti e adulti e istituzioni, l'amore per la libertà, la paura della solitudine e dell'ignoto, l'idea che la felicità è soltanto un effimero momento della vita, l'angoscia per la costrizione e la restrizione. Costrizione e restrizione ben focalizzati anche a livello spaziale. Antoine, a casa, dorme in un angolo ricavato nel sottoscala, a scuola è spesso in punizione dietro la lavagna, in questura gli viene negata la cella comune, in riformatorio gli viene impedita la visita dell'amico René. Il dualismo «chiuso-aperto», «restrizione-libertà» è sottolineato con amarezza nel finale del film, allorché il piccolo fuggitivo, si trova di fronte a quell'immensità di acqua marina a lungo sognata.    Mery per sempre      Regia:        Marco Risi Genere:     Drammatico Tipologia:  Disagio Giovanile, Il mondo della scuola Interpreti:  Claudio Amendola, Michele Placido, Alessandra Di Sanzo, Maurizio Prollo, Salvatore Termini,                  Alfredo Li Bassi, Francesco Benigno, Tony Sperandeo Origine:     Italia Anno:        1989   Trama: Marco Terzi è un giovane professore di Milano trasferitosi a Palermo per insegnare in un liceo della città. In attesa, accetta l'incarico nel carcere minorile Malaspina. L'impatto con gli allievi è particolarmente duro perché i ragazzi vedono in lui l'espressione del potere. Ognuno ha dietro di sé una storia amara: Natale, il più grande di età e il più incattivito, è stato condannato per l'omicidio dei killer del padre. Poi ci sono  Matteo, Giovanni, chiamato King Kong, Claudio, che è appena arrivato per un furto con scasso ad un negozio di abbigliamento, Pietro, arrestato dopo un lungo inseguimento nella Vucciria,  Mery, un transessuale che per soldi si prostituisce e che si innamora di lui e Antonio che, essendo diventato padre, andrà in permesso con il professore in un ospedale palermitano a conoscere il figlio. Le punizioni inflitte dalle guardie ai più recalcitranti, la pesante atmosfera di amarezza e disperazione gravano sui giovani reclusi. Terzi con metodi più umani e persuasivi riesce a conquistare i ragazzi non solo sul piano didattico, ma anche diventando loro amico al di fuori delle ore di lezione. Il direttore e le guardie di custodia, induriti anch'essi da quella vita, lo osteggiano e lo accusano di interessarsi indebitamente delle questioni interne al carcere. Due episodi sconvolgono il faticoso equilibrio raggiunto: il trasferimento di Claudio nell'istituto Filangieri di Napoli, dopo lo scontro e il ferimento di Carmelo che voleva possederlo e la fuga di Pietro che si rifugia a casa di Terzi e viene ucciso il giorno dopo durante una rapina effettuata con una pistola giocattolo. L'atmosfera, nel carcere, diventa ancora più repressiva, più tesa perché Mery, aveva denunciato il professore, che aveva rifiutato le sue avances, di aver contribuito alla fuga di Pietro. I ragazzi ritengono Terzi l'unico responsabile. Terzi è sconvolto, ma comprende che il suo posto è lì e quando arriva la lettera di trasferimento al liceo, la strappa.   Recensione: Mery per sempre è considerato giustamente un ritorno al neorealismo e non solo perché tutti gli attori ad eccezione di Placido e Amendola sono giovani presi dalla strada e che non hanno mai avuto esperienze cinematografiche, ma soprattutto perché prende in esame una realtà sociale cruda ed amara. Marco Risi ambienta il suo film nel carcere minorile Malaspina di Palermo, ma  per i temi che affronta, avrebbe potuto ambientarlo in qualsiasi altro carcere minorile di qualsiasi altra città italiana. Non è tanto, infatti, la Sicilia che egli vuole raccontare, quanto, invece, le condizioni delle carceri minorili, il degrado sociale e culturale da cui i giovani reclusi provengono, l'assenza di lavoro che li spinge a delinquere, le particolari situazioni familiari che non danno altre alternative e sbocchi di vita diversi se non il deviare e il carcere. Se si prendono in esame, infatti, le storie dei protagonisti si comprende quanto ciò sia vero. Prendi, ad esempio Natale. Da bambino, la mafia gli ha ucciso il padre. La subcultura in cui è vissuto gli ha imposto la vendetta e quindi l'omicidio, quindi il carcere, quindi un luogo che non riabilita, ma che deprime, violenta, annienta. Un luogo in cui la brutalità di coloro che sono addetti alla sorveglianza e alla rieducazione fa riemergere ogni forma di interiore fragilità e cattiveria. Prendi Pietro al quale sono stati negati l'infanzia, i banchi di scuola, i giochi con i coetanei nell'età più bella in cui si cresce e si apprende perché costretto a vivere in carcere con la madre reclusa. Prendi Mery, ragazzo transessuale, a cui nessuno ha mai spiegato che essere diversi è possibile e che non è necessario prostituirsi per vivere la propria sessualità. Non l'ha fatto la famiglia, non l'hanno fatto gli amici e la scuola, né, tantomeno l'ipocrita perbenismo di quei clienti che di notte approfittano del suo corpo a pagamento. Prendi Antonio, a cui, l'unica cosa bella che la durezza della vita ha donato sono la moglie ancora adolescente e il figlioletto appena nato. È con essi che il professor Terzi, insegnante di liceo, piovuto da Milano nella sua terra, in attesa del trasferimento, è costretto a condividere il suo percorso professionale in un luogo dove mai avrebbe voluto. Compito difficilissimo! Quei ragazzi, cresciuti nella violenza, reclusi in un carcere reso ancora più duro dalle angherie e dalle brutali punizioni delle guardie, gli mostrano ostilità, vedono in lui lo Stato patrigno, la legge lontana, astratta, strabica. Pian piano, però, dopo l'impatto shock, il professore si lascia coinvolgere dalle loro storie e si sforza di far comprendere che fuori da quelle mura ci può essere un'altra vita che non è solo violenza e che la normalità non è la delinquenza, ma la legalità, il rispetto reciproco e la democrazia. A fatica riesce a guadagnarsi la fiducia e la stima degli alunni, anche di quelli che inizialmente erano più restii e ostili. Ma sono, soprattutto il coraggio di Claudio di denunciare e di affrontare Carmelo che voleva violentarlo, la lezione sulla mafia mentre Natale tenta inutilmente di ridicolizzare Terzi segnandogli le braccia e il volto con un pennarello, la delazione di Mery e la tragica morte di Pietro a scuotere quella comunità e ad aprirla a nuovi scenari di speranza.      Mommy     Regia:                    Xavier Dolan Genere:                 Drammatico Tipologia               Disagio sociale, Disabilità Interpreti:              Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément Origine:                 Canada Anno:                     2014     Trama: Il film Mommy del giovanissimo regista canadese Xavier Dolan ha vinto il gran premio della giuria al festival del cinema di Cannes nel 2014 ex-equo con il grande Jean – Luc Codard. Racconta la storia difficile e conflittuale di Diane e suo figlio Steve. Diane è una giovane attraente vedova, energica e intraprendente, ma disoccupata e continuamente in cerca di lavoro, non in grado di accudire il figlio quindicenne con problemi mentali e improvvisi attacchi di violenza. Quasi per caso arriva in aiuto ai due Kyla, una vicina di casa, insegnante in aspettativa, misteriosa, balbuziente, timida, apparentemente impacciata. Vive anch'ella un trauma familiare non ben definito e forse causa della sua balbuzie e del suo comportamento remissivo. Kyla si offre per dare ripetizione al ragazzo. I tre si frequentano, si conoscono, si aiutano. Si istaura fra loro un rapporto di collaborazione, di fiducia e di equilibrio che dà un risvolto positivo alle loro vite e al loro futuro.   Recensione: Il film racconta la storia di una madre, di un figlio, di una vicina. Niente di male se la madre Diane, non fosse una giovane vedova ancora piacente, un po' volgare,  attaccabrighe, non sempre in grado di gestire  la sua esistenza e quella del figlio. Il figlio Steve, quindicenne, è malato mentale, violento, spesso costretto a ricoveri in istituti psichiatrici. Completa il trio  Kyla, la vicina, insegnante in aspettativa, balbuziente, remissiva, misteriosa. Dopo due anni dalla morte del marito, Diane è costretta a convivere con il figlio perché l'istituto dov'era ricoverato non può più tenerlo. Iniziano i problemi. Steve è incontrollabile, spesso violento. La madre, disoccupata, continuamente in cerca di lavoro. In aiuto giunge, inaspettatamente, Kyla che si offre per dare ripetizione all'esuberante Steve. I tre non hanno niente in comune. Troppo forti e in competizione i primi due, apparentemente troppo debole e lontana la terza. Man mano che il tempo passa, però, Kyla riesce a diventare punto di forza e di equilibrio del trio. I tre non si completano, ma stanno bene insieme, si aiutano vicendevolmente. Ciascuno, a suo modo, ha bisogno dell'altro: chiacchierano, discutono, ballano, cantano, bevono fumano. Si intravede nel futuro la speranza di una vita più tranquilla e serena. Non mancano momenti emozionanti, coinvolgenti, messi ben in evidenza dal giovanissimo e bravo regista canadese con una tecnica cinematografica personale e  inquadrature in primo piano. Scene assai significative per comprendere il difficile, ma anche tenero rapporto tra la madre e il figlio o quello di comprensione e di reciproco bisogno d'aiuto fra le due donne. Come quello, ad esempio, quando Steve tenta di zittire con violenza la madre, ma poi bacia la mano che le ricopre la bocca quasi a volerle comunicare un amore che altrimenti non saprebbe donarle; o quando al karaoke le dedica  “Vivo per lei” del grande Bocelli con voce stonata, ma profonda e appassionata  mentre lei è presa a flirtare col vicino di casa; o, ancora, quando si intuisce, attraverso i colloqui sempre più frequenti e confidenziali fra le due donne, che dietro la balbuzie e la remissività di Kyla c'è una fragilità familiare (marito e figlioletta) mai esplicitamente dichiarata.    Angeli ribelli – Song for a Raggy Boy   Regia:                    Aisling Walsh Genere:                  Drammatico Tipologia:               Disagio giovanile, Diritti umani, Il mondo della scuola Interpreti:               Iain Glen, Aidan Quinn, Marc Warren, Stuart Graham, Andrew  Origine:                  Irlanda Anno:                     2003  Trama: Scuola riformatorio di St. Jude, Irlanda, 1939. A gestirla preti cattolici disciplina ferrea e sadica. Unico insegnante laico è William Franklin da poco tornato dalla guerra civile di Spagna dove ha militato nelle file delle Brigate Internazionali e perduto la moglie vittima del franchismo.  Franklin insegna letteratura inglese, usa metodi meno coercitivi e ai numeri di matricola che contraddistinguono gli allievi usa i loro nomi di battesimo. Riesce a conquistare la loro fiducia e a coinvolgerli, soprattutto Liam, unico a saper leggere e scrivere e a cui dona dei testi di poesia di politici comunisti. I suoi metodi permissivi, sono, però, invisi al perfido prefetto fratello John. Il tredicenne Patrick subisce, nel bagno, abusi sessuali da fratello Mac assistente di John. Il ragazzo confessa l'accaduto ad un sacerdote, ma Mac sa della confessione e lo punisce con una gelida doccia  in piena notte. Gli atti di violenza continuano con sistematicità e quando John fustiga nel cortile della scuola, davanti a tutti, due compagni di classe, Liam osa ribellarsi apertamente al frate e chiede soccorso a Franklin che prontamente interviene per fermarlo. La vendetta non tarda ad arrivare. Il diabolico frate fa chiamare, durante le lezioni, il ragazzo e, nel refettorio, lo picchia selvaggiamente fino a farlo cadere per terra esanime. Mac, presente all'accaduto non regge a tanta malvagità e va in aula a chiamare il professore. Ma quando questi vi giunge, Liam è ormai in agonia e muore fra le sue braccia. Durante i funerali, livido di rabbia, Franklin aggredisce John e lo accusa di omicidio. John e Mac, per salvaguardare il riformatorio dallo scandalo, sono costretti a lasciare la scuola. Anche Franklin, per motivi opposti, decide di andarsene, ma quando Patrick recita una delle poesie da lui più amate si convince  a rimanere.  Recensione: Angeli ribelli, il cui titolo originale è Song for a raggy boy, letteralmente Ballata per un giovane straccione, è un film del 2003 diretto dalla regista  irlandese Aisling Walsh e tratto dal romanzo autobiografico di Patrick Galvin  basato, quindi, su fatti realmente accaduti.  Ē stato premiato in vari festival quali quelli di Copenaghen, Sundance, Edimburgo, Linea d' ombra di Salerno. Il film è ambientato in Irlanda nel riformatorio minorile maschile di St. Jude nell'anno 1939. L'anno in cui la Germania di Hitler invade la Polonia dando, così, inizio alla seconda guerra mondiale. Le incresciose vicende del St. Jude non hanno nulla da «invidiare» a un lager nazista e sono raccontate con cruda realtà e minuzia di particolari.  In questa realtà che rispecchia la cultura fascista e repressiva del primo '900 e che cozza terribilmente con gli insegnamenti sia evangelici che dell'Europa democratica, giunge William Franklin costretto a dover accettare un posto d'insegnante dopo aver combattuto contro le ingiustizie nella Spagna franchista e avervi perduto la moglie. Franklin è l'unico insegnante laico (e di fede socialista) in un collegio retto da preti, dove la disciplina è durissima e le punizioni verbali e corporali, le torture e gli abusi anche sessuali, sono consuetudine quotidiana e «normale». A queste aberrazioni si oppone Franklin iniziando a chiamare con il proprio nome quei bambini perduti, poveri e abbandonati, tanto simili a quelli descritti da Charles Dickens in Oliver Twist nell' Inghilterra dell'Ottocento. Instaura un rapporto di fiducia con i ragazzi e prova ad insegnar loro a leggere e scrivere e a far comprendere, attraverso la poesia, soprattutto l'amore per l'onestà, la giustizia e la dignità dell' uomo. William Franklin resta al St. Jude fino al 1944 quando si arruola nell'armata inglese per combattere in Normandia contro i tedeschi e dove, poco dopo, muore. Il film non ha avuto una critica positiva unanime soprattutto negli ambienti cattolici, imbarazzati dall'oscurantismo della Chiesa dell'epoca come riferisce la stessa regista [Cfr. Maria Pia Fusco, La Repubblica,31maggio 2004] «Abbiamo avuto qualche problema durante la preparazione, non ci hanno permesso di girare nei luoghi reali, ma grazie alle testimonianze abbiamo ricostruito il St. Jude com' era, da una parte la zona dei preti, accogliente e calda, sfarzo di icone religiose alle pareti, il ritratto di Franco accanto a quello di Pio XII, dall' altra lo squallore del cortile dove i ragazzi vengono puniti, frustati o battuti con materassi bagnati, il dormitorio gelido con i letti ammassati. Secondo la mentalità dell' epoca, era un modo anche questo di separare il bene dal male». Separazione che, nel finale del film, Walsh ha pensato simbolicamente di abbattere insieme al muro interno del cortile del riformatorio. Angeli ribelli è ritenuto, dalla critica, molto simile a Magdalene sisters di Peter Mullen, di solo un anno precedente, ma non gli è stato attribuito la stessa efficacia e la stessa forza espressiva. Senza entrare nella disputa stilistica, il film, oltre al disagio sociale, ai metodi coercitivi e agli abusi che i ragazzi dei vari St. Jude sono costretti a subire, anche oggi, nelle diverse realtà territoriali del pianeta, evidenzia che la scuola vera, la cultura  possono essere l'unico certo antidoto a qualsiasi tipo di aberrazioni. E non è sicuramente poco.

 

Regia: François Truffaut

Genere: Drammatico

Tipologia: Diritti dei minori, Disagio giovanile, Il mondo della scuola

Interpreti: Jean-Pierre Léaud, Claire Maurier, Alberte Rémy, Guy Decomble, François Truffaut

Origine: Francia

Anno: 1959

 

 

Trama: Antoine è un fanciullo di dodici anni nato fuori dal matrimonio prima che la madre si sposasse. La madre, anche da sposata non rinuncia a nuove relazioni extraconiugali e il marito continuamente le rinfaccia la vita che conduce, di averla sposata e di aver dato il proprio cognome al figlio.

Antoine vive con disagio la situazione familiare, risente della mancanza dell’affetto materno e di una figura maschile di riferimento e, alla scuola, dove si sente incompreso e vive la condizione «di alunno difficile», preferisce la strada e gli amici, le sale cinematografiche e, spesso, marina le lezioni. E come atto di ribellione, comincia a girovagare per Parigi con il suo amico Renè, a spendere soldi e a vivere di piccoli furti. Ormai per la famiglia è diventato solo un peso, la responsabilità genitoriale non è più gestibile e, così, quando viene scoperto il furto della macchina da scrivere nell’ufficio del patrigno, è affidato ad un riformatorio.

L’Istituto regala al ragazzo nuove sofferenze e umiliazioni e, Antoine, approfittando di un rallentamento della sorveglianza, evade.

Non amato e indesiderato a casa, incompreso a scuola, punito e umiliato in riformatorio vuole essere libero, fuggire lontano da tutto e da tutti, da quel mondo ostile che lo circonda. Prima, però, vuole conoscere il mare che non ha mai visto e corre verso la spiaggia. Di fronte a quell’acqua sconfinata si sente per la prima volta felice e assapora il senso della vera libertà, immensa come il mare, ma, nel contempo, avverte anche lo sconcerto profondo dell’ignoto fatto di paura e disillusione.

Recensione: I quattrocento colpi è la storia di un ragazzino di dodici anni vittima della società, incompreso e maltrattato dai genitori, dagli insegnanti e dalla polizia. È il primo lungometraggio (palma d’oro a Cannes per la regia nel 1959) di François Truffaut (Parigi,1932 – Neuilly-sur.Seine, 1984) e l’inizio di quella che fu definita la «Nouvelle Vague», la nuova onda.

Giovanissimo, Truffaut, si avvicinò al Cinema (suo vero, unico e grande sogno) e fu un convinto assertore della «politique des auteurs». Nel suo manifesto del 1958 invitava attori e registi a disertare gli studi e girare all’aperto; sostituire i dialoghi troppo rifiniti e troppo letterari con discorsi più naturali e spontanei, al limite dell’improvvisazione; abolire il divismo.

Il titolo stesso racchiude il senso delle sue teorie e le vicende del film: «i quattrocento colpi» significa fare il diavolo a quattro, scardinare ogni ordine costituito, ribaltare consuetudini e comportamenti.

Orfano di padre, Truffaut, visse fino all’età di otto anni con la nonna allorquando la madre e il padre adottivo lo accolsero molto a malincuore in casa dove visse la sua turbolente adolescenza fatta di inquietudine, trasgressioni, fughe, riformatorio.

Nel film emergono tutti questi tratti biografici inconfondibili dell’infanzia dell’autore e del suo pensiero d’artista e cineasta: il suo mondo interiore tormentato, il desiderio di trasgressione, il conflitto tra adolescenti e adulti e istituzioni, l’amore per la libertà, la paura della solitudine e dell’ignoto, l’idea che la felicità è soltanto un effimero momento della vita, l’angoscia per la costrizione e la restrizione. Costrizione e restrizione ben focalizzati anche a livello spaziale. Antoine, a casa, dorme in un angolo ricavato nel sottoscala, a scuola è spesso in punizione dietro la lavagna, in questura gli viene negata la cella comune, in riformatorio gli viene impedita la visita dell’amico René.

Il dualismo «chiuso-aperto», «restrizione-libertà» è sottolineato con amarezza nel finale del film, allorché il piccolo fuggitivo, si trova di fronte a quell’immensità di acqua marina a lungo sognata.

A. C.

 

 

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