IL DIRITTO ALLA MEMORIA

Un laboratorio teatrale sull’elaborazione del lutto, condotto da Michalis Traitsis

 

Venerdì 24 Ottobre: 10.00 – 14.00 e 15.00 – 19.00

Sabato 25 Ottobre: 9.00 – 13.30

Venerdi 7 Novembre: 10.00 – 14.00 e 15.00 – 19.00

Sabato 8 Novembre: 9.00 – 13.30

 

Centro Teatro Universitario di Ferrara (via Savonarola 19)

 

 diritti alla memoria

IL DIRITTO ALLA MEMORIA

«Siamo immortali finché qualcuno continuerà a farci vivere dentro di sé»

“Solo coloro che si tengono lontani dall’amore possono evitare la tristezza del lutto. L’importante è crescere, tramite il lutto, e rimanere vulnerabile all’amore.”

John Brantner

La morte è l’esperienza inconoscibile per antonomasia. Quello che noi possiamo conoscere è il lutto, anch’esso evento intimo difficilmente traducibile se non attraverso i codici con cui si apprende nella comunità a cui si appartiene. In alcuni paesi dell’Abruzzo montano, ad esempio, ogni volta che la campana suona a morto ciascuno inizia una serie di gesti che danno vita a un rito collettivo che serve ad accompagnare la famiglia del morto nelle settimane successive alla perdita. Per Freud, quello che viene definito il lavoro di lutto, è indispensabile per riacquistare un equilibrio, ma può solo iniziare dopo la fine delle fasi del rifiuto e della collera che avvengono successivamente alla perdita. Tutte fasi che, nei secoli, ciascun ambito sociale ha tradotto in ritualità funzionali.

Finché l’avvento della dimensione metropolitana non li ha svuotati di senso nel lavoro di disgregazione delle comunità umane che l’hanno preceduta. Oggi si vive e si muore da soli e l’elaborazione del lutto va riappresa come accade per le esperienze di rebirthing, di rinascita.

Ma la teatralità dell’elaborazione del lutto è evidente fin dai tempi della Grecia antica quando la comunanza tra vivi e morti si traduceva in un pasto comune che, via-via, ha preso le forme della memoria simbolica del pasto. Tracce di teatralità sono suggestive nei riti sardi di Su mortu mortu, la questua ambulante di cibo per le anime del purgatorio, nei lavori di Ernesto De Martino sul pianto rituale in Lucania, nelle foto col morto in uso nell’Italia meridionale, o, ancora, nei funerali di New Orleans accompagnati da sfrenati ritmi jazz.

Ricordare, ripetere, elaborare – le tre fasi del lavoro di elaborazione del lutto – sono di per sé una scansione per una messinscena teatrale che riesca ad allertare tutte le dimensioni, da quella emotiva a quella narrativa e simbolica, dell’individuo e del gruppo nell’intreccio delle dimensioni intima e pubblica, individuale e collettiva del lutto. Dalla comunanza tra morti e vivi fino alla liberazione, alla rigenerazione del sé nella separazione.

Momenti di lutto costellano l’esistenza e non necessariamente riguardano la perdita di una persona significativa. Si parla di elaborazione del lutto quando una relazione importante finisce, quando si lascia una casa di ricordi, quando finisce un sogno, un ideale, un lavoro.

A un lutto allude il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, con il doversi lasciare dietro tracce di infanzia così vivide da essere sovente doloroso separarsene. In ogni caso si tratta di riassestare e ridefinire identità, ruoli, sentimenti.

Esistono ricerche storiche che raccontano come le persone, dai messicani agli egiziani, abbiano sempre danzato per affrontare il lutto e esempi simili li troviamo anche in epoche assai remote, come il Medioevo.

Questo sostiene e conferma come le importanti esperienze di vita abbiano bisogno di rituali per non rimanere incomplete e irrisolte, abbiano bisogno di metafore e simboli che consentano di accedere ai propri, intimi, materiali interni senza soccombervi. E le fondamenta di un percorso teatrale prevedono proprio una continua ritualità e un immersione nel registro della metafora, che offre la possibilità di raccontarsi.

Nello spazio del teatro si può raccontare se stessi fingendo di parlare di altri; si può dialogare con i propri vissuti, persino con i più drammatici, essendo sostenuti dalla forza e dalla leggerezza del “far finta di”.

Il teatro si gioca tutto nella dimensione del “come se”, dove l’emergere dei vissuti è facilitato e protetto dalla metafora, dove – nell’esplorazione del personaggio – è possibile pensarsi come un’altra persona e ricercare nuove strategie.

In teatro è molto importante sviluppare la capacità di “entrare e uscire” da una situazione, da un personaggio e dunque da uno stato d’animo, per approcciarsi dunque a una continua possibilità di cambiamenti.

“Mettersi nei panni” di un personaggio, diverso dal mio modo di essere e di agire, richiede un “lavoro” su di sé, che parte dalla necessaria graduale consapevolezza di limiti e pregi personali e si esplica attraverso la valorizzazione di capacità e possibilità espressive talvolta “nascoste”, attraverso il mobilitare la propria, personale, resilienza.

Dentro l’arte teatrale risuona già di per se qualcosa di terapeutico.

L’arte teatrale offre l’opportunità di confrontarsi, viversi, vedersi all’interno di un gruppo, dove veicola affettività, conflitti, regole; di sostenere un dialogo continuo, a tratti armonico, a tratti conflittuale, fra comunicazione esterna e interna, di sostenere differenti registri, il linguaggio verbale e quello corporeo, nella ricerca continua di integrazione. Il gruppo è importante: non si è da soli, ti puoi rispecchiare nel dolore dell’altro, puoi vivere in modo collettivo la “morte”.

La dimensione teatrale mira a stimolare uno stato di benessere ed è particolarmente attenta al processo che l’individuo e il gruppo attraversa, riempiendolo dei propri contenuti, materiali, sogni, fantasmi, come quella terapeutica, per altre strade.

Il tempo e lo spazio del teatro sono scandite da una ritualità che, di volta in volta, si rinnova nel suo perpetuo riproporsi; e anche nel rito e nel mistero è possibile rintracciare una valenza terapeutica, cosi pure come nel cambiamento e nella scoperta di una poliedricità di personaggi, interni e esterni.

Uno dei paradigmi del teatro è il lavoro sul personaggio, meglio sarebbe dire sui personaggi con cui, di improvvisazione in improvvisazione, ci si trova a confrontarsi. Personaggi a volte amati, per desiderio o somiglianze, a volte odiati, per dissonanze o specchi.

Personaggi che ci sospingono, a tratti blandamente, a tratti ferocemente, a fare i conti con la complessità delle molteplici-personali-voci, tratti, sfumature, in una parola personalità.

E’ ampiamente riconosciuta in questo meccanismo teatrale una valenza terapeutica. I personaggi non abitano in un solo luogo, in un unico contesto, in uno stesso panorama.

Nel tempo del “qui e ora” abbracciano l’arco di un’esistenza ma, contemporaneamente, risiedono sempre altrove.

In un altrove che allude a un perenne viaggio esplorativo.

Anche in questo elemento è possibile rintracciare assonanze con un viaggio di scoperte, stazioni, porti, fermate, dirottamenti, arrivi.

Il personaggio deve imparare a osservarsi per conoscersi, ad ascoltarsi per esserci, a guardarsi intorno per prepararsi agli incontri.

Il personaggio varca una soglia, entra in scena, si espone, sfida e accetta il limite, si mette in gioco.

Ed anche questo rende al mezzo teatrale un implicito potere terapeutico.

Il teatro non può e non vuole eliminare il dolore, ma ha lo scopo di trasformarlo e di elevarlo, affinché possa avere la possibilità di immaginare altre vite possibili.

Il teatro non può e non vuole eliminare il dolore, ma, come la poesia, ha l’obiettivo di elevare la verticale del quotidiano, per permettere di vedere la realtà da altri punti di vista.

Obiettivi

Il laboratorio ha il fine di:

  • stimolare la conoscenza di sé, dell’altro, dello spazio che, nel fare comune, diventa l’habitat del gruppo.
    • esplorare le potenzialità comunicative del linguaggio non verbale.
    • potenziare le capacità di osservazione, ascolto, attenzione fra i soggetti coinvolti.
    • sperimentare la possibilità, per i partecipanti, di mettersi in gioco come protagonisti, artefici del proprio processo immaginativo e creativo.
    • Sviluppare atteggiamenti collaborativi e di fiducia negli altri.
  • Sviluppare coesione e orientamento al compito nell’ambito del lavoro di gruppo.

Programma

L’esperienza laboratoriale si incentrerà su:

  • Esercizi sulla percezione del proprio corpo: tensione, rilassamento, leggerezza, pesantezza.
  • Esercizi sulla percezione e gestione dello spazio individuale e in gruppo.
  • Esercizi di improvvisazione.
  • Esercizi sulla costruzione di sequenze di movimento individuali e collettive.
  • Esercizi sulla costruzione di un personaggio.
  • Esercizi sulla creazione di storie.

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