Il nome del figlio

Il nome del figlio

Regia: Francesca Archibugi

Genere: Commedia

Tipologia: Conflitto familiare

Interpreti: Alessandro Gassmann, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo, Micaela Ramazzotti

Origine: Italia

Anno: 2015

Trama: Storie di ultra quarantenni che a cena svelano e si svelano attraverso una sorta di deus ex machina interno: la beffa, la bugia. Paolo Pontecorvo e la moglie Simona sposati da poco tempo, aspettano un bambino. Paolo è  figlio di un parlamentare di sinistra, è  un uomo di successo e proviene da una famiglia colta con la quale ha avuto sempre rapporti contraddittori quasi a rinnegare le sue origini, beffardo e provocatorio. I due una sera si ritrovano, insieme ad un altro amico Claudio, a cena a casa della sorella di Paolo, Betta, e del marito Sandro professore universitario. I quattro sono insieme da sempre dall’adolescenza, si vogliono bene e si rispettano. Professori, musicisti, scrittrice, l’ambiente è quello colto intellettuale politicamente corretto, almeno così sembra. Simona e Paolo ad un certo punto svelano il nome che daranno al bambino che sta per nascere: Benito. Tutti restano per un momento ammutoliti, reagiscono pensando ad una ennesima provocazione di Paolo, ridono, credendo ad uno scherzo. Poi lentamente ognuno di loro prende le distanze dalla scelta, con veemenza: litigano, discutono. Simona l’unica ad essere entrata nel ‘clan’ da poco e anche la più giovane, non capisce cosa può esserci di sbagliato in quel nome e Eugenio l’apostrofa: “sei l’incarnazione della disfatta del nostro paese”. Il vaso di Pandora si scoperchia, il gioco al massacro inizia tra una portata, un’altra ed un cellulare che squilla… escono fuori vecchi rancori, verità tenute nascoste, un amore per esempio mai confessato, rabbie, ipocrisie mai rivelate, fino alla fine quando l’ammissione che era tutto uno scherzo e la nascita di una bambina rimetterà a posto gli equilibri persi nel tempo di una cena.

Recensione: Il film uscito qualche anno fa è l’adattamento di una pièce teatrale francese Le Prenom di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte; poi portata al cinema proprio dagli stessi autori e in Italia dalla Archibugi. Poteva intitolarsi anche: vizi privati e pubbliche virtù di coppie radical chic. E’, come afferma anche la regista, “il ritratto di cinque esseri umani in un momento irripetibile della loro vita”. Bello, sceneggiatura perfetta, la splendida canzone di Dalla Telefonami tra vent’anni come leit motiv, bravissimi gli attori che restano strutture portanti della pellicola da Gassmann alla Golino. C’è di tutto: c’è la cena, il cellulare, l’intellighenzia  di sinistra che twitta e chiama i figli Pin e Scintilla, c’è l’intellettuale di origini proletarie, personaggi che alla fine lo spettatore scopre essere drammaticamente conformisti e politicamente scorretti. Egocentrici ed egoisti concentrati su di loro e sui loro bisogni individuali, perbenisti ed arraffoni, pronti a sparare a zero su chiunque possa sembrare altro. Claudio osserva gli amici,  li accusa: “Voi siete così, alla fine vi annoiano tutti, non vi piace nessuno”. La macchina da presa gira  velocemente intorno alla tavola, una ronde, un girotondo che sembra quasi inseguire gli sguardi, le parole dei personaggi scoprendoli di profilo, nel gioco di una penombra quasi caravaggesca che rimanda lo spettatore alla loro ambiguità, alla banalità dei loro luoghi comuni. “Tu pensi che io sono omosessuale?” Chiede sempre Claudio? Gli risponde un po’ tutto il gruppo: “Fai le torte… ascolti Maria Callas”. Colpisce l’ambiente: la casa di un professore con più di cinquemila libri che fanno da cornice semibuia al racconto; colpiscono i colori. Perché mentre nel film Perfetti sconosciuti (che prende moltissimo da questa commedia) il colore della fotografia è freddo, livido sui toni grigio-blu, qui i colori sono più caldi, giallo ocra, marrone, ma non comunicano passione; è forse lo sguardo più pietoso della Archibugi rispetto allo sguardo di Paolo Genovese sui suoi personaggi. Un altro elemento da tener presente quando si guarda il film è proprio la cena. La tavola, il luogo di condivisione per eccellenza, intorno al quale si dovrebbe tradere, passare informazioni, sapienze, cultura, amore, diventa invece lo spazio intorno al quale si scatena l’odio, l’ira funesta delle frustrazioni, delle contraddizioni, per poi arrivare alla perdita del senso dello stare insieme, alla constatazione che la famiglia così come la conosciamo, così come si è evoluta nei secoli, crogiolo di tradizione, di sicurezze, di affetti, ma anche di violenza, di abbandoni, di interessi economici, la famiglia  sta cambiando, mentre l’impegno politico e culturale mostra la sua fragilità. La cena di Trimalcione, nel cinema si trasforma ne La terrazza di Scola, nella scena del pranzo de Una vita difficile con Alberto Sordi e Lea Massari, fino a Perfetti sconosciuti. Ma ancora c’è bisogno forse di tempo, per andare oltre: nella commedia italiana contemporanea, si ride, si pensa, però manca sempre qualcosa, un quid che permetterebbe alla nostra commedia di tornare ad essere sferzante, dissacrante, irriverente, tragica forse, ma possente perché, travalicando i rapporti interpersonali, racconterebbe come hanno fatto Monicelli, Risi, Scola, ecc. la deriva sociale e culturale di un Paese ma anche la possibilità di una sua rivalsa.

M. P.

Social tagging: > > > > > >

Comments are closed.