Istituzionalizzazione

destino

 

 

 

 

 

 

 

 

ABBANDONATA DAL DESTINO

• REGISTA: Peter Levin.

• GENERE: drammatico.

• PAESE DI PRODUZIONE: USA.

• ANNO: 2005.

• DURATA: 104 minuti.

• COLORE: colore.

•ATTORI PRINCIPALI: Thora Birch, Michael Riley, Robert Bockstael, Makyla Smith, Kelly Lynch, Jennifer Pisana.

• TRAMA: La vera storia di Liz Murray raccontata da Peter Levin.

Liz Murray, figlia di tossicodipendenti, cresciuta in un contesto familiare squallido e degradato, si ritrova a dover affrontare da sola la vita in un istituto per minori dove non otterrà tutela e protezione, ma altri maltrattamenti e disinteresse nei suoi confronti. La giovane Liz si accorge ben presto di possedere un’intelligenza ben al di sopra della media e grazie alla sua voglia di riscatto e alla sua forza di volontà riesce ad aprirsi le porte di una delle più grandi e celebri università americane, Harvard.

Film toccante che riesce a raccontare una storia difficile che ha come tema centrale la voglia di misurarsi con la vita e di andare contro le avversità che ci può riservare il destino. Nel corso del film, il filo conduttore è individuato nel forte legame tra madre e figlia che, benché deleterio per lo sviluppo di una bambina a causa della tossicodipendenza della prima, rappresenta l’unico punto di forza che condurrà la protagonista ad una continua ricerca di una vita serena e soddisfacente. “Abbandonata dal destino” è un film crudo, che racconta come, nonostante le avversità della vita, la forza d’animo e la determinazione possano essere qualità valide per potersi realizzare in una società piena di ostilità.

 

I ragazzi del coro – Les Choristes Regia: Christophe Barrattier Genere: Commedia Tipologia: Disagio giovanile Interpreti: Jean Baptiste Maunnier, Gerard Jugnot François Berléand,Maxence Perrin, Kad Merad, Marie Bunel, Carole Weiss Origine: Francia Anno: 2004 Trama: Il film è ambientato nella Francia alle soglie degli anni '50, nell'immediato dopo guerra (1949). Clément Mathieu è un compositore di musica in difficoltà e trova momentaneo lavoro in qualità di sorvegliante presso un istituto di rieducazione per bambini difficili. Il direttore Rachin è convinto che gli ospiti dell'istituto sono bambini difficili e capiscono solo se puniti. La sua regola è: rigidità, punizioni, non dare mai alcuna giustificazione e spiegazione. Mathieu, invece, è convinto che instaurando con loro maggiore dialogo e comprensione può ottenere risultati migliori. Decide, anche, nella convinzione che la musica addolcisce gli animi, nonostante il dissenso del direttore, di formare un coro in cui tutti, intonati e stonati, possono avere un ruolo attivo o semplicemente di supporto. Mathieu, una sera sente cantare Pierre Morhange, uno dei bambini, tra i più difficili e ribelli, la canzone Vois sur ton chemin con voce angelica. Vince la sua ritrosia e lo convince a far parte del coro come voce solista. Il caso vuole che il maestro di musica, in assenza del direttore, lascia l'istituto incustodito che viene incendiato ed è licenziato. Recensione: Les Choristes è un film francese del 2004. Candidato all’Oscar nel 2005, viene premiato come miglior film straniero. Il titolo italiano I ragazzi del coro è stato preso in prestito dal film statunitense del 1977, The Choirboys, diretto da Robert Aldrich e tratto dall'omonimo romanzo di Joseph Wambaug la cui trama nulla ha a che vedere con quello francese di Christophe Barrattier. Barrattier, oltre ad esserne il regista e sceneggiatore, ne ha curato insieme al musicista Bruno Colais anche le musiche. Egli ambienta il suo film in un istituto di rieducazione per ragazzi difficili dal significativo e per niente positivo nome Le Fond de l'Etang ovvero il «fondo dello stagno», la «melma». Non è sicuramente nè il primo nè l’unico film ad occuparsi di ragazzi difficili ed affrontare il tema delle ferree regole imposte da istituzioni scolastiche, carceri minorili, riformatori puntualmente infrante da insegnanti di buon senso, comprensivi, capaci di far emergere dal profondo di quegli animi segnati dalla violenza e dalla umana indifferenza quanto di meglio e di nobile, in modo latente, in essi è presente. Il regista, infatti, si ispira ad un film francese del 1945 La Cage aux rossignols di Jean Dreville. Ma sono tanti altri quelli che, in contesti, accenti e risvolti diversi, si occupano dello stesso tema ad iniziare dall’ironico Zero in condotta di Jean Vigo del 1933 (considerato il capostipite della serie) per giungere a quelli più realistici e crudi del geniale François Truffaut I quattrocento colpi (1959) e Gli anni in tasca(1976) e quelli più recenti L’attimo fuggente (Peter Weir – 1989), Mr. Hollands opus (Stephen Herek – 1995), Goodbye Mr Chips (Herbert Ross – 1969), Angeli ribelli, (Aisling Walsh – 2003), Mery per sempre (Marco Risi – 1989) ed altri ancora. In tutti questi film, diversi, come si è detto per ambientazione, trama e situazioni, si mette ben in evidenza che le fond de l'etang, il fondo dello stagno, la melma della società se compresa e trattata con amore, se ben guidata a riconoscere in se stessa il buono e il bello, può esprimere le proprie potenzialità, migliorarsi, mutare la propria vita e il proprio futuro. L’arte, la poesia, la musica, se uniti all’affetto e alla comprensione, compiono quel miracolo che nessuna rigidità, nessuna regola, nessuna reclusione o pena possono produrre. Il film si snoda gradualmente in un lungo flash-back attraverso i ricordi di uno degli ospiti del famigerato Le Fond de l' Etang, Pierre Morhange, «faccia d’angelo», il più ribelle, colui che aveva collezionato il più gran numero di punizioni, ma anche colui che aveva una voce sublime e cantava come un usignolo. Morhange, tornato a vivere con la mamma, diventerà musicista e famoso direttore d’orchestra. Ormai uomo maturo, dopo la morte dell’ anziana madre, a mettere in moto la macchina dei ricordi è un altro piccolo ospite, l’orfano Pépinot, che aspettava inutilmente ogni settimana dietro il cancello d’ingresso il sabato e la visita di un proprio caro. Pépinot gli consegna il diario che Clément Mathieu, insegnante di musica disoccupato che aveva trovato lavoro come sorvegliante nell’ istituto, teneva giornalmente. Il piccolo orfano, dopo che Mathieu è stato allontanato dal collegio, è andato a vivere con lui. Il film, diventa così, un crescendo di ricordi, di episodi dolci e amari della vita di quest’istituto, di «azioni e reazioni», di atti, cioè, di disubbidienza e ribellione dettati dalla sofferenza cui corrispondevano reazioni di inaudita violenza punitiva. Ricordi, minuziosamente trascritti, di insormontabili contrasti fra i metodi repressivi dell’ ambizioso direttore Rachin e quelli più comprensivi e concilianti del sensibile, ma orgoglioso e paterno sorvegliante Mathieu. Una pagina di arte, di canto e di bella musica trasmessa attraverso il coro che quest’ultimo ha voluto e saputo con testardaggine, nonostante le ostilità, realizzare e che ha cambiato per sempre la vita di quei ragazzi nei cui sguardi percepiva, mentre cantavano, il desiderio di libertà e di costruirsi capanne in cima agli alberi, tristi, per non poterlo fare.   I quattrocento colpi - Les Quatre cents coups Regia: François Truffaut Genere: Drammatico Tipologia Diritti dei minori, Disagio giovanile, Il mondo della scuola Interpreti: Jean-Pierre Léaud, Claire Maurier, Alberte Rémy, Guy Decomble, François Truffaut Origine: Francia Anno: 1959 Trama: Antoine è un fanciullo di dodici anni nato fuori dal matrimonio prima che la madre si sposasse. La madre, anche da sposata non rinuncia a nuove relazioni extraconiugali e il marito continuamente le rinfaccia la vita che conduce, di averla sposata e di aver dato il proprio cognome al figlio. Antoine vive con disagio la situazione familiare, risente della mancanza dell'affetto materno e di una figura maschile di riferimento e, alla scuola, dove si sente incompreso e vive la condizione «di alunno difficile», preferisce la strada e gli amici, le sale cinematografiche e, spesso, marina le lezioni. E come atto di ribellione, comincia a girovagare per Parigi con il suo amico Renè, a spendere soldi e a vivere di piccoli furti. Ormai per la famiglia è diventato solo un peso, la responsabilità genitoriale non è più gestibile e, così, quando viene scoperto il furto della macchina da scrivere nell'ufficio del patrigno, è affidato ad un riformatorio. L'Istituto regala al ragazzo nuove sofferenze e umiliazioni e, Antoine, approfittando di un rallentamento della sorveglianza, evade. Non amato e indesiderato a casa, incompreso a scuola, punito e umiliato in riformatorio vuole essere libero, fuggire lontano da tutto e da tutti, da quel mondo ostile che lo circonda. Prima, però, vuole conoscere il mare che non ha mai visto e corre verso la spiaggia. Di fronte a quell'acqua sconfinata si sente per la prima volta felice e assapora il senso della vera libertà, immensa come il mare, ma, nel contempo, avverte anche lo sconcerto profondo dell'ignoto fatto di paura e disillusione. Recensione: I quattrocento colpi è la storia di un ragazzino di dodici anni vittima della società, incompreso e maltrattato dai genitori, dagli insegnanti e dalla polizia. È il primo lungometraggio (palma d'oro a Cannes per la regia nel 1959) di François Truffaut (Parigi,1932 – Neuilly-sur.Seine, 1984) e l'inizio di quella che fu definita la «Nouvelle Vague», la nuova onda. Giovanissimo, Truffaut, si avvicinò al Cinema (suo vero, unico e grande sogno) e fu un convinto assertore della «politique des auteurs». Nel suo manifesto del 1958 invitava attori e registi a disertare gli studi e girare all'aperto; sostituire i dialoghi troppo rifiniti e troppo letterari con discorsi più naturali e spontanei, al limite dell'improvvisazione; abolire il divismo. Il titolo stesso racchiude il senso delle sue teorie e le vicende del film: «i quattrocento colpi» significa fare il diavolo a quattro, scardinare ogni ordine costituito, ribaltare consuetudini e comportamenti. Orfano di padre, Truffaut, visse fino all'età di otto anni con la nonna allorquando la madre e il padre adottivo lo accolsero molto a malincuore in casa dove visse la sua turbolente adolescenza fatta di inquietudine, trasgressioni, fughe, riformatorio. Nel film emergono tutti questi tratti biografici inconfondibili dell'infanzia dell'autore e del suo pensiero d'artista e cineasta: il suo mondo interiore tormentato, il desiderio di trasgressione, il conflitto tra adolescenti e adulti e istituzioni, l'amore per la libertà, la paura della solitudine e dell'ignoto, l'idea che la felicità è soltanto un effimero momento della vita, l'angoscia per la costrizione e la restrizione. Costrizione e restrizione ben focalizzati anche a livello spaziale. Antoine, a casa, dorme in un angolo ricavato nel sottoscala, a scuola è spesso in punizione dietro la lavagna, in questura gli viene negata la cella comune, in riformatorio gli viene impedita la visita dell'amico René. Il dualismo «chiuso-aperto», «restrizione-libertà» è sottolineato con amarezza nel finale del film, allorché il piccolo fuggitivo, si trova di fronte a quell'immensità di acqua marina a lungo sognata.   Mery per sempre Regia: Marco Risi Genere: Drammatico Tipologia: Disagio Giovanile, Il mondo della scuola Interpreti: Claudio Amendola, Michele Placido, Alessandra Di Sanzo, Maurizio Prollo, Salvatore Termini, Alfredo Li Bassi, Francesco Benigno, Tony Sperandeo Origine: Italia Anno: 1989 Trama: Marco Terzi è un giovane professore di Milano trasferitosi a Palermo per insegnare in un liceo della città. In attesa, accetta l'incarico nel carcere minorile Malaspina. L'impatto con gli allievi è particolarmente duro perché i ragazzi vedono in lui l'espressione del potere. Ognuno ha dietro di sé una storia amara: Natale, il più grande di età e il più incattivito, è stato condannato per l'omicidio dei killer del padre. Poi ci sono Matteo, Giovanni, chiamato King Kong, Claudio, che è appena arrivato per un furto con scasso ad un negozio di abbigliamento, Pietro, arrestato dopo un lungo inseguimento nella Vucciria, Mery, un transessuale che per soldi si prostituisce e che si innamora di lui e Antonio che, essendo diventato padre, andrà in permesso con il professore in un ospedale palermitano a conoscere il figlio. Le punizioni inflitte dalle guardie ai più recalcitranti, la pesante atmosfera di amarezza e disperazione gravano sui giovani reclusi. Terzi con metodi più umani e persuasivi riesce a conquistare i ragazzi non solo sul piano didattico, ma anche diventando loro amico al di fuori delle ore di lezione. Il direttore e le guardie di custodia, induriti anch'essi da quella vita, lo osteggiano e lo accusano di interessarsi indebitamente delle questioni interne al carcere. Due episodi sconvolgono il faticoso equilibrio raggiunto: il trasferimento di Claudio nell'istituto Filangieri di Napoli, dopo lo scontro e il ferimento di Carmelo che voleva possederlo e la fuga di Pietro che si rifugia a casa di Terzi e viene ucciso il giorno dopo durante una rapina effettuata con una pistola giocattolo. L'atmosfera, nel carcere, diventa ancora più repressiva, più tesa perché Mery, aveva denunciato il professore, che aveva rifiutato le sue avances, di aver contribuito alla fuga di Pietro. I ragazzi ritengono Terzi l'unico responsabile. Terzi è sconvolto, ma comprende che il suo posto è lì e quando arriva la lettera di trasferimento al liceo, la strappa. Recensione: Mery per sempre è considerato giustamente un ritorno al neorealismo e non solo perché tutti gli attori ad eccezione di Placido e Amendola sono giovani presi dalla strada e che non hanno mai avuto esperienze cinematografiche, ma soprattutto perché prende in esame una realtà sociale cruda ed amara. Marco Risi ambienta il suo film nel carcere minorile Malaspina di Palermo, ma per i temi che affronta, avrebbe potuto ambientarlo in qualsiasi altro carcere minorile di qualsiasi altra città italiana. Non è tanto, infatti, la Sicilia che egli vuole raccontare, quanto, invece, le condizioni delle carceri minorili, il degrado sociale e culturale da cui i giovani reclusi provengono, l'assenza di lavoro che li spinge a delinquere, le particolari situazioni familiari che non danno altre alternative e sbocchi di vita diversi se non il deviare e il carcere. Se si prendono in esame, infatti, le storie dei protagonisti si comprende quanto ciò sia vero. Prendi, ad esempio Natale. Da bambino, la mafia gli ha ucciso il padre. La subcultura in cui è vissuto gli ha imposto la vendetta e quindi l'omicidio, quindi il carcere, quindi un luogo che non riabilita, ma che deprime, violenta, annienta. Un luogo in cui la brutalità di coloro che sono addetti alla sorveglianza e alla rieducazione fa riemergere ogni forma di interiore fragilità e cattiveria. Prendi Pietro al quale sono stati negati l'infanzia, i banchi di scuola, i giochi con i coetanei nell'età più bella in cui si cresce e si apprende perché costretto a vivere in carcere con la madre reclusa. Prendi Mery, ragazzo transessuale, a cui nessuno ha mai spiegato che essere diversi è possibile e che non è necessario prostituirsi per vivere la propria sessualità. Non l'ha fatto la famiglia, non l'hanno fatto gli amici e la scuola, né, tantomeno l'ipocrita perbenismo di quei clienti che di notte approfittano del suo corpo a pagamento. Prendi Antonio, a cui, l'unica cosa bella che la durezza della vita ha donato sono la moglie ancora adolescente e il figlioletto appena nato. È con essi che il professor Terzi, insegnante di liceo, piovuto da Milano nella sua terra, in attesa del trasferimento, è costretto a condividere il suo percorso professionale in un luogo dove mai avrebbe voluto. Compito difficilissimo! Quei ragazzi, cresciuti nella violenza, reclusi in un carcere reso ancora più duro dalle angherie e dalle brutali punizioni delle guardie, gli mostrano ostilità, vedono in lui lo Stato patrigno, la legge lontana, astratta, strabica. Pian piano, però, dopo l'impatto shock, il professore si lascia coinvolgere dalle loro storie e si sforza di far comprendere che fuori da quelle mura ci può essere un'altra vita che non è solo violenza e che la normalità non è la delinquenza, ma la legalità, il rispetto reciproco e la democrazia. A fatica riesce a guadagnarsi la fiducia e la stima degli alunni, anche di quelli che inizialmente erano più restii e ostili. Ma sono, soprattutto il coraggio di Claudio di denunciare e di affrontare Carmelo che voleva violentarlo, la lezione sulla mafia mentre Natale tenta inutilmente di ridicolizzare Terzi segnandogli le braccia e il volto con un pennarello, la delazione di Mery e la tragica morte di Pietro a scuotere quella comunità e ad aprirla a nuovi scenari di speranza.   Mommy Regia: Xavier Dolan Genere: Drammatico Tipologia Disagio sociale, Disabilità Interpreti: Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément Origine: Canada Anno: 2014 Trama: Il film Mommy del giovanissimo regista canadese Xavier Dolan ha vinto il gran premio della giuria al festival del cinema di Cannes nel 2014 ex-equo con il grande Jean – Luc Codard. Racconta la storia difficile e conflittuale di Diane e suo figlio Steve. Diane è una giovane attraente vedova, energica e intraprendente, ma disoccupata e continuamente in cerca di lavoro, non in grado di accudire il figlio quindicenne con problemi mentali e improvvisi attacchi di violenza. Quasi per caso arriva in aiuto ai due Kyla, una vicina di casa, insegnante in aspettativa, misteriosa, balbuziente, timida, apparentemente impacciata. Vive anch'ella un trauma familiare non ben definito e forse causa della sua balbuzie e del suo comportamento remissivo. Kyla si offre per dare ripetizione al ragazzo. I tre si frequentano, si conoscono, si aiutano. Si istaura fra loro un rapporto di collaborazione, di fiducia e di equilibrio che dà un risvolto positivo alle loro vite e al loro futuro. Recensione: Il film racconta la storia di una madre, di un figlio, di una vicina. Niente di male se la madre Diane, non fosse una giovane vedova ancora piacente, un po' volgare, attaccabrighe, non sempre in grado di gestire la sua esistenza e quella del figlio. Il figlio Steve, quindicenne, è malato mentale, violento, spesso costretto a ricoveri in istituti psichiatrici. Completa il trio Kyla, la vicina, insegnante in aspettativa, balbuziente, remissiva, misteriosa. Dopo due anni dalla morte del marito, Diane è costretta a convivere con il figlio perché l'istituto dov'era ricoverato non può più tenerlo. Iniziano i problemi. Steve è incontrollabile, spesso violento. La madre, disoccupata, continuamente in cerca di lavoro. In aiuto giunge, inaspettatamente, Kyla che si offre per dare ripetizione all'esuberante Steve. I tre non hanno niente in comune. Troppo forti e in competizione i primi due, apparentemente troppo debole e lontana la terza. Man mano che il tempo passa, però, Kyla riesce a diventare punto di forza e di equilibrio del trio. I tre non si completano, ma stanno bene insieme, si aiutano vicendevolmente. Ciascuno, a suo modo, ha bisogno dell'altro: chiacchierano, discutono, ballano, cantano, bevono fumano. Si intravede nel futuro la speranza di una vita più tranquilla e serena. Non mancano momenti emozionanti, coinvolgenti, messi ben in evidenza dal giovanissimo e bravo regista canadese con una tecnica cinematografica personale e inquadrature in primo piano. Scene assai significative per comprendere il difficile, ma anche tenero rapporto tra la madre e il figlio o quello di comprensione e di reciproco bisogno d'aiuto fra le due donne. Come quello, ad esempio, quando Steve tenta di zittire con violenza la madre, ma poi bacia la mano che le ricopre la bocca quasi a volerle comunicare un amore che altrimenti non saprebbe donarle; o quando al karaoke le dedica “Vivo per lei” del grande Bocelli con voce stonata, ma profonda e appassionata mentre lei è presa a flirtare col vicino di casa; o, ancora, quando si intuisce, attraverso i colloqui sempre più frequenti e confidenziali fra le due donne, che dietro la balbuzie e la remissività di Kyla c'è una fragilità familiare (marito e figlioletta) mai esplicitamente dichiarata.   Angeli ribelli – Song for a Raggy Boy Regia: Aisling Walsh Genere: Drammatico Tipologia: Disagio giovanile, Diritti umani, Il mondo della scuola Interpreti: Iain Glen, Aidan Quinn, Marc Warren, Stuart Graham, Andrew Origine: Irlanda Anno: 2003 Trama: Scuola riformatorio di St. Jude, Irlanda, 1939. A gestirla preti cattolici disciplina ferrea e sadica. Unico insegnante laico è William Franklin da poco tornato dalla guerra civile di Spagna dove ha militato nelle file delle Brigate Internazionali e perduto la moglie vittima del franchismo. Franklin insegna letteratura inglese, usa metodi meno coercitivi e ai numeri di matricola che contraddistinguono gli allievi usa i loro nomi di battesimo. Riesce a conquistare la loro fiducia e a coinvolgerli, soprattutto Liam, unico a saper leggere e scrivere e a cui dona dei testi di poesia di politici comunisti. I suoi metodi permissivi, sono, però, invisi al perfido prefetto fratello John. Il tredicenne Patrick subisce, nel bagno, abusi sessuali da fratello Mac assistente di John. Il ragazzo confessa l'accaduto ad un sacerdote, ma Mac sa della confessione e lo punisce con una gelida doccia in piena notte. Gli atti di violenza continuano con sistematicità e quando John fustiga nel cortile della scuola, davanti a tutti, due compagni di classe, Liam osa ribellarsi apertamente al frate e chiede soccorso a Franklin che prontamente interviene per fermarlo. La vendetta non tarda ad arrivare. Il diabolico frate fa chiamare, durante le lezioni, il ragazzo e, nel refettorio, lo picchia selvaggiamente fino a farlo cadere per terra esanime. Mac, presente all'accaduto non regge a tanta malvagità e va in aula a chiamare il professore. Ma quando questi vi giunge, Liam è ormai in agonia e muore fra le sue braccia. Durante i funerali, livido di rabbia, Franklin aggredisce John e lo accusa di omicidio. John e Mac, per salvaguardare il riformatorio dallo scandalo, sono costretti a lasciare la scuola. Anche Franklin, per motivi opposti, decide di andarsene, ma quando Patrick recita una delle poesie da lui più amate si convince a rimanere. Recensione: Angeli ribelli, il cui titolo originale è Song for a raggy boy, letteralmente Ballata per un giovane straccione, è un film del 2003 diretto dalla regista irlandese Aisling Walsh e tratto dal romanzo autobiografico di Patrick Galvin basato, quindi, su fatti realmente accaduti. Ē stato premiato in vari festival quali quelli di Copenaghen, Sundance, Edimburgo, Linea d' ombra di Salerno. Il film è ambientato in Irlanda nel riformatorio minorile maschile di St. Jude nell'anno 1939. L'anno in cui la Germania di Hitler invade la Polonia dando, così, inizio alla seconda guerra mondiale. Le incresciose vicende del St. Jude non hanno nulla da «invidiare» a un lager nazista e sono raccontate con cruda realtà e minuzia di particolari. In questa realtà che rispecchia la cultura fascista e repressiva del primo '900 e che cozza terribilmente con gli insegnamenti sia evangelici che dell'Europa democratica, giunge William Franklin costretto a dover accettare un posto d'insegnante dopo aver combattuto contro le ingiustizie nella Spagna franchista e avervi perduto la moglie. Franklin è l'unico insegnante laico (e di fede socialista) in un collegio retto da preti, dove la disciplina è durissima e le punizioni verbali e corporali, le torture e gli abusi anche sessuali, sono consuetudine quotidiana e «normale». A queste aberrazioni si oppone Franklin iniziando a chiamare con il proprio nome quei bambini perduti, poveri e abbandonati, tanto simili a quelli descritti da Charles Dickens in Oliver Twist nell' Inghilterra dell'Ottocento. Instaura un rapporto di fiducia con i ragazzi e prova ad insegnar loro a leggere e scrivere e a far comprendere, attraverso la poesia, soprattutto l'amore per l'onestà, la giustizia e la dignità dell' uomo. William Franklin resta al St. Jude fino al 1944 quando si arruola nell'armata inglese per combattere in Normandia contro i tedeschi e dove, poco dopo, muore. Il film non ha avuto una critica positiva unanime soprattutto negli ambienti cattolici, imbarazzati dall'oscurantismo della Chiesa dell'epoca come riferisce la stessa regista [Cfr. Maria Pia Fusco, La Repubblica,31maggio 2004] «Abbiamo avuto qualche problema durante la preparazione, non ci hanno permesso di girare nei luoghi reali, ma grazie alle testimonianze abbiamo ricostruito il St. Jude com' era, da una parte la zona dei preti, accogliente e calda, sfarzo di icone religiose alle pareti, il ritratto di Franco accanto a quello di Pio XII, dall' altra lo squallore del cortile dove i ragazzi vengono puniti, frustati o battuti con materassi bagnati, il dormitorio gelido con i letti ammassati. Secondo la mentalità dell' epoca, era un modo anche questo di separare il bene dal male». Separazione che, nel finale del film, Walsh ha pensato simbolicamente di abbattere insieme al muro interno del cortile del riformatorio. Angeli ribelli è ritenuto, dalla critica, molto simile a Magdalene sisters di Peter Mullen, di solo un anno precedente, ma non gli è stato attribuito la stessa efficacia e la stessa forza espressiva. Senza entrare nella disputa stilistica, il film, oltre al disagio sociale, ai metodi coercitivi e agli abusi che i ragazzi dei vari St. Jude sono costretti a subire, anche oggi, nelle diverse realtà territoriali del pianeta, evidenzia che la scuola vera, la cultura possono essere l'unico certo antidoto a qualsiasi tipo di aberrazioni. E non è sicuramente poco.

 

I QUATTROCENTO COLPI

• REGISTA: François Truffaut

• GENERE: drammatico

• PAESE DI PRODUZIONE: Francia

• ANNO: 1959

• DURATA: 99 minuti

• COLORE: B/N

• ATTORI PRINCIPALI: Jean-Pierre Léaud, Albert Rémy, Claire Maurier, Patrick Auffay, Georges Flamant, Jeanne Moreau

 

• TRAMA: La storia si svolge a Parigi alla fine degli anni Cinquanta. Antoine Doinel è un ragazzino di 12 anni, vive con i genitori che mal ne interpretano i bisogni affettivi e le inquietudini tipiche dell’adolescenza, la madre un poco civetta e poco disponibile alle effusioni del ragazzo, il padre (che in realtà è tale solo sotto il profilo legale), abbastanza bonario ma superficiale e solo interessato alle gare automobilistiche. La famiglia vive in un piccolo appartamento, dove Antoine non possiede una propria camera da letto, infatti dorme nell’ingresso, vicino alla porta di casa. Anche a scuola Antoine si fa notare per la sua irrequietezza, lo scarso rendimento e per gli scherzi che combina, tanto che finisce in molte occasioni per diventare il capro espiatorio di marachelle altrui. Tutte le azioni di Antoine sono un mezzo, non sempre consapevole, per attirare l’attenzione degli adulti su di sé e per protestare contro la loro insensibilità e la loro ostilità. Il solo conforto alla sua solitudine è l’amicizia col coetaneo René, solidale con lui anche per la difficile situazione familiare, con cui cerca di vivere la propria adolescenza serenamente. Ad ogni modo continuamente non capito, finirà per essere abbandonato in un istituto proprio per volere dei genitori.

 

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L’EDUCAZIONE FISICA DELLE FANCIULLE

• REGISTA: John Irvin.

• GENERE: drammatico.

• PAESE DI PRODUZIONE: Repubblica Ceca, Regno Unito, Italia.

• ANNO: 2005.

• DURATA: 102 minuti.

• COLORE: colore.

• ATTORI PRINCIPALI: Jacqueline Bisset, Hannah Taylor-Gordon, Anna Maguire, Emily Pimm, Natalia Tena, Anya Lahiri.

• TRAMA: “Se fai il cattivo ti mando in collegio”. Quanti di voi avranno sentito questa frase dai propri genitori quando erano bambini? Da sempre questi centri di istruzione per giovani e giovanissimi rappresentano nell’immaginario collettivo un luogo da evitare. Se poi si tratta di un collegio esclusivamente femminile, dove l’educazione è impartita sotto la supervisione della direttrice tirannica Jacqueline Bisset, allora il passo per identificare il tutto come una prigione è brevissimo. Sono queste le premesse da cui parte “L’educazione fisica delle fanciulle”, il nuovo film di John Irvin, tratto dal romanzo omonimo di Frank Wedekind. Siamo ad inizio secolo, l’impero austro-ungarico ormai volge al tramonto, ma l’aristocratica cultura maschilista dell’epoca ancora costringe il gentil sesso ad avere una formazione culturale di tipo servile. E così fin dalla tenera età, molte bambine si trovano costrette a studiare le buone maniere nell’ attesa che il mondo “là fuori” le accolga. Nel frattempo lì dentro nascono amicizie, amori e tradimenti. Una storia sulla perdita dell’innocenza, sulla ciclicità con cui vittime e carnefici si scambiano continuamente ruoli e posizioni. Difficile, se non impossibile, sottrarsi al proprio destino. John Irvin ci accompagna in questi luoghi con piglio sicuro, e adeguato.

 

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LA PICCOLA PRINCIPESSA

• REGISTA: Alfonso Cuaròn.

• GENERE: drammatico.

• PAESE DI PRODUZIONE: USA.

• ANNO: 1995.

• DURATA: 97 minuti.

• COLORE: colore.

• ATTORI PRINCIPALI: Liesel Matthews, Eleanor Bron, Liam Cunningham, Rusty Schwimmer, Arthur Malet, Vanessa Lee Chester.

TRAMA: La piccola Sarah Crewe, orfana di madre, vive felice in India con suo padre, capitano dell’esercito inglese, che la riempie di attenzioni. Allo scoppio della prima guerra mondiale, però, il capitano Crewe viene inviato a combattere in Africa e Sarah, rimasta sola, viene mandata a New York per frequentare lo stesso esclusivo collegio frequentato un tempo da sua madre. Lì, Sarah si scontra con la durezza dell’istituzione e con la preside, la signorina Minchin per la quale la bambina, così esuberante e creativa, è soltanto fonte di guai. All’arrivo della notizia della morte del capitano Crewe, Sarah non viene allontanata dal collegio, ma le viene imposto di fare la sguattera per provvedere al proprio mantenimento. Solo grazie al coraggio, all’immaginazione infantile e all’autostima, la piccola Sarah riuscirà a cambiare il corso della vita sua e di quelli che le sono vicini.

 

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LA RAGAZZA DEL RIFORMATORIO

• REGISTA: Donald Wrye.

• GENERE: drammatico.

• PAESE DI PRODUZIONE: USA.

• ANNO: 1974.

• DURATA: 98 minuti.

• COLORE: colore.

• ATTORI PRINCIPALI: Kim Hunter, Linda Blair, Joanna Miles, Allyn Ann McLerie.

• TRAMA: Christine è una ragazzina di quattordici anni fuggita per la sesta volta da un padre iroso e da una madre nevrotica. Non troverà un ambiente migliore nell’istituto di “recupero”. Dramma psicologico di acuta analisi sociale, che fa riflettere circa i trattamenti riservati ai minori all’interno degli istituti: “L’istituto emargina e non educa”. La struttura rappresentata appare assolutamente un luogo inadeguato al benessere e alla tutela dei minori ma, al contrario, adatto ad aggravare la vita di ogni ragazza. La protagonista nel corso della sua permanenza in istituto subisce una forte perturbazione tale da determinare un peggioramento della sua situazione che la condurrà ad un totale adattamento di un comportamento deviante presentato da tutte le ragazze, senza nessuna prospettiva di recupero.

 

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LES CHORISTES

• REGISTA: Christophe Barratier.

• GENERE: drammatico.

• PAESE DI PRODUZIONE: Francia, Svizzera.

• ANNO: 2004.

• DURATA: 97 minuti.

• COLORE: colore.

• ATTORI PRINCIPALI: Gérard Jugnot, François Berléand, Jean-Baptiste Maunier, Kad Mérad,  Jean-Paul Bonnaire, Marie Bunel.

• TRAMA: Il direttore d’orchestra Pierre Morhange incontra il suo vecchio amico d’infanzia Pepinot, con cui frequentava il collegio “Fond de l’Etang” da bambino. Pepinot ha qualcosa da mostrargli: il diario su cui il loro vecchio sorvegliante Clement Mathieu annotava tutto ciò che accadeva nel collegio. Pierre decide di dargli un’occhiata e leggendo ripercorre la sua esperienza al Fond de l’Etang dal punto di vista del sorvegliante. Clement era un compositore e insegnante di musica disoccupato che aveva accettato l’impiego di sorvegliante in un collegio composto da soli ragazzi, la maggior parte di loro con problemi caratteriali. Restio ad adottare i metodi violenti e autoritari imposti dal suo Direttore, Clement è convinto di poter stimolare e comprendere i ragazzi istituendo un coro di classe. Seppur inimicandosi il rigido direttore del collegio, il sorvegliante riuscirà a tirar fuori da ognuno dei ragazzi il meglio di loro.

Fond de l’Etang, il nome della località dove sorge il collegio, non è casuale: la sua traduzione in italiano è “Fondo dello stagno”, un’immagine eloquente che evoca acque melmose, che invischiano chi vi si avventuri, che non danno scampo al malcapitato che dovesse cadervi dentro. In effetti, il collegio di Fond de l’Etang più che una struttura di recupero e supporto per bambini e adolescenti in difficoltà sembra un “parcheggio” o, meglio, un “binario morto” per orfani, figli di famiglie povere, soggetti “difficili” tanto dal punto di vista sociale quanto da quello psicologico. Così, tra le pieghe di un film si fanno largo una serie di elementi di critica, niente affatto banali, a un sistema sociale tendente a isolare il diverso invece di favorirne l’integrazione. Anche la prima immagine del lungo flashback che rievoca la figura di Mathieu sembra suggerire questa lettura: il primo incontro che il futuro sorvegliante fa al suo arrivo in collegio è quello con il piccolo Pépinot, il più giovane e triste degli “ospiti” che, ogni giorno, si reca presso il cancello dell’istituto (la barriera fisica ma anche simbolica che separa i ragazzi dal resto del mondo) ad aspettare l’arrivo di un fantomatico padre che lo porti via con sé lontano da lì.

Le speranze quotidianamente deluse del bambino, al quale è stata detta evidentemente una bugia “pietosa” per lenire l’amarezza del vedersi solo, sono quelle di tutti i giovani ospiti che, molto più realisticamente, invece di attendersi dei genitori che sanno benissimo di non avere (o sui quali sanno di non poter contare) avrebbero il diritto di aspettarsi qualche possibilità in più. Proprio quelle che Mathieu, rifiutando il ruolo di “sorvegliante”, riesce ad offrire loro attraverso la carica umana con cui nutre i propri insegnamenti ma, soprattutto, grazie al valore simbolico che il canto assume rispetto al contesto al cui interno si svolgono le vicende.

Il miracolo dell’insegnante è proprio quello di riuscire, all’interno di un ambiente che tende a isolare gli individui dal contesto sociale, a ricreare un’idea di civiltà e di armonia.

 

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MAGDALENE

• REGISTA: Peter Mullan.

• GENERE: drammatico.

• PAESE DI PRODUZIONE: Regno Unito.

• ANNO: 2002.

• DURATA: 119 minuti.

• COLORE: colore.

• ATTORI PRINCIPALI: Eileen Walsh, Geraldine McEwan, Dorothy Duffy, Annie-Marie Duff.

• TRAMA: Siamo alla fine degli anni sessanta ed in Irlanda le case “Magdalene”, dedicate a Maria Maddalena, sono piuttosto diffuse. All’interno delle suore “tengono in riga” delle donne che hanno perso di vista la “luce di Dio”, riportandole così sulla retta via. Intento lodevole se non fosse per il fatto che queste giovani vengo tenute rinchiuse, segregate lontano da qualsiasi contatto umano, con un’atmosfera simile ad un lager. La loro colpa? Aver avuto una relazione prima del matrimonio, un bambino o semplicemente essere state troppo provocanti. Come espiarla? Dieci ore di lavoro duro (in una lavanderia) per sette giorni alla settimana, senza alcuna retribuzione, con vitto scadente, con l’obbligo del silenzio, ma con tanta preghiera!

Peter Mullan dirige questa storia dove tre ragazze vengono, per motivi diversi, rinchiuse in una delle case “Magdalene”. Bernardette è una ragazza che, secondo la sua direttrice, ha il destino dell’ammaliatrice e per questo deve essere “raddrizzata”, Rose ha invece avuto un bambino senza però avere un marito, peccato mortale, il padre decide quindi di dare in adozione il piccolo (per evitare che sia un bastardo – sostiene lui) e di seppellire la figlia nell’istituto ed infine Margaret, violentata da un cugino, sarà anche lei destinata alla “correzione”. Le ragazze vengono spogliate di ogni identità, a cominciare dai nomi, e costrette ad una serie di soprusi fisici e psicologici che minerebbero anche la volontà più forte. Sotto la sadica e rapace guida della Sorella Bridget percorreranno tutti gli abissi della disperazione e dello sconforto, incapaci di reagire in alcun modo, ormai plagiate dalla volontà delle suore. Di contro l’opulenza della vita di queste dedite all’accumulo di denaro alle spalle delle loro “protette”. Risulta chiaro che l’unico modo di uscire da questa prigione di una vita senza speranza può essere solo la morte o, peggio ancora, la presa dei voti che trasformerà le ragazze nel loro peggiore incubo: le suore stesse.
Ben diretto e ben girato, il film riesce a colpire lo spettatore lasciandolo attonito.

 

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MERY PER SEMPRE

• REGISTA: Marco Risi.

• GENERE: drammatico.

• PAESE DI PRODUZIONE: Italia.

• ANNO: 1989.

• DURATA: 102 minuti.

• COLORE: colore.

• ATTORI PRINCIPALI: Michele Placido, Claudio Amendola, Francesco Benigno, Alessandro Di Sanzo, Roberto Mariano, Gianluca Favilla.

• TRAMA: Al riformatorio Malaspina di Palermo il degrado e la disperazione sono le uniche realtà con cui ci si confronta, e ci si scontra, quotidianamente. Solo contro tutti, il professor Marco Terzi cercherà di conquistare la fiducia di un gruppo di ragazzi dal passato tragico e turbolento e d’infondere in loro un barlume di speranza e d’umanità.

Basato sull’omonimo romanzo di Aurelio Grimaldi,  Mery per sempre di Marco Risi offre uno spaccato di vita all’interno di un’istituzione carceraria minorile e punta il dito accusatorio su una società perennemente assente e inadeguata ad espletare il proprio ruolo (ri)educativo e formativo. Imbrigliati in una subcultura delinquenziale di stampo mafioso, i giovani reclusi sono al tempo stesso fautori e vittime di un’ineluttabile spirale omertosa che li avvolge e li travolge verso l’abisso morale, etico ed esistenziale. Complici di tale brutalità e squallore sono le altrettanto criminose ed a volte ingiustificate imposizioni comportamentali e gerarchiche all’interno di un riformatorio che mira alla completa privazione di ogni forma di libertà e solidarietà tra i detenuti. Voce fuori dal coro, il professor Marco Terzi incarna quel grido d’indignazione verso il muro di gomma che permea l’intera struttura carceraria, ma non solo, e s’impegna ad offrire uno spiraglio di riscatto per mezzo della più sincera e sentita comprensione. Il finale denso di significato e foriero di una qualche speranza fa intravvedere una tenue consapevolezza in un destino migliore e una riconsiderazione delle regole etiche e morali all’interno del riformatorio.

 

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 OLIVER TWIST

• REGISTA: Roman Polański.

• GENERE: drammatico.

• PAESE DI PRODUZIONE: Regno Unito, Repubblica Ceca, Francia, Italia.

• ANNO: 2005.

• DURATA: 125 minuti.

• COLORE: colore.

• ATTORI PRINCIPALI: Ben Kingsley, Frances Cuka, Barney Clark, Lewis Chase, Jake Curran, Harry Eden.

• TRAMA: L’Oliver Twist di Polanski inizia fornendo qualche dettaglio sull’Inghilterra ottocentesca e sulla difficile condizione di vita infantile, specie se orfana, in una società dominata da convenzioni sociali e con una marcata distinzione tra ricchezza e povertà. Il flusso si infittisce, prende corpo e lo spettatore vive in simbiosi con il protagonista, attraverso le mille peripezie che è costretto ad affrontare. In questa linearità narrativa, lo sguardo spettatoriale procede di pari passo con l’evolversi del racconto. Diventa una storia di umanità e non, dove la lealtà e la bontà d’animo sembrano soppiantate dal tradimento e dalla prevaricazione e gli abusi e le ingiustizie poter avere la meglio su tutto. Più che la narrazione in sé,è la varietà di personaggi con cui Oliver deve confrontarsi che affascina, la forza d’animo che lo caratterizza. Personalità complesse che mettono in risalto come la distinzione pratica ricchi-poveri porta in realtà a conseguenze più grandi dal punto di vista morale. Il mondo che ne esce è crudo e violento, dove si vive di speranze e bisogna farsi guidare necessariamente dal proprio coraggio e dalla forza d’animo. Ma è anche un mondo dove il cerchio prima o poi si chiuderà e metterà fine alle numerose ingiustizie, talvolta con prezzi da pagare.

 

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PHILOMENA

REGISTA: Stephen Frears.

• GENERE: drammatico, biografico.

• PAESE DI PRODUZIONE: Francia, Regno Unito, Stati Uniti.

• ANNO: 2013.

• DURATA: 94 minuti.

• COLORE: colore.

• ATTORI PRINCIPALI: Judi Dench, Steve Coogan, Sophie Kennedy Clark, Anna Maxwell Martin, Ruth McCabe, Barbara Jefford.

TRAMA: In una spensierata serata passata vagando per una fiera, la giovane Philomena incontra un ragazzo che la seduce emulando un vecchietto; da lì l’infatuazione, che col lento e inesorabile trascorrere degli anni matura in amore, benché trasferito al frutto di quell’incontro colpevole, o per lo meno percepito tale. Per scontare il peccaminoso concepimento di quella notte eterna, Philomena viene segregata per quattro anni in un convento, dove le suore sembrano aborrire il dono della procreazione, tanto da cadere in una tremenda eresia che sa più di impiastricciato puritanesimo anziché cristianesimo, ossia rendere il travaglio delle ragazze-madri un inferno. Non senza epiloghi nefasti, che spesso e volentieri comportano la soppressione di quella vita che eppure si dice di voler difendere con le unghie e con i denti. Una stortura insomma, quella anzitutto di confondere il peccato con il peccatore.

La saggia Philomena certe cose le sa e aspetta. La sua è una Fede genuina, quella degli ultimi: non si adira, non si dispera, non porta rancore; pur consapevole della sua talvolta eccessiva semplicità non avverte mai disagio, anzi, coltiva la virtù. Un esempio positivo, insomma, da non equivocare con un’eroina laica qualunque, dato che in lei Fede ed obbedienza coesistono e si alimentano a vicenda. Non si spiegherebbe diversamente il silenzio durato quasi cinquant’anni da quel giorno in cui il suo di figlio, Anthony, le viene definitivamente sottratto. Da allora ulteriore sofferenza, quella di una madre monca, amputata di una parte di sé, non di rado in questi casi la migliore.

Finché un giorno non decide che il tempo scorre più in fretta di quanto si riesca a scandirlo, ed allora decide di ritrovare quel figlio che oramai altro non sarà che un emerito sconosciuto. Per questo, con l’intervento della figlia, decide di rivolgersi ad un giornalista, uno di quelli noti peraltro. Uno la cui carriera ha di recente assunto una piega pessima e che diversamente non avrebbe mai accettato di occuparsi di uno dei tanti «casi umani» sparsi per il mondo. Nondimeno Martin Sixsmith ci mette poco a comprendere la portata dell’impegno assunto inizialmente per il comprensibile desiderio di batter cassa. Parte così la caccia al figlio di Philomena, adottato quando ancora era piccolo e da allora dolorosamente scomparso.

Il film è biografico in quanto veramente ispirato alla storia di Philomena Lee raccontata tramite il romanzo scritto nel 2009 da Martin Sixsmith intitolato The Lost Child of Philomena Lee, pubblicato in Italia da Edizioni Piemme con il titolo Philomena, in concomitanza con la distribuzione del film. Dalla pellicola si evincono i danni provocati dagli istituti nelle ragazze soprattutto dal punto di vista psicologico nel corso della propria vita. La separazione dai propri figli, contro la loro volontà, è l’elemento decisivo che provoca una perturbazione, una modifica del proprio sé a differenza della loro percezione iniziale.

 

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RAGAZZE INTERROTTE

• REGISTA: James Mangold.

• GENERE: biografico, drammatico.

• PAESE DI PRODUZIONE: USA.

• ANNO: 1999.

• DURATA: 125 minuti.

• COLORE: colore

• ATTORI PRINCIPALI: Winona Ryder, Angelina Jolie, Clea Duvall, Brittany Murphy, Elisabeth Moss, Jared Leto.

TRAMA: E’ il 1967 e la diciassettenne Susanna somiglia a tante altre adolescenti americane sue coetanee: è confusa, insicura e cerca disperatamente di dare un senso al mondo in veloce cambiamento che la circonda. Ma lo psichiatra con cui si incontra – per la gentile concessione dei suoi genitori – dà a questo un nome preciso, disturbi marginali della personalità – “che si manifestano attraverso un incertezza riguardante la propria immagine, gli obiettivi a lungo termine, i tipi di amicizie o di amori da avere e i valori da adottare” – e se ne lava le mani spedendola al Claymoore Hospital. Qui Susanna conosce un gruppo di ragazze fuori dagli schemi, che non solo diventano le sue più care amiche, ma le illuminano la via per ritrovare una persona che aveva perso di vista: se stessa. Adattamento del diario scritto da Susanna Kaysen “La ragazza interrotta” traccia una linea sottile tra normalità e patologia. L’elemento di base del film è il maltrattamento psicologico subito spesso all’interno delle proprie famiglie, ma non riconosciuto e individuato come causa dei conseguenti disturbi mentali. La visione della follia presentata è intesa secondo il punto di vista di Foucault il quale affermava che: “ il matto è chi non serve alla società economicamente intesa, la contesta fino a costituirsi fastidioso elemento di disturbo”. Per questo motivo l’istituto psichiatrico si configura come luogo con l’unico scopo di isolare i malati mentali dal resto della società, per riparare e proteggere coloro ritenuti “normali”.

 

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THE SLEEPERS

• REGISTA: Barry Levinson.

• GENERE: drammatico.

• PAESE DI PRODUZIONE: USA.

• ANNO: 1996.

• DURATA: 145 minuti.

• COLORE: colore.

• ATTORI PRINCIPALI: Kevin Bacon, Brad Pitt, Vittorio Gassman, Dustin Hoffman, Robert De Niro, Jason Patric.

• TRAMA: A metà degli anni ’60, nel quartiere di Hell’s Kitchen a Manhattan, Lorenzo Carcaterra, Michael Sullivan, John Reilly e Tommy Cohen Marcano sono tre ragazzini che vivono nel mezzo della malavita e di situazioni familiari al limite del disumano. Attratti dalle gesta del boss King Benny, i quattro amici sognano di diventare veri gangster, e per provare il loro valore decidono di rubare il carretto di un venditore ambulante di hot-dog. Durante la fuga però, i ragazzi feriscono accidentalmente un passante, e per questo vengono condannati a passare alcuni mesi di dentizione nel riformatorio maschile Wilkinson. Durante la loro reclusione però, i quattro ragazzini saranno vittime di abusi sessuali da parte dei secondini dell’istituto, campeggiati dalla guardia Sean Nokes. Passano gli anni e i quattro amici intraprendono strade diverse. Lorenzo è diventato giornalista, mentre Michael procuratore distrettuale. John e Tommy, diventati nel frattempo tossicodipendenti e killer professionisti, incontrano casualmente in un bar proprio Nokes, e in un impeto di rabbia lo uccidono. Rintracciati gli altri compagni, decidono così di mettere in atto una vera e propria caccia all’uomo con cui scovare ed eliminare gli aguzzi responsabili dei loro abusi giovanili.

Sleepers si presenta come un film crudo e tagliente, per nulla arido di dettagli e di sonore scudisciate alla disturbante realtà di un fenomeno troppo a lungo celato. Il tema dell’abuso infantile, perpetrato direttamente dall’autorità che dovrebbe invece proteggerci, è una delle paure ancestrali della società contemporanea, fatto di cronaca sempre più protagonista della cultura del nostro tempo. Il regista Barry Levison si destreggia mirabilmente in un tema scomodo, viscido e melmoso, attingendo fedelmente alla struggente sceneggiatura-biografia di Lorenzo Carcaterra, chiamato a narrare in prima persona il terribile dramma della sua giovinezza. Un film che parla di vendetta, una giusta vendetta anche se compiuta da due killer; una vendetta che parte da chi, come Michael, proprio la vendetta dovrebbe eliminare, in nome della giustizia. Una vendetta che viene infine raccontata e tramandata, come decide di fare Lorenzo, in modo che la memoria non si offuschi e che altri poveri innocenti possano trovare la voce che tanto hanno desiderato

 

Questa sezione è stata realizzata grazie alla collaborazione della dott.ssa Livia Fugalli, corsista del master “Tutela, diritti e protezione dei minori”, a.a 2013/2014

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