La cura dei bambini traumatizzanti nelle comunità per minori

Relatrice: F. Imbimbo

Pensando alla comunità per minori la prima immagine che mi viene in mente è una seconda casa, una sorta di rinascita.

La comunità sostituisce la famiglia naturale, è una sorta di famiglia temporanea in cui vi sono diverse figure di riferimento. È un posto molto necessario. I bambini che arrivano in comunità devono essere messi in protezione a fronte di situazioni molto difficili e pericolose per il loro percorso di crescita (maltrattamento fisico e psicologico, abuso sessuale e violenza assistita, grave trascuratezza). La comunità ha lo scopo di mettere in atto azioni per accogliere il dolore che il bambino prova e per iniziare un percorso di cura per lui e, se possibile, per i suoi genitori. La comunità è una casa dove i bambini vengono accolti, vivono e dormono e ci sono persone che si occupano di loro. È un ambiente terapeutico globale in cui la stessa vita quotidiana è parte di un intervento curativo per il bambino, in modo tale che possa sentirsi al sicuro, esprimere e vedere soddisfatti i propri bisogni di crescita e imparare a relazionarsi con fiducia con adulti di riferimento che si prendono cura di lui. In comunità è importante un’integrazione tra l’approccio psicologico e l’intervento pedagogico, avere competenze sul trauma, allenare l’intelligenza emotiva sia dei bambini che degli adulti, mantenendo quindi rispetto e attenzione per tutti; in questo senso è molto importante fare attenzione a garantire una  “manutenzione” dell’equipe e del sistema di lavoro. La cura degli effetti dei gravi traumi subiti dai bambini avviene tramite significative esperienze di normalità: si riprendono i ritmi e i riti della giornata (pranzo, cena, scuola, sport ecc.), si cura la relazione del singolo bambino con gli altri bambini, con la famiglia, con gli educatori; la cura avviene ovviamente anche attraverso la relazione educativa e quindi attraverso interventi di rispecchiamento (richiama l’intelligenza emotiva), di ricerca di senso e di rielaborazione di quanto avvenuto. Il trauma ha diversi effetti sul comportamento (mancanza di controllo degli impulsi, aggressività, fughe, ma anche ritiro sociale e chiusura), sul corpo, sul pensiero, sulle emozioni (bassa autostima, difficoltà di attaccamento). Il trauma inoltre lascia una memoria nel nostro corpo: ci possono essere degli odori, dei sapori o delle sensazioni che portano a riattivare il trauma vissuto e il bambino in questi casi  può agire o immobilizzarsi (reazioni di fight or flight o di freezing). Occorre aiutare il bambino a sentirsi al sicuro e questo gli consentirà di comprendere che ciò che sta provando appartiene al passato, perché c’è chi si prende cura di lui in quel momento e non è più lasciato solo. La sensazione di sicurezza è indispensabile anche perché il bambino possa accedere al sostegno psicologico e alla psicoterapia. È importante fare leva sull’intelligenza emotiva che significa essere consapevoli delle emozioni che si provano e essere in grado di metterle in parola e di gestirle. L’educatore può avere una importante funzione di allenatore delle risorse di intelligenza emotiva del bambino di cui si prende cura, ma questo presuppone che prima di tutto abbia fatto in prima persona un percorso di consapevolezza sulle proprie emozioni. Più un educatore è consapevole delle proprie emozioni, più sarà in grado di affrontare il suo difficile lavoro, soprattutto all’interno di comunità che si occupano di bambini molto sofferenti. Gli educatori delle comunità fanno parte di una rete interna ed esterna alla comunità stessa: questa rete offre accoglienza e sostegno a bambini che hanno avuto esperienze molto difficili all’interno della propria famiglia. L’educatore che affianca il bambino nella sua quotidianità, dando inizio a un percorso di cura e di rielaborazione impegnativo, sente e vive il dolore del bambino e in un certo senso lo accompagna a sopravvivere a questo dolore. Per questo motivo occorre che gli educatori siano sempre formati e competenti, ma anche sostenuti e ascoltati. Ci vuole un buon contenitore che deve contenere i vissuti emotivi dei bambini,  ma anche degli educatori e infine dei genitori che affrontano il difficile percorso di consapevolezza e, laddove possibile, di recupero delle competenze genitoriali compromesse. In questo luogo particolare e complesso che si chiama comunità, non bisogna smettere di interrogarsi sul senso profondo del lavoro di educatore. La comunità è come un pronto soccorso dopo gravi situazioni familiari, mette in protezione, non costringe ad una intimità familiare troppo invasiva, consente esperienze di normalità, attiva percorsi di cura e riabilitazione che durano anche dopo. Il bambino deve rimanere all’interno della comunità non troppo a lungo, si deve lavorare anche sulla famiglia e con la famiglia, c’è il rischio di impotenza e onnipotenza. Molto interessante come incontro, le storie che ha raccontato mi hanno profondamente colpita; è bello sentire parlare educatori o psicologi o pedagogisti e appunto conoscere le comunità che accolgono e si occupano di questi bambini in difficoltà, perché tutti i bambini si meritano di vivere, giocare, ridere liberamente e non di certo vivere delle situazioni, di grande difficoltà come quelle vissute nella famiglia di origine.

 

 

 

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