La sposa bambina.Mi chiamo Nojoom, ho 10 anni e voglio il divorzio – Ana Nojoom bent alasherah wamotalagah

la sposa bambina

 

 

 

 

 

 

Regia: Khadija Al-Salami

Genere: Drammatico

Tipologia: Violenza familiare, Condizione femminile. Diritti dei minori

Interpreti: Adnan Alkhader, Husam Alshiabali, Ibrahim Al Ashmori, NazihaAlansi , Rana

Mohammed, Reham Mohammed

Origine: Yemen

Anno: 2014

 

Trama: Nojoom è una bambina dello Jemen. A solo 10 anni è costretta, secondo le consuetudini arcaiche del suo Paese a sposarsi, rinunciare all’infanzia, ai giochi, alla vita spensierata e serena proprio di quell’età. Non è l’unica in quella parte del mondo dove la miseria, l’ignoranza e una visione religiosa distorta lo permettono. Il matrimonio, come è costume del luogo, è stato combinato dal padre. Nojoom viene «venduta» a un uomo di 30 anni in cambio di una mucca e un toro. L’inconsapevole bambina va incontro al suo destino. Il futuro marito la conduce insieme a tutta la famiglia a Sana’a dove celebreranno il matrimonio e vivranno. Sana’a è diversa dal piccolissimo villaggio di montagna dove Nojoom vive. Durante il viaggio su un camion la bambina e i fratellini per la prima volta vedono una strada asfaltata, file interminabili di auto, palazzi bellissimi. È felice. Non riesce ancora a percepire la svolta che quel viaggio darà alla sua vita di fanciulla. Mentre si preparano i festeggiamenti del matrimonio, per strada incontra una bambina. Si ferma a giocare con lei a «campana».Vende l’anello di fidanzamento in cambio di una bambola. Tutti la cercano, Il fratello la ritrova e la riconduce a casa dove viene sgridata dal padre e dall’impaziente sposo. Nojoom, non vuole sposarsi, ma è un’onta insopportabile per la famiglia. Suo malgrado, è costretta a sposarsi e recarsi a casa del marito, convivere con una suocera perfida e prepotente che non perdona al figlio di averle condotta in casa una nuova moglie con cui dividere le due uniche stanze e che nulla sa dei doveri coniugali e delle faccende domestiche. Il marito inoltre viene meno alla parola data al suocero di rispettare la bambina e di non avere rapporti con lei fino alla pubertà. Per la piccola infelice, schiava di radicati e inveterati pregiudizi, la vita diventa un inferno. Viene violentata, maltrattata, picchiata, costretta ad una obbedienza cieca e ad ogni sorte di pesantissimo lavoro domestico. Ma non demorde. Riesce a sfuggire al controllo del marito e dei genitori e si rivolge ad un giudice per ottenere il divorzio. Accolta dal giudice, aiutata da una giovane e anticonformista avvocatessa, ottiene, prima bambina nella storia dello Jemen e del mondo, il divorzio e affrancarsi da quelle forme di vita tribali che ancor oggi perdurano nel proprio paese e in altre parti del mondo in palese violazione dei più elementari diritti delle donne e di ogni comunità civile che si rispetti.

Recensione: La sposa bambina è un film stupendo, attualissimo. Ha vinto il premio Best Fiction al Dubai Film Festival. Mette in risalto una pratica tribale (le spose bambine), ancora molto in uso in varie parti del mondo e mette in luce il desiderio di emancipazione, di rinnovamento e di crescita culturale di un paese ancora troppo arretrato. Tutti dovrebbero vederlo, soprattutto i giovani, nelle scuole, a cui è affidato il futuro, ma anche i genitori per dar loro la possibilità di capire e aiutare le bambine a ribellarsi. È un film di denuncia, ma anche una rigorosa narrazione storica di un paese, lo Jemen, a stragrande maggioranza islamica, che ha dato i natali al premio Nobel per la pace Tawakkul Karman, giovane politica jeminita sempre in prima fila per la difesa dei diritti umani, la libertà di stampa ed espressione, l’innalzamento a 17 anni dell’età minima per le donne di poter contrarre matrimonio. Un paese che vuole cambiare e crescere, scrollarsi di dosso usanze e leggi arcaiche, interpretazioni religiose distorte, pregiudizi e miseria, e che ha bisogno non di muri, non di libri neri e prescrizioni, ma di comprensione e aiuti. Il film racconta la storia di una bambina, Nojoom o Nojood come veniva chiamata in famiglia, costretta a seguire la sorte di milioni di altre bambine asiatiche o africane e purtroppo, a volte, anche europee, vendute in spose in tenerissima età dai genitori, in spregio ad ogni elementare diritto umano. Il destino di Nojoom che in lingua jeminita significa «le stelle» è tutto già tracciato sin dalla nascita e da quel nome modificato dal padre in Nojoud, «nascosta» e cioè, «negata» secondo le regole non scritte di quella società arcaica che presume di «preservare e proteggere» le donne, ma che di fatto le soggioga. «Negata», come tutte le donne, all’istruzione, alla libertà, alla vita. Lo sa molto bene la regista Khadija Al Salami, nata in quei luoghi e andata, ella stessa, in sposa a solo 11 anni ad un uomo di 20 anni più grande a cui si ribellò e da cui fu ripudiata ottenendo, così, fortunatamente, la possibilità di ritornare libera e di poter studiare e approfondire gli studi negli Usa e a Parigi dove oggi vive. Khandija s’ispira al romanzo autobiografico Io, Nojoud, dieci anni, divorziata, scritto nel 2008 dalla stessa Nojoud Ali e dalla giornalista franco-iraniana Delphine Minoui, ma ci mete molto di suo rendendo il film un autentico documento di una realtà retrograda e di riscatto sia per le medesime vicissitudini trascorse sia per la conoscenza storica, sociale e culturale dello Jemen. Nojood-nascosta ridiventa Nojoom-stella e grazie alla sua forza e al suo coraggio ritorna a brillare e, come l’undicenne pakistana Malala, si rifiuta di piegarsi alle desuete e barbariche tradizioni del proprio paese che vogliono sottomesse le donne e vittime innocenti e indifese le bambine. La regista non giustifica il retroterra culturale in cui la storia si sviluppa e che è lo stesso da cui proviene e da cui si è emancipata. Non sottovaluta le motivazioni di miseria, ignoranza e arretratezza che spingono il padre di Noijoom a venderla, a solo 10 anni, ad un uomo di 30, in cambio di una dote (una mucca e un toro) che avrebbe potuto migliorare le condizioni economiche della propria famiglia, poverissima e numerosa, e dare una «sistemazione» ad una figlia. Non sfugge alla rappresentazione di un genere femminile succube di leggi non scritte e profondamente radicate nel tessuto sociale e culturale in cui è inserito tanto da costringerlo a diventare complice di quelle aberranti pratiche. La tessa madre di Nujood non è in grado di poterla aiutare, e comunque ritiene che il matrimonio per una ragazza è l’unica scelta possibile: «È il destino delle donne sposarsi!» Né nasconde le difficoltà politiche-legislative a fermare e regolarizzare i matrimoni delle bambine. Anche se, infatti, nella realtà è stato un giudice illuminato aiutato da una valida giovane avvocatessa impegnata nella lotta per i diritti umani, a concedere il divorzio, nel film mette in risalto tale lentezza normativa che si fonda su leggi tribali, attribuendo la decisione dell’avvenuto divorzio allo sceicco del villaggio per sottolineare sia l’influenza che tale figura riveste sia un’errata interpretazione della religione islamica nella regolarizzazione di tale materia che, in verità proibisce il male e chiede ai fedeli di difendere i più deboli. Non sono naturalmente mancate le difficoltà nel girare il film, nel reperire gli attori, ottenere le autorizzazioni e soprattutto accuse per non aver dato un’immagine positiva del proprio paese.

A. C.

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