La trappola della povertà

Quando si parla di emergenze ambientali, di catastrofi naturali o di eventi meteorologici estremi, tra le prime stime effettuate vi è l’ammontare della perdita economica in termini di Global Domestic Product (GDP) causata dall’evento catastrofico. La sola emergenza da COVID-19, ad esempio, si stima aver causato una perdita del 3% di GDP in Italia, e come tale preoccupa la lunga scia di conseguenze che ciò potrà comportare nei prossimi mesi a livello economico e sociale. Rispetto ai cambiamenti climatici, invece, la previsione è che tanto maggiore è il rischio di ingenti perdite economiche quanto più frequenti e più diffusi saranno gli eventi catastrofici ad essi correlati.

A fronte di una situazione di emergenza di grande entità, infatti, molte risorse e misure confluiscono nella gestione e nel superamento della crisi; in seguito nella ricostruzione e ricostituzione delle infrastrutture e delle reti di scambio commerciale. La difficoltà, però, è sempre la medesima: indirizzare tali misure in maniera equa secondo le necessità poste dalla grande varietà di situazioni sociali ed economiche, ovvero dalla vasta gamma di vulnerabilità stratificate che comportano importanti differenze negli effetti che vengono a prodursi rispetto al benessere e alla resilienza di certi gruppi di persone. La perdita o la sospensione del lavoro e con essa la riduzione delle entrate di una famiglia, la minore disponibilità di cibo e l’aumento generale del costo della vita, la necessità di far fronte a spese mediche o di trovare le risorse per un trasferimento – sono tutti fattori rispetto ai quali la situazione economica delle nazioni e delle famiglie precedente alla crisi gioca un ruolo fondamentale. La povertà, dunque, costante agente lungo la storia dello sviluppo delle nazioni, è anche e soprattutto in queste circostanze tra le componenti che maggiormente influenzano i sistemi umani, determinando i diversi gradi di vulnerabilità individuale e collettiva, tanto alle lente trasformazioni quanto alle improvvise emergenze ambientali. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha sottolineato in un suo report del 2014 che sono molti i paesi del mondo attualmente impreparati a fronteggiare e ad adattarsi ai cambiamenti climatici (1). In particolare, i modelli previsionali degli sviluppi futuri preannunciano la riproposizione dell’annosa separazione tra paesi ricchi e paesi poveri, ancora una volta distinti dalla maggiore possibilità dei primi di trovare misure di adattamento, o quantomeno di resistenza agli effetti dei cambiamenti climatici, mentre i secondi faticano a uscire dalla vulnerabilità relativa a requisiti essenziali come l’accesso a cure mediche, la disponibilità di cibo e acqua, un’equa redistribuzione della ricchezza, la prevenzione delle malattie infettive. Nelle aree del mondo più povere e svantaggiate, inoltre, le istanze di sviluppo economico sono strettamente intrecciate alle peculiarità ambientali, poiché si tratta spesso di zone che hanno già fatto esperienza degli effetti dei cambiamenti climatici, in particolare degli eventi meteorologici estremi, e che vivono in condizioni fisiche e sociali vulnerabili alle pressioni ambientali, soprattutto perché la loro sopravvivenza dipende fortemente dall’ambiente e dal lavoro sul territorio naturale di cui fanno parte, per cui sono maggiormente sensibili alle variazioni nelle temperature e nelle precipitazioni, e hanno a disposizione poche risorse per la prevenzione degli effetti dei cambiamenti climatici o per la ricostruzione delle proprie strutture economico-sociali a seguito di emergenze ambientali. Per queste regioni, dunque, non si pone semplicemente la sfida di una reazione tempestiva e appropriata a un’emergenza ambientale, ma si presenta il problema di sviluppare la capacità di assorbire lo shock di più trasformazioni ambientali, di più emergenze, che si possono anche verificare in rapida successione. Oltre a interessare intere popolazioni e ad avere un impatto sproporzionato (in termini di frequenza, intensità ed estensione) su aree del mondo più vulnerabili e svantaggiate, però, gli effetti del cambiamento climatico si distribuiscono in misura diversa entro le stesse comunità. Diversi studi hanno sottolineato che le zone più povere e svantaggiate delle città, dalle periferie ai cosiddetti slum – categoria che mette insieme differenti condizioni abitative accomunate dalla marginalità, dalla stigmatizzazione mediatica territoriale, dalla sovrappopolazione, dalla disoccupazione, dall’inadeguatezza delle infrastrutture, dalla quasi totale assenza dei servizi socio-igenico-sanitari, dalla criminalità, dall’instabilità sociale, culturale e politica –, soffrono sproporzionatamente per gli effetti dei cambiamenti climatici rispetto ai quartieri benestanti e hanno una capacità molto più ridotta di re-agire alle difficoltà messe in campo dall’ambiente. Un esempio emblematico, in questo senso, è stato rappresentato dai piani emergenziali di evacuazione attivati a New Orleans a seguito dell’uragano Katrina, i quali si basavano sul presupposto che i residenti interessati dal disastro naturale possedessero un’auto, avessero i soldi per fare rifornimento e avessero un luogo sicuro verso cui dirigersi per allontanarsi dalla tempesta. Molte delle persone residenti nelle periferie non avevano a disposizione queste risorse per proteggere se stesse e le proprie proprietà, e infatti successivamente è stato dimostrato che la maggior parte dei decessi è avvenuta proprio in queste aree più povere e svantaggiate (2). Attraverso la variegata geografia economica e sociale del pianeta, dunque, l’infanzia si trova ovunque a rappresentare una condizione di speciale vulnerabilità – dati i maggiori bisogni di cura e assistenza e le particolari condizioni fisiologiche, cognitive ed emotive che abbiamo visto –, ma ciò è ancor più vero per quanto concerne i bambini dei paesi e delle regioni più povere e svantaggiate del mondo, delle aree urbane e delle famiglie più escluse e ignorate, ossia quei bambini che non godono di un sistema sanitario efficace, che non hanno costante accesso ad acqua pulita, che non hanno una dieta equilibrata e sana, che non hanno abitazioni sicure, che non possono contare su una rete sociale di riferimento che sia supportiva e responsiva, e che sono già esposti a un elevato rischio di morire durante l’infanzia o di soffrire di malnutrizione, di malattie croniche o di uno stato di salute fisica, cognitiva ed emotiva “sub-ottimale” durante la loro vita. Per questi bambini, essere intrappolati dalla povertà ha un peso enorme, perché può andare a contrassegnare tutta la loro esistenza: uno sviluppo stentato, carente nelle cure e nelle sostanze nutritive necessarie a un adeguato sviluppo mentale e fisico, un’accentuata dispersione scolastica, la mancanza di risorse intra e inter-personali per far fronte alle situazioni di crisi, sono spesso causa di una scarsa riuscita nello studio, nel lavoro e nel repertorio personale di capacità, strategie e soluzioni per fronteggiare le difficoltà della vita, andando così ad aumentare la probabilità che questi individui rimangano sempre ai margini della società. Nella sfida collettiva e globale ai cambiamenti climatici, allora, è fondamentale tenere presente che questi non colpiscono e non colpiranno tutti nello stesso modo, per cui non si tratta semplicemente di una sfida di salute pubblica, bensì di un problema urgente di giustizia ed equità sociale.

 (1) Intergovernmental Panel on Climate Change, Climate Change 2014: Impacts, Adaptation, and Vulnerability, New York: Cambridge University Press, 2014. URL: https://www.ipcc.ch/report/ar5/wg2/.

(2) Charmian M. Bennett, Sharon Friel, Impacts of Climate Change on Inequities in Child Health, «Children», Vol. 1, No. 3, 2014, pp. 461-473, p. 465.

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