Lettera ai bambini

Cari bambini,

in questi giorni ci stiamo preparando a celebrare una giornata molto importante per voi. Di certo nelle vostre scuole sentite parlare di diritti, della Convenzione di New York, di tutti gli impegni che gli adulti si sono proposti di onorare per le generazioni a venire. Sono sicura che i vostri insegnanti cerchino di spiegarvi nel migliore dei modi che cosa significhi, per un bambino, avere diritto ad un nome, ad una famiglia, ad istruzione e protezione. Sono certa che vi abbiano parlato del vostro diritto alla salute, a ricevere cure se siete ammalati. L’ho fatto anche io. Lo faccio anche io, da maestra di scuola dell’infanzia: ogni giorno cerco di spiegare queste cose ai bimbi che incontro. Cercare di spiegare questi diritti fondamentali non è così difficile come potrebbe sembrare. Siete più sensibili e preparati di quel che crediamo. La cosa difficile è, con onestà, ammettere se e come consideriamo ancora un impegno fattivo la tutela di quei diritti di cui vi parliamo.

Dobbiamo chiedervi scusa bambini e voi dovete perdonarci. Non siamo stati in grado, noi che da adulti avevamo la possibilità di governare il mondo, di tenere fede a quegli impegni presi. E voi che meglio di chiunque altro sapete che le promesse si mantengono, dovete avere pazienza e insegnarci il modo di non arrenderci alle nostre debolezze, ad un mondo che corre più veloce di noi e ci fa dimenticare ciò che siamo stati. Quando leggo il rapporto dell’Unicef su infanzia e nutrizione, e apprendo che un bambino su tre nella fascia d’età tra zero e cinque anni è denutrito o in sovrappeso, capisco che abbiamo fallito nel nostro compito primario: quello di occuparci della vostra sopravvivenza, della vostra salute. Quel che è peggio, cari bambini, è che non lo facciamo consapevolmente. Assumiamo decisioni ed atteggiamenti che rischiano di influenzare per sempre la vostra vita e nemmeno ce ne accorgiamo. E non parlo solo dei bambini lontani, di quelli che vediamo nelle pubblicità progresso, anche se continuiamo ad acquistare prioritariamente dalle multinazionali, anche se continuiamo imperterriti a sprecare le poche risorse preziose del nostro pianeta. Parlo proprio di voi, di quei bambini che scegliamo amorevolmente di avere e di cui, poi, dimentichiamo le esigenze fondamentali. La prima di tutte, quella di allattarvi, di allattarvi al seno. Siamo spesso ancora spaventate dal nostro corpo che cambia, dal dolore che possono lasciare ragadi e mastiti; siete nati da poche ore, ma pensiamo già che dovremo tornare presto dal nostro datore di lavoro, che potrebbe scegliere nel frattempo qualcun altro, più giovane o meno giovane, non importa, ma senza figli; e chi glielo dice, poi, a quel datore di lavoro, che l’amore per mio figlio mi spinge ad allattarlo oltre il sesto mese? Chi glielo spiega che il mio bambino ha fame anche di notte, che questo incide sul mio riposo notturno, e che quindi potrei non essere perfettamente efficiente il giorno dopo? Perdonateci bambini, perché di fronte a tutte queste preoccupazioni vince il mondo. E così, in molti casi, abbiamo rinunciato volontariamente ad allattarvi. Tanto, esistono i surrogati. Tanto il latte artificiale è completo come quello materno. Ma non di solo latte vivete. Il tempo lento dell’allattamento è il tempo dell’amore, è il tempo degli sguardi, è il tempo di due respiri che si sintonizzano. Perdonateci se a volte vi abbiamo privato di tutto questo. Perdonateci se non siamo stati attenti nel vostro svezzamento, se abbiamo lasciato che decideste voi, poco più che neonati, di che cosa cibarvi. Perdonateci se vi abbiamo privato del diritto ad assaggiare verdura e frutta, se abbiamo preferito cibi confezionati. Perdonateci se facciamo fatica a trovare il tempo di consumare i pasti insieme, se continuiamo a considerare il cucinare uno spreco di tempo, un’attitudine che è toccata a qualcuno sì e qualcuno no, piuttosto che pensare che cucinare per qualcuno, in modo sano, in modo da stimolare la sua curiosità ad assaggiare, apprezzando la convivialità che nasce proprio dal pregustare tempi, sguardi e sapori condivisi, è, ancora una volta, un grande atto d’amore. Perdonateci se, dopo la scuola, vi portiamo ogni giorno a fare corsi di musica, di inglese, d’arte e di recitazione e, fra un impegno e l’altro, vi allunghiamo una merendina dal posto di guida. Perdonateci se vi portiamo a fare calcio, nuoto, tennis, spinning e ginnastica ritmica, perché la pediatra ha detto che dovete fare movimento, ma poi, tornando a casa, vi portiamo al fast food. Perdonateci se continuiamo a passare i nostri fine settimana nei centri commerciali, facendovi gestire una lista della spesa nella speranza che impariate a fare da soli ciò che non siamo più in grado di insegnarvi. Perdonateci se, presi come siamo dalla nostra vita frenetica, ci dimentichiamo di darvi il buon esempio: se mangiamo fuori pasto davanti a voi, se non vi diamo nemmeno il tempo di sperimentare la fame e la sete, se continuiamo a prevenire ogni desiderio ed ogni bisogno, se vi priviamo della possibilità di scoprire come possono essere buoni l’acqua e il pane dopo che si sono attesi un po’. Perdonateci se abbiamo riempito la vostra infanzia di surrogati: se abbiamo lasciato che fossero le patatine a farvi compagnia davanti alla televisione, piuttosto che l’abbraccio dei vostri genitori, se abbiamo riempito i vostri biberon di bibite di ogni genere, perché quel tempo che voi passavate con la tettarella in bocca era per noi preziosissimo per fare non so che altro. Perdonateci se abbiamo denigrato le vostre pediatre che pazientemente cercavano di spiegarci che così proprio non andava. Perdonateci se abbiamo tamponato il vostro bisogno di dolcezza con il sapore delle caramelle. Non abbiamo fatto tutto questo con l’intenzione di sbagliare. Semplicemente abbiamo lasciato che altri decidessero per noi. E noi per debolezza, per ignoranza, per pigrizia, abbiamo dimenticato tutto ciò che sapevamo. Ma voi no, non dimenticate. E continuate, a modo vostro, a chiederci quello di cui avete più bisogno:  dolcezza,  affetto,  prossimità fisica, di avere tempo per correre all’aria aperta, di sperimentare un tempo disteso con le persone che si amano, di avere di meno e, contemporaneamente, avere di più. Perdonateci se continuiamo, a distanza di trent’anni, a fare finta di non sentirvi e se anneghiamo le nostre coscienze negli anestetici che la società di oggi prontamente vende al miglior offerente. Perdonateci se continuiamo a pensare di avere la verità in tasca, che tutto sia sempre recuperabile, se ci sentiamo proprietari di tutto ma responsabili di niente. Perdonateci se non abbiamo la vostra tenacia, se non abbiamo il vostro coraggio di guardare le cose in faccia e chiamarle col proprio nome, se non ci lasciamo guidare dal vostro istinto e dalla vostre intuizioni.

Se potete, perdonateci. E non stancatevi mai di continuare ad insegnarcelo.

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