Piata loď – Little Harbour

little_harbour

Regia: Iveta Grofova

Genere: Separazioni, Abbandono, Conflitto familiare

Tipologia: Lungometraggio

Interpreti: Vanessa Szamuhelova, Matus Bacisin, Katarina Kamencova, Johana Tesarovà

Origine: Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia

Anno: 2017

 

Trama: Il gioco innocente di due bambini cambierà per sempre le loro vite. Jarka, dieci anni, vive con una madre che non è ancora pronta ad esserlo ed è spinta dal desiderio di amare e di formare una famiglia, al punto che si ritrova a prendersi cura e a proteggere due gemellini abbandonati. Jarka infatti, forma una “famiglia” con Kristian e insieme si nascondono dagli adulti in un capanno dismesso. Giocano alla famiglia per come immaginano dovrebbe essere nella realtà. Nel capanno, i due creano un loro mondo fatto di purezza e un solido legame che durerà per sempre.

Recensione: Il film è ispirato ad avvenimenti reali.  La regista prova a spingersi fino ai limiti del fantastico per raccontarci di una nuova inverosimile famiglia, una fuga d’amore che è anche una fuga da quel mondo, per crearne uno nuovo: una storia che sceglie l’innocenza dei bambini per raccontare la corruzione del mondo adulto in un film fatto di continui abbandoni, compreso quello finale, il meno doloroso e scontato. L’autrice mescola i generi, creando una tela dai diversi colori: c’è il documentarismo che descrive una certa situazione sociale della classe medio bassa dalla quale proviene Jarka che si scontra col mondo asettico della famiglia di Kristian, l’estetica da videoclip, l’attrice che interpreta Lucia, la cattiva madre, ha partecipato a un contesto canoro in Slovacchia, e il film d’avventura, strizzando l’occhio al Wes Anderson di Moonrise Kingdom con l’auspicato lieto fine.

Il film è tratto dal libro The Fifth Boat di Monika Kompaníková. Leggendo il libro, racconta la regista, ho scoperto che è un  romanzo di formazione  incredibilmente potente. Sono stata immediatamente attratta dalla gamma di colori unica, presente nel testo e ho capito subito che era una storia che dovevo raccontare. Dopo il mio primo film, volevo realizzare una nuova opera con immagini fortemente evocative e, in questo senso, il mondo dei bambini è il terreno perfetto. Nel libro, la storia è raccontata a posteriori da una protagonista adulta, mentre io ho voluto preservare la prospettiva della bambina. Volevo che la protagonista fosse sempre sulla scena in modo che gli spettatori potessero connettersi con lei, capirla e vivere la storia con lei. Non volevo spezzare quest’empatia incorporando altre linee temporali o trame. A mio parere, la storia si basa molto sulla motivazione interiore della protagonista. Ci sono situazioni ai margini della credibilità, e gli spettatori hanno bisogno di comprendere chiaramente la psicologia della protagonista per essere in grado di accettare tali situazioni; perciò ho scelto di investire di più nella costruzione della credibilità della psicologia della protagonista in modo che gli spettatori avrebbero accettato gli eventi che accadono nella storia.

A. C.

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