Mommy

 

mommy

 

Regia:  Xavier Dolan

Genere: Drammatico

Tipologia: Disagio sociale, Disabilità

Interpreti: Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément

Origine: Canada

Anno: 2014

 

 

Trama: Il film Mommy del giovanissimo regista canadese Xavier Dolan ha vinto il gran premio della giuria al festival del cinema di Cannes nel 2014 ex-equo con il grande Jean – Luc Codard. Racconta la storia difficile e conflittuale di Diane e suo figlio Steve. Diane è una giovane attraente vedova, energica e intraprendente, ma disoccupata e continuamente in cerca di lavoro, non in grado di accudire il figlio quindicenne con problemi mentali e improvvisi attacchi di violenza. Quasi per caso arriva in aiuto ai due Kyla, una vicina di casa, insegnante in aspettativa, misteriosa, balbuziente, timida, apparentemente impacciata. Vive anch’ella un trauma familiare non ben definito e forse causa della sua balbuzie e del suo comportamento remissivo. Kyla si offre per dare ripetizione al ragazzo. I tre si frequentano, si conoscono, si aiutano. Si istaura fra loro un rapporto di collaborazione, di fiducia e di equilibrio che dà un risvolto positivo alle loro vite e al loro futuro.

Recensione: Il film racconta la storia di una madre, di un figlio, di una vicina. Niente di male se la madre Diane, non fosse una giovane vedova ancora piacente, un po’ volgare,  attaccabrighe, non sempre in grado di gestire  la sua esistenza e quella del figlio. Il figlio Steve, quindicenne, è malato mentale, violento, spesso costretto a ricoveri in istituti psichiatrici. Completa il trio  Kyla, la vicina, insegnante in aspettativa, balbuziente, remissiva, misteriosa. Dopo due anni dalla morte del marito, Diane è costretta a convivere con il figlio perché l’istituto dov’era ricoverato non può più tenerlo. Iniziano i problemi. Steve è incontrollabile, spesso violento. La madre, disoccupata, continuamente in cerca di lavoro. In aiuto giunge, inaspettatamente, Kyla che si offre per dare ripetizione all’esuberante Steve. I tre non hanno niente in comune. Troppo forti e in competizione i primi due, apparentemente troppo debole e lontana la terza. Man mano che il tempo passa, però, Kyla riesce a diventare punto di forza e di equilibrio del trio. I tre non si completano, ma stanno bene insieme, si aiutano vicendevolmente. Ciascuno, a suo modo, ha bisogno dell’altro: chiacchierano, discutono, ballano, cantano, bevono fumano. Si intravede nel futuro la speranza di una vita più tranquilla e serena. Non mancano momenti emozionanti, coinvolgenti, messi ben in evidenza dal giovanissimo e bravo regista canadese con una tecnica cinematografica personale e  inquadrature in primo piano. Scene assai significative per comprendere il difficile, ma anche tenero rapporto tra la madre e il figlio o quello di comprensione e di reciproco bisogno d’aiuto fra le due donne. Come quello, ad esempio, quando Steve tenta di zittire con violenza la madre, ma poi bacia la mano che le ricopre la bocca quasi a volerle comunicare un amore che altrimenti non saprebbe donarle; o quando al karaoke le dedica  “Vivo per lei” del grande Bocelli con voce stonata, ma profonda e appassionata  mentre lei è presa a flirtare col vicino di casa; o, ancora, quando si intuisce, attraverso i colloqui sempre più frequenti e confidenziali fra le due donne, che dietro la balbuzie e la remissività di Kyla c’è una fragilità familiare (marito e figlioletta) mai esplicitamente dichiarata.

A. C.

 

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