Nessun cancello potrà fermare il vento della Memoria della Shoah

“Se capire è impossibile, conoscere è necessario”(Primo Levi). Il 27 Gennaio 2015 si celebra in Italia come in tanti altri Paesi del mondo, il XV Giorno della Memoria per non dimenticare la Shoah. Una ricorrenza condivisa e istituzionalizzata, un evento che assume ogni anno un significato sempre più profondo:  il tempo passa e non per sempre potremo ascoltare i racconti di chi quella tragedia l’ha vissuta sulla propria pelle, marchiata a fuoco.Nessun cancello potrà fermare il vento della Memoria della Shoah.Con la Legge n. 211 del 20 Luglio 2000, la Repubblica italiana ha riconosciuto il 27 Gennaio come Giorno della Memoria per ricordare la data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa (1945) e commemorare la Shoah, le leggi razziali, la deportazione, la prigionia e la morte di oltre sei milioni di Ebrei vittime innocenti e di un milione e 800mila cittadini sterminati dai nazisti perché giudicati “diversi” per etnia, religione, indole sessuale, condizioni psicofisiche. Nonché tutti coloro che, pur in campi e schieramenti diversi, si opposero al progetto di sterminio nazifascista, salvando altre vite e proteggendo i perseguitati anche a rischio della propria vita.Tra loro, Irena Sendler, un’assistente sociale polacca che organizzò e diresse un gruppo di più di venti persone per salvare dalla morte migliaia di persone e bambini della capitale polacca sotto l’occupazione nazista.

Ecco il trailer del film “The courageous heart of Irena Sendler”

 

Riportiamo, inoltre, una parte del primo  capitolo del manuale “I diritti dei minori.Percorsi di tutela e protezione” del Master “Tutela, diritti e protezione dei minori” che racconta la sua storia:

“I diritti relazionali dei bambini”

di Paola Bastianoni

 Sono state entrambe le tue madri

a insegnarti

a non stupirti affatto

quando dici

E S I S T O[1]

È il 1939 quando Varsavia viene invasa dai nazisti. Nell’autunno del 1940, viene recintato il ghetto e quasi 400.000 ebrei sono trasferiti al suo interno in condizioni igieniche precarie, aggravate dalla mancanza di cibo e medicine: si moltiplicano le epidemie e il tasso di mortalità è altissimo. E’ nello stesso anno che  Irena Sendler, una giovane assistente sociale  polacca, riesce ad ottenere un lasciapassare per il ghetto in veste di infermiera, con l’obiettivo di identificare i  primi sintomi di tifo. In realtà è un’ utile trovata che le consentirà di organizzare una rete sotterranea di soccorsi: nel tentativo disperato di evitare ai bambini, rinchiusi insieme ai loro genitori, gli stenti del ghetto, riesce a far evadere i piccoli nascondendoli in sacchi di iuta, nel doppiofondo di bauli o  in piccole bare, dichiarandoli morti.

E’ un’ impresa difficile; ancor più  difficile è  convincere i genitori a separarsi dai propri figli, affidarli a mani estranee, rispondere positivamente alle loro richieste di garanzie che tutto sarebbe andato bene.

Dopo l’uscita dal ghetto i bambini vengono sistemati in centri di assistenza,  nutriti  e rassicurati; poi vengono assegnati a famiglie fidate, ad  orfanotrofi o conventi, e vengono loro forniti documenti falsi.

Durante tutto questo periodo, Irena tiene una lista ordinata e aggiornata dei nomi dei bambini salvati, e conserva le liste interrandoli sotto un melo del suo giardino, chiusi in un barattolo di vetro, con i dati dei veri genitori e di quelli adottivi, insieme ad alcuni effetti personali: il suo sogno è quello di restituire un giorno i bambini alle loro famiglie.
La Gestapo scopre il raggiro e  la cattura. Irena viene selvaggiamente torturata, subisce la frattura delle gambe e delle braccia e una condanna a morte (dalla quale verrà salvata dalla rete di  resistenza polacca) ma continua a proteggere i suoi bambini: non rivela il suo segreto.
Terminata la guerra e l’occupazione tedesca, Irena recupera i preziosi barattoli con le liste, e i nomi dei bambini vengono  consegnati ad un Comitato Ebraico che riesce  a rintracciare circa 2.000 bambini: solo un piccolo numero può ricongiungersi ai propri cari; la stragrande maggioranza delle famiglie ebree era state sterminata nei lager.

Irena Sendler trascorre la vecchiaia in un ospizio per anziani, dove una donna sopravvissuta allo sterminio si prende cura di lei: era una delle bambine che aveva portata via dal ghetto quando aveva solo sei mesi, nascosta dentro una cassetta per gli attrezzi. Nel 1965 Irena viene  riconosciuta dallo Yad Vashem di Gerusalemme come una dei “Giusti tra le Nazioni”. Il suo nome è ora inciso su un albero di carrubo  nel “Giardino dei Giusti” di Gerusalemme.

Irena è un’eroina, una di quelle figure salvifiche che ogni bambino e ogni adulto che è stato un bambino ferito vorrebbe incontrare lungo la sua strada; è una donna coraggiosa che non esita a stare dalla parte della giustizia; non esita a fare le scelte giuste, i gesti giusti, a silenziarsi a costo del dolore fisico estremo: la tortura. Irena riesce a salvare i suoi bambini. Ne salva tanti, tantissimi, ma riesce anche a salvarsi, senza tradirli, e a invecchiare accudita proprio da uno di quei bambini che aveva tratto in salvo. Irena è stata capace di tutelare  i piccoli sopravvissuti alle barbarie dello sterminio rispondendo all’imperativo categorico di non abbassare lo sguardo. E’ riuscita a  guardare  i loro incubi  come fotogrammi in sequenza, senza chiudere gli occhi, senza negare,  pronta  ad accogliere  il vissuto più tormentato senza la pretesa di  cancellarlo, lasciandolo sedimentare  nelle pieghe della memoria, con la disponibilità a contenerlo e a sostenerlo ogni volta che sarebbe riemerso sostenendo la sfida della ri-costruzione. La storia di Irena e dei suoi bambini racconta di un circuito virtuoso che dalla protezione all’infanzia conduce alla cura degli anziani. E’ in questo circuito che si manifesta la cultura di una società volta a tutelare i diritti della persona umana.   Occorrono molte Irene anche oggi ma, ancora di più, occorrono semplicemente persone pronte a praticare la cura di chi è loro vicino. Non sempre ci sono migliaia di bambini da salvare dall’orrore della perdita di umanità, ma sempre ci sono al fianco di ciascuno  persone di giovane età o di tarda età da proteggere e da curare. C’è chi cura l’infanzia e chi restituisce la cura nella tardiva infanzia della vita: l’anzianità affetta da malattie degenerative, dall’Alzeihmer. Occorre la messa in atto e la tutela di molti circuiti protettivi rivolti alla cura che richiedono scelte attente, meglio se condivise, ma spesso anche in solitudine. Occorre sapere quali sono i diritti relazionali di ogni individuo, di ogni bambino e bisogna saper tradurre i diritti in responsabilità sociali – collettive e individuali- in azioni, in riflessioni e in strumenti d’intervento. Non occorrono sempre eroi, al contrario, quando gli eroi sono necessari la loro presenza rimanda sempre a forme più o meno gravi di decadimento. Occorrono invece, e in numero sempre maggiore, persone responsabili delle relazioni prossime, del benessere di chi sta loro accanto, sia esso  familiare o estraneo.”



[1] Poesia scritta e dedicata dal marito a Elizabeta Ficowska, sopravvissuta allo sterminio nazista.

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