NIENTE STA SCRITTO

 

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Regia: Marco Zuin

Genere: Documentario

Tipologia: Disabilità

Interpreti: Piergiorgio Cattani, Martina Caironi

Origine: Italia, Kenya

Anno: 2017

 

 

 

Trama: Il film entra nella vita di Piergiorgio Cattani, studioso e giornalista che da sempre convive con una grave malattia degenerativa, la distrofia muscolare di Duchenne, e in quella di Martina Caironi, l’atleta paralimpica con protesi più veloce al mondo. Le loro storie, pur non intrecciandosi mai, procedono parallele per dimostrare che è possibile aprire percorsi controcorrente, vincendo il rischio di emarginazione e di chiusura in se stessi.

Recensione: Niente sta scritto, è una battuta del celebre film del 1962 Lawrence d’Arabia pronunciata dallo stesso Lawrence (Peter O’Toole) ad un incredulo Sherif Ali (Omar Sharif) che lo vede tornare dalla difficile missione di recuperare un compagno in territorio ostile. La vita riserva sorprese, anche positive: niente sta scritto. Nulla è scontato, nel bene e nel male. La vita (anche quella biologica) è segnata dalla libertà, il destino dalla necessità: ma la vita supera il destino.

La vita riserva sorprese, anche positive: niente sta scritto. Grazie alle persone, alle relazioni, ai desideri, alle rassicurazioni e anche alle conflittualità, l’esistenza cambia. Niente sta scritto non è un’altra storia di disabilità o di una malattia. Parla di guarigione, che va oltre il corpo fisico. È un film sulle possibilità, in cui l’unica via d’uscita è la consapevolezza di poter fare sempre qualcosa per gli altri.

Il progresso scientifico ha un ruolo sempre più decisivo (nello sport e nella vita) per chi ha una disabilità. È fondamentale e “restituisce” ciò che una malattia o un incidente ha tolto. La tecnologia diventa estensione del corpo, diventa nuova possibilità. Nello scorrere dei minuti del documentario, scopriremo che il cuore del film diventa proprio il prendersi cura dell’altro, comprese le proprie fragilità personali e le proprie difficoltà, per dare una prospettiva di vita vera. Lo facciamo attraverso due figure, due diverse forme di partecipazione: la massima visibilità (lo sport) e un atteggiamento riservato (la firma di un giornalista) per raccontare l’estensione del sé in rapporto alla comunità.

Questo documentario ha la sincerità di mostrare che un altro modo di vedere il mondo è possibile. Non ci sono persone geniali, non siamo di fronte a eroi, angeli o campioni di sopportazione oppure a individui con capacità intellettive superiori, con mezzi economici molto cospicui o con appoggi altolocati. Certamente alcuni standard minimi di assistenza e alcune capacità personali sono indispensabili, ma si può dimostrare che tutti possono raggiungere dei risultati per se stessi per gli altri. Dimenticando la pietà non assistiamo più ad una vicenda che ha per protagonisti un ragazzo e un portatore di handicap, ma ci concentriamo con semplicità sulla storia di un uomo e dell’importanza della comunità.

A. C.

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