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La notte prima degli esami sancisce il passaggio alla vita adulta. Trascorsa quella notte non si potrà dire di essere uguali a prima. Io me la ricordo la mia notte prima degli esami. Sono rimasta a lungo stesa sul letto matrimoniale di mia nonna Iris, che me lo aveva ceduto per l’occasione, indecisa se dormire o ricominciare a ripassare tutto. Quel letto in cui non si capiva più il confine tra i libri e le coperte, dal quale si intravedeva il cielo sopra il quartiere, è stato il mio compagno di una notte che non ho più dimenticato.

E se è vero, come diceva Eduardo De Filippo, che gli esami non finiscono mai, è anche vero che l’esame di maturità non sarà mai uguale a nessuno di quelli passati e futuri. Poi ci dicono che non si deve più chiamare esame di maturità ma esame di stato. No, no è proprio un esame di maturità. Perché a volte si deve dimostrare una maturità superiore a quella di tanti adulti: dei genitori che vogliono accompagnarti per mano fino alla soglia della classe quando per cinque anni ti hanno lanciato sui primi autobus e treno che passavano per non fare tardi al lavoro; quella dei già diplomati che vengono ad instillare o un velato terrorismo psicologico o un insostenibile “è una sciocchezza” nella mente di tutti gli studenti che, prima di varcare la fatidica soglia, provano una sensazione che deve avere qualche affinità con Teseo quando stava per entrare nel labirinto e non sapeva se fosse meglio essere inghiottiti dal minotauro o morire di stenti in un labirinto senza uscite di emergenza; quella degli insegnanti che per cinque anni si sono riempiti la bocca di una meritocrazia mai applicata e, proprio quel giorno, ti guardano come se ti vedessero per la prima volta e con lo stesso spirito ti valutano. Ci vuole maturità per comprendere che sarà anche la notte prima degli esami, ma che poi gli esami sono fatti di quattro prove di difficoltà crescente, congegnate dalle migliori menti, quindi la morale è che l’ultima notte rimpiangi la prima. Ah no, aspetta. Quest’anno la prova è una sola, quindi gli studenti provano l’angoscia della prima e dell’ultima tutta in una volta. Non li invidio. Almeno noi la pagavamo in comode rate settimanali. Tranne Alfredo. Alfredo fece l’orale il 24 luglio, il lasso di tempo più lungo della storia che ci fece capire che dall’esame di maturità al primo parziale all’università il passo è breve e corri il rischio di non aver smaltito nemmeno lo stress. Io il 24 luglio ero già tornata dal viaggio premio in Puglia. Per dire. Sì, perché le notti dopo gli esami vanno festeggiate, ci vuole una vacanza che possa coronare degnamente il momento. In realtà, nel mio caso specifico, sarebbe stato più indicato un pellegrinaggio a Fatima, ma ho potuto beneficiare delle notti prima degli esami non godute dei tre cugini più grandi che si erano tutti fermati alla terza media, quindi al primo diploma arrivato in famiglia tutti i parenti si sono sentiti in dovere di non far passare inosservata la cosa. Dico che sarebbe stato più indicato un pellegrinaggio a Fatima perché i miei genitori non avrebbero scommesso dieci mila lire, c’erano ancora le lire, sul mio diploma, considerando che ogni compito in classe era preceduto da una vera e propria notte di passione. “Che compito in classe hai domani, latino o greco?” chiedevano i miei genitori tornando dal lavoro quando mi vedevano riversa sui libri e già in preda alle prime avvisaglie di un attacco d’ansia con annessa inappetenza. “Greco” rispondevo mesta. “E anche stanotte non si dorme” concludeva mia nonna Iris che era convinta che la sua camomilla fatta con due bustine fosse la panacea di tutti i mali. Poi il giorno dopo andava ad accendere un cero davanti alla Madonna della grotta, perché la sua camomilla aveva proprietà miracolose, però non si sa mai. Tutto ciò per dire che quella notte prima degli esami era già costata ai miei parenti l’equivalente dell’attuale IMU in ceri, statue votive, santini e bustine di camomilla. Ma almeno questa “l’avevano diplomata”. Forse. Mia madre ebbe un momento di vero cedimento la mattina della temutissima terza prova, quando dovette fermare la macchina in mezzo alla strada per lasciarmi vomitare anche i pasticcini della prima comunione. Ma si ricordò che aveva giurato a Santa Rita da Cascia che quel diploma me lo avrebbe fatto prendere a tutti i costi, quindi tirò fuori un fazzolettino al mentolo e la storia finì lì. E poi arrivò l’ultima notte prima dell’orale, quando il morale in famiglia era assimilabile alla famosa partita Italia-Germania con risultato 3-3 e nessuno si decideva a segnare il goal della vittoria. “Guarda che si sono diplomati tutti e non è ancora morto nessuno” provò a suggerire nonna Anna che aveva la quinta elementare. “Chi era, il nipote di Gigino che è morto perché studiava troppo?” si lasciò scappare nonna Santina, che era la bisnonna di mia cugina, ma per l’epilogo di questa tragedia si era pensato che unire i poteri divinatori di più generazioni potesse essere propizio. “Ma no Santina, quello è morto d’infarto” cercò di correggere il tiro mia madre, che cominciava a pensare che, forse, sarebbe stato meglio non invitare proprio nessuno. “Ah può essere” proseguì imperterrita nonna Santina “però la Cesarina mi ha detto che è morto mentre studiava”. Dopo trenta secondi di silenzio imbarazzante nonna Iris disse: “E se nella camomilla stasera ci mettessi tre bustine?”. Malgrado i nefasti presagi, riuscii a sostenere l’orale e mi diplomai. Fu una sorta di goal di Tardelli alla finale dei mondiali del 1982. E, con lo sprezzo del pericolo che mi ha sempre contraddistinta, mi iscrissi anche all’università, la quale costò ai miei genitori il quinto dello stipendio in pegni alla Madonna della grazie. Alla nonna Iris no, perché mi ha lasciata sul più bello, e in ogni notte prima degli esami ho chiesto che continuasse a vegliare su di me e così è stato. Perché mi sono laureata. Una volta a ventitre anni e una volta a trentuno, con mio figlio appena nato. La paura non deve mai permetterci di scappare da noi stessi e da ciò che vogliamo davvero. Perciò, a quanto pare, delle notti prima degli esami ce ne sono state molte altre per me. Ma quella, la prima in assoluto, per tutto quello che ha significato nel mio divenire, non potrò mai dimenticarla. Lo chiamano esame di stato, ma sono sempre convinta che sia un esame di maturità. Perché ci vuole maturità per comprendere che è uno degli esami più importanti della vita, ma non è la vita. Ma questo, quasi sempre, lo si capisce solo dopo.