Racconti da Stoccolma

Racconti da Stoccolma

Regia: Anders Nilsson

Genere: Drammatico

Tipologia: Violenza familiare

Interpreti: Oldoz Javidi, Lia Boysen, Reuben Sallmander, Per Graffman, Bibi Andersson

Origine: Germania, Svezia

Anno: 2006

 

 

Trama: Quando scende la notte Stoccolma si scopre intollerante e violenta. Dentro le case e fuori, sulle strade, esplode l’odio incontrollato di padri, mariti, fratelli. In una di queste notti si incrociano i destini di Leyla, figlia di una numerosa famiglia mediorientale, cresciuta secondo un rigido codice morale e religioso, Carina, madre generosa e giornalista di talento, umiliata dalle parole e dalle percosse di un marito meschino e geloso, e Aram, giovane proprietario di un locale, innamorato di uno degli uomini della sicurezza. Con modi e tempi diversi, Leyla, Carina e Aram impareranno a difendersi e a reagire ai soprusi. Il mondo è duro con tutte le donne che cercano di adattarlo alle proprie esigenze e alle proprie inclinazioni invece di lasciarsi condizionare dai genitori, dai mariti, dai fratelli o dalla persona amata.

Recensione: I racconti di Stoccolma di Anders Nilsson raccontano delitti d’onore, violenze domestiche e tentati omicidi. Il regista scandinavo affronta (nel primo episodio) il problema dell’automatizzazione religiosa e culturale eretta a sistema, fondata sul culto della differenza, della gerarchizzazione e della categorizzazione. Leyla e la sorella maggiore Nina non sono definite a partire dalla loro individualità ma secondo legami di dipendenza all’interno della struttura familiare: sono figlie, sorelle e, se non verranno meno alle aspettative sociali e religiose sul ruolo che sono chiamate a ricoprire, saranno mogli.
In caso di trasgressione (anche solo presunta) la donna assume una posizione di irregolarità nella comunità, che provoca una rappresaglia feroce da parte del gruppo “disonorato”. Lo schema concettuale non cambia per Carina o per Arem, a cui vengono negate l’identità e la possibilità di essere felici. Quelle di Leyla, Nina e Arem sono vite “interrotte”, vite “chiuse in casa” che il regista osserva al microscopio, soddisfacendo il bisogno voyeuristico dello spettatore, mostrando i fatti, svelando e raccontando davvero troppo. Una storia, meglio, tre storie così impongono un obbligo: quello di avere uno sguardo morale. Sguardo che difetta al regista.
Anders Nilsson esplicita tutto il senso del sotteso a una violenza, a un sopruso, a un abuso. I racconti di Stoccolma prestano il fianco al gioco dei buoni e dei cattivi senza considerare che l’infamia è sempre il prodotto delle istituzioni più che delle personalità che in esse operano.
Un’occasione sprecata per ribadire le ragioni profonde di un’ingiustizia: la pratica del dominio che gli “uomini” esercitano sulle donne. Una riflessione perduta per denunciare la scarsa coscienza collettiva e i limiti culturali di tutti quelli che considerano la vita di una donna come un’appendice a quella dell’uomo e la sua morte un’occasionale violenza fisica e non la cancellazione dell’identità e del diritto a una vita indipendente. Peccato.

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