Me la ricordo la prima notte in strada. Mi hanno lasciata in un parcheggio semi deserto e mi hanno detto di non essere troppo schizzinosa con i clienti, altrimenti mi avrebbero massacrata di botte. Sapevo bene che sarebbe stato così. L’avevano già fatto, quando mi hanno presa appena arrivata in Italia ed io ho cercato di scappare perché non avevo i soldi per pagare il mio debito. Sono spietati, non si preoccupano di quanto male ti fanno. Ma non ti picchiano in faccia. La faccia la lasciano stare, altrimenti gli uomini per strada non si fermano. E se non si fermano non guadagni una lira. E se non guadagni non gli puoi portare i soldi. E la storia non finisce mai. Ma non finisce mai comunque.

Anzi, è finita prima ancora di cominciare. Sono nigeriana, settima di otto figli, mio padre è morto, mia madre deve mantenere la famiglia. Fine della storia. E’ stata proprio mia madre a dirmi che non avevamo scelta, che dovevo andare con quegli uomini che promettevano di portarci in Italia per trovare lavoro. Così avrei potuto mandare soldi alla mia famiglia. Ma in Italia non c’era una casa, non c’era un lavoro, non c’era niente. Solo i debiti del viaggio da pagare e io non avevo soldi. Se non avevo i soldi dovevo andare con loro, mi hanno detto. Avevo paura, ho provato a fuggire, mi hanno presa e mi hanno detto che chi non paga i debiti muore. Forse avrei dovuto lasciare che mi ammazzassero. Almeno, sarei morta una volta soltanto. Invece muoio lentamente ogni giorno, ogni ora, ad ogni macchina che si ferma, ad ogni prezzo contrattato, ad ogni nome che sento pronunciare da labbra sconosciute. Muoio ogni volta che penso che quello che faccio non ha nulla a che fare con l’amore, anche se fingo di amarli tutti, per mezz’ora o giù di lì. Li uso come loro usano me. Anche se loro mi usano di più. Perché io non ho scelta. Loro, invece, possono scegliere. Potrebbero scegliere di rimanere con le loro mogli, fidanzate o compagne, alle quali non si sognano di chiedere o di fare quello che chiedono e fanno a me; oppure potrebbero scegliere di provare a conquistare una donna, senza trincerarsi dietro la sicurezza del portafogli; potrebbero decidere di non nascondere la macchina in un vicolo scuro per rendermi più sporca di come vi sono entrata, ma di condurmi in un posto sicuro, lontano da questa vita che non ho voluto. Ma loro non lo scelgono mai e, senza saperlo, oppure lo sanno?, costringono me ad un inferno senza fine. Pensavo che la strada fosse una prigione e non sapevo che invece era la libertà rispetto a quello che devo vivere oggi. Gli uomini non possono più girare per strada da quando c’è il coronavirus. Loro non girano e noi non lavoriamo. Per questo ci affittano. Ci mandano in casa di gente che non conosciamo, ci tengono chiuse per giorni interi dentro una stanza. Non sappiamo per quanto tempo, non sappiamo quando torneremo a casa. Finché non si stancano di noi, finché non ci trovano qualcun altro disposto a succhiarci la vita. Penso a quel parcheggio vicino al benzinaio, penso alle notti fredde con la minigonna e le calze a rete e le rimpiango. Almeno lì potevo respirare l’aria, potevo rifiutare un cliente se mi faceva paura e se mi picchiava, almeno poi mi riportava indietro quando tutto era finito. Chiusa in questa casa, invece, ogni minuto che passa sembra lungo almeno il doppio. All’inizio vivevo nell’illusione che prima o poi avrei pagato il mio debito; ora non ci spero più. Non riuscirò mai a pagare, si inventeranno sempre qualche conto da saldare. Fino a quando non gli servirò più e non andrò bene nemmeno per la strada. Allora, forse, finalmente mi uccideranno. Oppure no. Mi scaricheranno definitivamente lì dove mi hanno raccolta. E allora che cosa farò? Che vita potrei mai cominciare? Forse dovrò vendermi per sempre. Ripenso alla mia casa in Nigeria. Penso a mio padre. Mi raccontava sempre una storia da bambina. Una leggenda. La leggenda di un uccello che canta una sola volta nella vita, il giorno in cui muore. Ma in quell’unico giorno la melodia che esce dal suo petto è così meravigliosa che tutto il mondo rimane incantato ad ascoltare. Qualcuna di noi ogni tanti muore. Muore di freddo, muore perché si è ribellata, perché ha parlato con la polizia o con qualcuna di quelle donne che dicono di volerci aiutare; muore perché un cliente diventa geloso o perché non è stato soddisfatto; qualcuna muore perché si toglie la vita. Ma le nostre voci restano inascoltate. La nostra morte aggiunge silenzio al silenzio in cui conduciamo la nostra miserabile vita. Penso a mia madre. Quando sono salita su quella macchina sudicia che mi ha portata via mi ha dato l’unica cosa bella che possedeva, uno scialle ricamato che aveva indossato il giorno del suo matrimonio. Pensava che mi sarebbe servito per il mio lavoro. Se solo sapesse il lavoro che faccio. Non l’ho mai indossato. Voglio che resti pulita almeno quella parte della mia vita che nessuno mi potrà togliere. Penso alle mie sorelle, alle mie amiche, penso che la stessa sorte potrebbe toccare a loro. Penso agli uomini che ci trattengono nelle loro macchine e nelle loro case, come se fossimo oggetti e non esseri umani. E mi chiedo che cosa proverebbero se al nostro posto ci fossero le loro mogli, figlie, sorelle. Ma è inutile che io me lo chieda. Non provano niente. Fanno finta di non sapere che siamo schiave, esattamente come loro sono schiavi della loro perversione, del loro perbenismo, della loro incapacità di cogliere negli occhi l’umana sofferenza. E provo un’enorme pietà per quelli che credono di trovare sulla strada la credibilità e il potere che non trovano nella vita. E poi penso ancora a mio padre, che è morto credendo in Dio e alla sua leggenda dell’uccello che ci insegna che al meglio si perviene con grande sacrificio. Mi stringo in una coperta che ha l’odore di chiunque, chiudo gli occhi e penso al mio sacrificio che ha il colore e il sapore di un’umanità che si è persa dietro a un dio, più dei a dire il vero, che non hanno nulla a che fare con quell’idea di amore nella quale, nonostante tutto, mi hanno insegnato a credere.

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