Sciuscià

sciuscià

Regia: Vittorio De Sica

Genere: Dammatico

Tipologia: Guerra

Interpreti: Franco Interlenghi, Riccardo Smordoni, Emilio Cigoli

Origine: Italia

Anno: 1946

 

 

Trama: Giuseppe e Pasquale sono due ragazzi legati da amicizia che vivono allo sbando e, dopo l’arrivo degli Alleati, si guadagnano la vita facendo i sciuscià, i lustrascarpe a Roma . Con i soldi guadagnati in questo modo, si comprano Bersagliere il cavallo bianco che ogni tanto riuscivano a cavalcare a Villa Borghese. Bersagliere è il loro sogno divenuto realtà, la loro rivincita di libertà nei riguardi di una società che non riesce a elaborare il suo passato e non protegge il suo futuro. I due ragazzi vengono coinvolti dal fratello maggiore di Giuseppe, in un furto ai danni di una chiromante. Scoperti, finiscono in riformatorio. Qui inizia per loro una vita infernale fatta di violenza e di soprusi, persino l’assistente del direttore del carcere Staffera che ha perso suo figlio di 10 anni, non ha pietà dei ragazzi. Ingannati proprio dalle istituzioni, costretti a tradirsi a vicenda, pensano solo ascappare. Ormai la loro amicizia è incrinata: durante un incidente Giuseppe ed il suo compagno di cella decidono di fuggire;  Pasquale, per la paura di perdere Bersagliere, rivela a Staffera, dove sono i fuggitiviconducendolo alla stalla dove è custodito il cavallo. Su un ponticello Pasquale affronta Giuseppe e comincia a frustarlo con la sua cintura, il ragazzino inciampa, cade nel torrente sottostante e muore. A Pasquale, realizzando ciò che ha fatto, resterà il pianto disperato mentre si avvicina la polizia e Bersagliere si allontana dal ponte.

Recensione: “Una possente realizzazione cinematografica sulla vita dei figli della strada” così viene definito il film nel trailer italiano. Nato da uno spunto di Giulio Cesare Viola e da un’inchiesta condotta da Cesare Zavattini e Vittorio De Sica tra gli sciuscià romani, il film riprende l’esplorazione del mondo infantile iniziata dal regista con I bambini ci guardano. Nella Roma postbellica De Sica offre  un quadro documentaristico sulla vita dei ragazzini sbandati, cresciuti troppo in fretta e costretti a lavorare come shoe-shine  in una società  che esce dalla guerra a brandelli ma non riesce né ad elaborareil suo passato né tantomeno a proteggere il suo futuro. Il film non concede nulla al pietismo né al bozzettismo: gli adulti sono distratti, non guardano, non vogliono farlo, rassegnate le madri, mentre i bambini, nonostante tutto, riescono ancora a conservare una purezza di fondo che De Sica venera quasi, eche nemmeno l’Italia del boom economico e quella seguente potrà distruggere.Il film non concede nulla al pietismo né al bozzettismo, il regista non commisera, ma guarda lucidamente a ciò che accade. Scrive Mino Argentieri: “Disadorna, la regia poggia sulla semplicità compositiva delle inquadrature, sulla incisività dei volti, sulla misuratezza dei movimenti della macchina da presa, su un montaggio piano e su una intensità che raggiunge la poesia e rischiara il fondo disperato di un film illuminante” (http://www.treccani.it/enciclopedia/sciuscia). Con il bianco e nero, De Sica dilania la povertà e la condizione dei bambini abbandonati nel carcere minorile: secondo un’indagine UNESCO del 1950 in Italia sono circa 115.000 i minori che vivono in condizioni disumane in 693 istituti. Il riformatorioè un micro universo: i ragazzi rinchiusi senza alcuna tutela, trattati come degli adulti se non peggio perché incapaci di difendersi, sono solo un fastidio di cui doversi liberare, espressione di una coscienza da soffocare. Il poliziotto in borghese che accompagna Giuseppe e Pasquale davanti al capo guardia dirà: “Buongiorno comandante, vi ho portato dell’altra merce”.  E la morte non dà pace ma segna la fine dei sogni, il cavallo si allontana, lasciando Pasquale al suo destino ormai di adulto segnato. Recitato da attori non professionisti, da caratteristi bravissimi, da bambini presi per strada, Sciuscià costa circa un milione, ed è difficile realizzarlo per la mancanza di pellicola oltre che per i problemi posti dalla censura ancora più dura e bigotta della censura fascista. L’opera, emblema del neorealismo, ha un grande successo in USA a tal punto da vincere il primo Oscar assegnato ad un film straniero nel 1948. In Italia invece l’accoglienza del pubblico e della critica resta tiepida: l’Italia non èancora disposta ad analizzare i suoi scheletri, il passato è ancora presente; il direttore del carcere ne è un esempio: mentre ispeziona le cucine, nell’andar via quasi d’istinto, fa il saluto romano. Sciuscià oggi è diventato quasi sinonimo di infanzia negata, basti pensare al documentario che realizza Giuseppe Marrazzo a Napoli nel 1979 (l’anno del fanciullo): Sciuscià Infanzie negate a Napoli intervistando i bambini che lavoravano per strada anche di notte, sopravvivendo con piccoli scippi o portando nei locali i soldati americani arrivati in città. Marrazzo punta il dito contro la famiglia inesistente e contro la scuola che non vuole intervenire e come De Sica non può non provare amore verso quei sciuscià che, mentre sfidano la legalità, perdono inesorabilmente il loro cavallo, il loro diritto alla felicità.

M. P.

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