Storie di inclusione: Samira

A volte mi chiedo come sarà la tua voce quando parlerai. Perché imparerai a parlare. Sei così forte e determinata che presto imparerai a parlare, a camminare, a giocare senza il nostro aiuto.


Tua madre il giorno del primo colloquio a scuola ci ha detto che ti considera un dono, la figlia che resterà sempre con lei e con la quale avrà per sempre un legame speciale, mentre gli altri saranno destinati a prendere il volo per seguire la loro vita. Anche per noi sei un dono. Sei l’occasione che abbiamo per guardare il mondo per quello che è e sei l’occasione che abbiamo per vivere insieme agli altri bambini un tempo lento, disteso, che ci sappia dare la misura di quanta meraviglia e stupore ci possono essere in ogni piccola conquista quotidiana. Ti guardo giocare insieme ai tuoi compagni che ti adorano e penso che sono proprio loro i migliori insegnanti che tu potessi incontrare, così come tu sei la migliore insegnante che loro potessero avere. Tu che nonostante i tuoi tre anni sei così piccola che persino il passeggino sembra uno spazio troppo grande, tu che ogni volta che ti mostriamo qualcosa di nuovo riempi la stanza di gridolini di gioia, tu che tiri i capelli dei bambini e poi sfoderi un sorriso disarmante persino per loro, tu che quando ti stanchi di stare seduta alzi le braccia verso di noi e, quando ti prendiamo in braccio, ci stringi forte e ci fai dimenticare la stanchezza e le preoccupazioni per farci ricordare invece perché abbiamo scelto questo lavoro e non lo cambieremmo con nessun altro.  Tu che sei forza e dolcezza allo stesso tempo, tu che ci metti alla prova con le tue marachelle ma che sai sempre farti perdonare, sei tu il vero insegnamento, sei tu l’anima di tante scelte che facciamo e anche quando ci sembra di allontanarci dagli obiettivi che ci siamo proposte, ti guardiamo e riusciamo a cogliere in te che siamo esattamente dove dovevamo essere. Il tuo corpo così piccolo e fragile mostra già i segni di una dura battaglia, perché porti cicatrici che abbiamo a volte persino paura di sfiorare; eppure a quei segni indelebili, che scoraggerebbero e farebbero male a chiunque, non sembri nemmeno fare caso, consideri il tuo corpo una costante scoperta e ci dimostri come si possa essere autenticamente felici in qualsiasi condizione. Ti guardo e ripenso alla mia vita, quella vita che ho dovuto stravolgere, fermare come un nastro e riavvolgere, proprio nel momento in cui pensavo di essere ad un passo da quel che avevo sempre voluto. Ti guardo e penso al dolore che ho provato e a tutte le lacrime versate. Ti guardo e tutto prende senso. Non ho mai pensato seriamente nella mia vita di insegnare, ma ho sempre desiderato imparare e tu per me, per noi, sei il libro più bello che sia mai stato scritto. Perché in nessuno dei manuali che abbiamo studiato, tanti oramai, c’è scritto quello che si prova quando ti vediamo arrampicarti su una sedia, fare uno scarabocchio con un pennarello, far finta di dare da mangiare ad un bambolotto, nasconderti sotto un telo pensando che non ti vediamo più. La tua forza di volontà, il tuo attaccamento alla vita, ti permette di trovare sempre la motivazione per raggiungere ciò che vuoi e noi, che non possiamo insegnarti niente che tu potenzialmente non sappia già, non possiamo fare altro che cercare di far sì che quell’entusiasmo che mostri in ogni circostanza non si spenga mai. Ti guardo mentre i bambini fanno cerchio intorno a te donandoti giochi che non presterebbero al loro più caro amico, ma a te concedono tutto perché hanno capito da sé che, proprio tu che non chiedi mai niente, meriti tutto. Ti guardo e spero che questi bambini imparino da te la forza, la resilienza, la possibilità di raggiungere qualsiasi meta, solo che lo si voglia. Ti guardo e spero che questo tempo che trascorrerai con noi possa segnare le basi per la crescita migliore che tu possa avere. Non c’è passo, attività, canzoncina, poesia che non progettiamo pensando a te, non tanto a come potrai fare ogni cosa, ma a come potrai fare ogni cosa insieme a noi; perché noi non potremmo fare niente senza di te. Spesso ti ammali, perché quel corpicino che chiama a sé la vita è ancora molto fragile, e noi sentiamo la tua mancanza. I bambini ti cercano, chiedono che mettiamo da parte anche per te tutto ciò che abbiamo preparato per loro, perché tu possa trovarlo al tuo rientro. Cantiamo le canzoncine che ti piacciono e ridiamo pensando a come sei buffa quando cerchi di imitare i gesti, i suoni, i movimenti. E il tuo posto a tavola è il più ambito, proprio come quando ci sei, perché non c’è niente di più bello per i bambini che condividere con te ogni tratto della nostra quotidianità. Ti guardo e penso che, inconsapevolmente, ti abbiamo sempre aspettata. Perché in un mondo lavorativo che richiama costantemente alla professionalità, confondendola con rigidità e freddezza, avevamo bisogno che venisse riconosciuta la nostra volontà di andare oltre, oltre noi stesse, oltre i protocolli, oltre quello che si può e non si può, per raggiungere una dimensione in cui possiamo sentirti ed essere sicure che tu senta noi. Perché siamo convinte che non esista insegnamento lontano dall’amore e dal sacrificio, nella vera accezione del suo significato, sacrum facere, rendere sacro. E siamo convinte anche che non esista inclusione senza il desiderio di averti sempre con noi. L’inclusione non è una buona prassi, l’inclusione è un sentimento, quello di non voler appartenere ad un mondo diverso da quello al quale appartieni tu. E se noi non ne possiamo fare a meno, nemmeno i bambini possono. Ti guardo e penso che ci sono cose che nessuna parola può spiegare. Come quando abbiamo raccolto le foglie in giardino. La terra era bagnata e rischiavi di inzupparti tutta, proprio tu che l’umidità è la tua peggior nemica, ma allo stesso tempo non volevi stare in braccio perché avevi il sacrosanto diritto di raccogliere le foglie insieme ai tuoi amici. I bambini hanno capito ancor prima di noi il tuo desiderio, perché hanno voluto che ti mettessimo sul rimorchio di un camioncino da giardino e, piano piano, ti hanno guidata ad esplorare ciò che volevi. E proprio loro che trascinano i rimorchi forte fino a fare le scintille sull’asfalto, invece andavano piano, per non farti cadere e per lasciare che tu avessi il tempo di ammirare tutto ciò che anche loro stavano ammirando. Proprio loro che sono gelosi di ogni piuma che trovano in giardino, e che nascondono prontamente negli armadietti, a te donavano invece ogni tesoro, solo per il piacere di vederti felice. Proprio loro che spesso sono così assorbiti da loro stessi, sono così concentrati sui loro bisogni e desideri, non distoglievano lo sguardo da te e non facevano che interpretare ogni tua richiesta. Nessuna parola può davvero spiegare tutto questo. E nessun progetto, nessuna attività può insegnare più di quello che tutti noi abbiamo imparato insieme a te. Ti guardo quando ti addormenti al pomeriggio, quando ti abbandoni sulle nostre spalle, spesso stremata dalle emozioni e dalle attività della mattina. Ti guardo e vedo nel tuo visino rilassato la fiducia assoluta, quella che noi adulti non proviamo più. Ti guardo quando ti volti dall’altra parte quando ti viene a prendere la tua mamma, perché non vorresti andare a casa; vedo il viso un po’ rassegnato di tua madre, ma dentro di me sono felice del fatto che tu abbia trovato nella nostra scuola un’altra base sicura, un luogo che risponde a tutti i tuoi bisogni. Ti guardo quando tua madre ti avvolge in quella calda coperta perché tu non prenda freddo nel tragitto verso casa, guardo quegli occhietti che spuntano sotto il berretto e penso che non vedo l’ora che sia domani per riabbracciarti e per riempirmi gli occhi e il cuore di te e di tutto quello che sei. Ti guardo e rimango incantata di come tu, così piccola e semplice, possa rappresentare tutti i colori e le sfumature della vita.

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