Terza tappa del Tour Comunità: comunità La Crisalide a Napoli

Oggi l’equipe del Tour si è riversata nelle colorate vie dei quartieri di Napoli, ospite della Comunità “La Crisalide”

La storia della comunità “La Crisalide”

La Comunità “La Crisalide” nasce nel 1998, dopo alcuni mesi di formazione congiunta tra educatori e assistenti sociali, su richiesta del Comune di Napoli e del consultorio Toniolo (Ente fondatore dell’Università Sacro Cuore) per accogliere bambini vittime di abuso sessuale. Inizialmente la comunità ospitava minori soli e/o minori con madri, ritenendo un fattore protettivo la convivenza tra minori e madri con bambini. Oggi, alla luce della normativa vigente, la struttura accoglie unicamente bambini e bambine dai 4 ai 13 anni. In questo momento la comunità ospita 6 bambini (limite massimo previsto).

La casa

L’appartamento della comunità La Crisalide è situato a Napoli nei pressi della Stazione Centrale, al primo piano. E’ composto da 3 ampie e colorate camere da letto, un grande salone, una cucina abitabile, una sala d’ingresso, un corridoio, due bagni, e due balconi che si affacciano sul mercato che ogni mattina anima le vie del quartiere.

Filosofia dell’intervento: la messa al centro della famiglia del bambino nella rete e il rapporto con la famiglia di origine.

Domenico Picciocchi, responsabile della comunità fin dalla sua nascita, descrive la filosofia d’intervento de “La crisalide”, sottolineando come l’attenzione delle procedure operative verta non solo sul minore, ma sull’intero sistema familiare del bambino allontanato. “Per perseguire questo obiettivo- precisa il responsabile- e’ essenziale comunicare correttamente al bambino e ai suoi familiari le motivazioni dell’allontanamento e il conseguente ingresso in comunità. E’ necessario chiarire subito al bambino che il suo allontanamento dalla famiglia non è da attribuire ai suoi comportamenti, ma è stato determinato esclusivamente da comportamenti inadeguati degli adulti, e che il tempo della sua permanenza in comunità sarà impiegato dai suoi genitori per svolgere i ”compiti per casa” che il giudice ha assegnato loro, con l’obiettivo che imparino ad assolvere sufficientemente alle funzioni genitoriali rivolte alla cura dei figli e al sostegno del loro sviluppo nelle diverse fasi evolutive”. Tali messaggi decolpevolizzanti vengono ripetuti nel tempo ai bambini nella consapevolezza che i minori vittime di abuso e maltrattati si sentono “cattivi e sporchi”, nutrano pertanto sensi di vergogna, colpa, sentimenti di rabbia spesso manifesti attraverso comportamenti aggressivi o prevaricanti. L’intervento educativo dell’equipe in questi casi è di riconoscere, accogliere, contenere tali vissuti dolorosi, e gli eventuali agiti aggressivi, senza esprimere giudizi di valore sulla persona, ma sostenendo bambini e ragazzi nella distinzione tra azioni/comportamenti e sé/identità. I bambini della Crisalide vengono collocati in comunità con provvedimento d’urgenza emesso sulla base dell’accertamento, da parte della autorità, della presenza di un grave pericolo per l’integrità fisica e psichica del minore (Articolo 403 C.C.) In attesa dell’intervento del Tribunale, non sempre tempestivo, la comunità incontra i genitori, per stabilire la frequenza degli incontri con il figlio/la figlia, cercando di raggiungere un accordo che preveda almeno due incontri settimanali della durata di un’ora. Momento cruciale e strumento di lavoro basilare della comunità è la lettura del decreto del Tribunale dei Minorenni sia con il bambino che con il genitore, per informarli sull’ attuazione del provvedimento e sulle motivazione sottese, spiegando in maniera chiara ed accurata quali azioni sono richieste a tutti gli attori coinvolti (genitori, bambini, servizi sociali, comunità, Tribunale) e quali siano le responsabilità attribuibili a ciascuno. Le reazioni più comuni, da parte dei genitori, alla lettura del decreto sono di negazione e minimizzazione e solo successivamente, nel corso del lavoro di riflessione e di elaborazione degli eventi e degli accadimenti passati insieme all’educatore di riferimento, si avvia un processo più consapevole di accettazione di responsabilità. Dopo aver formulato la programmazione delle visite (programmazione flessibile in date e orari ma estremamente attenta e rigorosa sulla necessità di essere puntuali e mantenere gli impegni assunti dai genitori verso i loro figli), le educatrici incontrano con regolarità i genitori all’interno della comunità, in uno spazio comune che, nei giorni e negli orari prestabiliti, viene riservato alle visite. Attraverso la costante rilettura dei messaggi ambivalenti e/o invischianti, il riconoscimento delle fragilità e l’investimento sulle risorse presenti nel nucleo, vengono attivati gli interventi necessari per trasformare gli incontri in un tempo e in uno spazio tutelante per i figli e, quando possibile, in occasioni di promozione della crescita e del benessere dell’intera famiglia. Nella fase iniziale le visite si svolgono alla presenza di educatrici diverse: l’osservazione condotta da diverse prospettive e punti di vista, consente di cogliere aspetti differenti sulle dinamiche affettive e relazionali del nucleo, arricchendo la descrizione del funzionamento familiare, la cui analisi più approfondita verrà realizzata in contesto di supervisione attraverso la correlazione dei diversi punti di vista. In una fase successiva, gli incontri con i genitori si svolgono alla presenza di un’educatrice di riferimento che, alla luce delle specificità del sistema familiare, accompagnerà in modo privilegiato il percorso della famiglia, facilitando i processi di crescita e sostenendo le inevitabili fatiche legate ai processi evolutivi. L’instaurarsi di una relazione significativa e di fiducia tra genitori ed educatrice di riferimento rende possibile, inoltre, riflettere insieme su alcuni atteggiamenti e comportamenti disfunzionali, ma anche di evidenziare e rafforzare le competenze e le potenzialità presenti, con l’obiettivo di recuperare una comunicazione adeguata e funzionale tra bambino e genitore. Se, invece, i genitori non si presentano agli incontri previsti, le visite sono sospese dai giudici, si presentano in ritardo o lanciano evidenti segnali di impazienza (ad esempio guardando spesso l’orologio), gli operatori supportano emotivamente il bambino in modo che, esprimendo le proprie emozioni, possa sentirsi affrancato e compreso. La verbalizzazione delle emozioni viene usata spesso in preparazione o a conclusione di un incontro, soprattutto se i bambini sono agitati in vista di una di essi o ne escono turbati. La verbalizzazione consente di dare insieme un nome all’ emozione (delusione, tradimento, rabbia …), facilitando il passaggio da uno stato d’animo sconosciuto ad uno nominabile, quindi riconoscibile e condivisibile con l’altro. L’ ascolto,la vicinanza, le riflessioni condivise tra educatori e bambini fanno da sponda all ’impatto emotivo che deriva dal sentimento di trascuratezza, abbandono, rifiuto; d’altra parte, uno spazio di confronto con i genitori consente di offrire restituzioni sugli esiti degli incontri e indicazioni sullo svolgimento dei successivi.

 Il rapporto con la rete: i servizi sociali, la magistratura e il supervisore.

Il rapporto con i servizi è stretto e di intensa collaborazione: formazione comune, progettazione educativa individualizzata firmata da tutti (assistenti sociali e educatori), rapporti e scambi di informazioni costanti con il Tribunale (il PEI si redige ogni 6 mesi ed è la stessa comunità a comunicarlo direttamente al TM) consentono di prendere in carico l’intero nucleo familiare, nel rispetto del prioritario interesse del minore.Consapevoli che gli iter avviati dal Tribunale dei Minori e dalla magistratura sono fondamentali per riparare le storie e le ferite delle vittime di stupri, abusi, violenze dirette o assistite, trascuratezza e maltrattamenti, la comunità relaziona al TM ogni 4 mesi sull’andamento dei colloqui con i genitori documentando, attraverso le osservazioni effettuate e l’accurata trascrizione delle narrazioni/rivelazioni dei bambini, le dinamiche relazionali in atto tra genitori e figli. Infine, la Crisalide dispone di una psicologa esperta a livello legale e clinico, che si occupa di supervisionare settimanalmente l’equipe, offrendo uno spazio di riflessione, apprendimento e confronto sui casi, sulle modalità operative adottate a da attuare, sulle implicazioni emotive e psicologiche che il lavoro con le famiglie e i minori inevitabilmente riattivano.

Il gruppo educatori, il lavoro di gruppo e la rete in cui è inserito.

Il gruppo educatori è composto da 9 operatori di cui 4 lavorano insieme da quasi 20 anni. Il responsabile e la vice-responsabile sono fratello e sorella che da sempre condividono valori e principi che ispirano il loro lavoro in comunità: il ruolo della rete da costruire attorno al sistema familiare del bambino accolto, l’importanza del lavoro di equipe, il ruolo della formazione congiunta e della supervisione. Lo stile di lavoro irrinunciabile del lavoro di comunità e l’elemento che contraddistingue la realtà della Crisalide è, in maniera indiscutibile, il lavoro di rete , rappresentato simbolicamente dal capolavoro di Caravaggio “Le sette opere di misericordia” (conservato nella chiesa del Pio Monte della Misericordia ) sintesi dello spirito compassionevole che anima le opere di carità verso il prossimo, ma anche espressione del valore del lavoro in sinergia, della partecipazione, della corresponsabilità sociale.

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Dal punto di vista operativo, infatti, la Crisalide è inserita, insieme a diverse associazioni che si occupano di ragazzi disabili e delle loro famiglie, di tossicodipendenti, di senza fissa dimora, nella rete di sostengo del Pio Monte della Misericordia, una delle più rilevanti e antiche istituzioni benefiche napoletane. Tale sinergia tra associazioni riveste un ruolo fondamentale sia per la comunità che per i bambini e i ragazzi accolti : è grazie a questa rete, ad esempio, che i piccoli ospiti della Crisalide possono frequentare la Casa dei mestieri, seguire corsi di musica, disegno o scenografia, cogliendo nuove opportunità formative e aprendosi a nuove progettualità future. Nonostante gli ostacoli tipici del territorio (camorra, illegalità diffusa) e caratteristici delle storie di violenza (abuso sessuale, segreti, omertà, violenza assistita) la Crisalide è riuscita, nel corso degli anni, ad attivare e mantenere una progettualità attiva e propositiva, grazie ad una serie di elementi professionali cosi sintetizzabili:

-buona capacità di lettura delle risorse che possono essere messe in campo per la crescita e lo sviluppo del bambino, della diade madre/bambino, del sistema familiare;

-facilitazione dei compiti evolutivi (adeguati alle età e caratteristiche dei bambini accolti) attraverso l’attivazione della rete e dei servizi (scolastici, sociali…) presenti nel territorio;

-aggiornamento costante dell’iter legale e processuale, posizionandosi sempre “dalla parte “della vittima;

- costante rilettura delle dinamiche familiari e capacità di rilevazione sia delle criticità che del raggiungimento degli obiettivi condivisi, anche minimi, da parte delle famiglie;

-messa in campo di interventi protettivi e di sostegno rivolti all’intero nucleo familiare.

Il lavoro complessivo della Crisalide è dunque rappresentabile graficamente con un triangolo la cui punta è il Tribunale per i minorenni (la magistratura), e i cui vertici alla base rappresentano uno la comunità di accoglienza (operatori e i bambini) e l’altro tutti i servizi (sociali, scuole, sport…). Al centro del triangolo ci sono le famiglie.

Video:

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