Un giorno devi andare

un giorno devi andare

 

 

 

 

 

 

 

Regia: Giorgio Diritti

Genere:Drammatico

Tipologia: Conflitto familiare, separazione, perdita ed elaborazione del lutto della madre, viaggio

Interpreti: Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Pia Engleberth

Origine: Italia

Anno: 2013

 

Trama: Augusta una giovane donna che non può avere figli perde nel suo mondo tutte le sue sicurezze e il suo compagno e,  per essere, per cambiare, intraprende un viaggio in Brasile accompagnando nel silenzio suor Franca amica della madre che passa da un villaggio all ’altro lungo il Rio Negro cercando di portare la religione cattolica ai bambini. Il dolore è forte anche se è accolta da una famiglia numerosa e prova a creare dei rapporti umani di nuovo. Lo sfondo è l’Amazzonia, Manaus e i suoi colori ma anche le favelas la povertà, lo sfruttamento delle popolazioni che, se pur non in evidenza, resta forte e fa da controcanto alla silenziosa quanto inutile e a volte noiosa quanto dolente disperazione della protagonista. E’ una fuga da sé, una fuga dal Trentino dalla famiglia dalla maternità negata ma poi diventa un incontro con una realtà diversa con una natura meravigliosa e allo stesso tempo crudele e il viaggio diventa catarsi e speranza di un nuovo modo di vivere.

Recensione: Io sono scappata dal dolore… sono qui per scoprire altri valori. Nell’Ottocento e anche prima, molto spesso artisti, scrittori e non solo, facevano tappa a Napoli perchè era una città “diversa” dove poterti sentire “diverso” lontano dal perbenismo, dalle regole, dalle proibizioni di una società che stava inventando la nevrosi. Potevi lasciare seduto Jekyll per essere Hyde senza spaventare nessuno.  Persino in alcuni marchi di fabbrica Napoli veniva immortalata come la città senza regole dove si vive alla giornata e per strada ballando e cantando. In realtà la realtà era ben diversa ma sono state scritte pagine immortali da Goethe, da Dumas ecc. quindi bene così. Oggi tocca al cinema e quando si vuole fuggire dalla società che della nevrosi ha fatto un culto si fugge (per chi può) in Amazzonia o in Islanda o non so dove… Questo film è bello, bella la fotografia, ma non coinvolge e non coinvolge la protagonista. I topoi ci sono tutti: una donna e il lutto della madre, il dolore per il marito che è fuggito dopo aver saputo della sterilità della moglie, l’acqua/ventre materno del fiume/padre, l’isola che è la maternità e il rifugio e la propria anima, il viaggio, la luna,  ecc. ecc. La giovane trentenne fugge in Amazzonia, viaggia con una missionaria lungo il fiume; pochi i dialoghi, pochi i ricordi, fugge per immergersi in una realtà che poi di problemi ne ha e tanti, per trovare un figlio (in fondo quello che ha perso), per (e come non dirlo) “ritrovare se stessa”. Forse ci voleva una Anna Magnani o una Margherita Buy… ma credo che la Magnani avrebbe rappresentato una donna piena di dolore sì ma che avrebbe scelto di lavorare magari in una casa famiglia dedicandosi ai bambini che anche qui hanno bisogno di amore e di chi lotti per far sentire la loro voce. Non voglio dire che i bambini di quelle zone non devono farsi sentire anzi… ma allora il film di Diritti doveva essere più incisivo e meno “dormiente”, perché alla fine ti chiedi: e allora? Banalotto anche il finale con la pioggia, la spiaggia i vestiti che si asciugano addosso senza che alla protagonista venga nemmeno un leggerissimo starnuto, il bambino che gioca con lei per poi lasciarla là mentre si allontana su una barca con i suoi genitori.

M. P.

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