Una separazione

una separazione

Regia: Asghar Farhadi

Genere: Drammatico

Tipologia: Conflitti familiari, crisi di coppia, disagio minorile, religione, differenze di genere

Interpreti: Leila Hatami, Peyman Moaadi, Shahab Hosseini, Sareh Bayat, Sarina Farhadi

Origine: Iran

Anno: 2011

 

Trama: Iran dei nostri giorni: Nader e Simin sono una giovane coppia borghese con una figlia adolescente Termeh. Simin vuole lasciare il paese per offrire a sua figlia ma anche a se stessa un futuro migliore. Nader non vuole partire: non vuole lasciare la sua terra e suo padre che,  affetto dal morbo di Alzheimer, non è più autosufficiente. Davanti alle titubanze del marito e della stessa figlia, dopo un incontro della coppia con un giudice al tribunale, Simin prende tempo ma lascia la casa e va a vivere con i suoi genitori mentre la ragazza resta col padre. Nader è costretto a cercare qualcuno che si occupi del padre quando lui non è in casa per lavoro; trova una donna Razieh, che ha una figlia di cinque anni e che è incinta. Suo marito Houjat è molto tradizionalista, lei sa che non approverebbe la sua decisione di lavorare e per giunta in casa di un uomo separato, ma hanno bisogno di denaro e accetta senza informarne il marito. Un giorno il padre di Nader scappa di casa: la donna per raggiungerlo per strada resta vittima di un incidente. Qualche giorno dopo Simin tornando a casa trova il padre a terra legato e solo. Inoltre non trova dei soldi in un cassetto. Quando Razieh torna, la accusa di essere una ladra e di aver lasciato solo il padre, la caccia via in malo modo, la donna perde l’equilibrio e cade per le scale. Perde il bambino. Tutta la faccenda diventa un grave problema: Houjat dopo avere saputo tutto, reagisce con violenza e denuncia Nader. Termeh sta male per questa situazione ma prova a reagire e prende le difese del padre. Nader però giura di non essere stato lui il colpevole della perdita del figlio di Razieh , di non averla gettata  per le scale. Alla fine Simin trova un compromesso, pagheranno alla coppia per quanto accaduto così’ l’uomo potrà saldare a sua volta i suoi debiti. La sera dell’incontro Nader chiede Razieh di giurare sul Corano che ha perso il bambino per colpa sua, mentre la donna aveva già confessato proprio a Simin che probabilmente lo aveva già  perso quando aveva avuto l’incidente. La donna non giurerà scatenando l’ira del marito. Nader e Simin  si ritroveranno davanti al giudice per decidere la separazione: il giudice a questo punto chiederà il parere della figlia che ha già deciso ma lo spettatore non saprà mai cosa.

Recensione Asghar Faradhi conferma con questo film di essere uno dei registi più interessanti ed originali del cinema iraniano, travalicando i confini del suo paese e affermandosi come artista di livello internazionale.  Riesce a narrare la realtà iraniana, attraverso una storia familiare, una storia privata dunque, aggirando o neutralizzando in qualche modo la dura e invadente censura iraniana e senza scivolare nell’intimismo, nel minimalismo a cui spesso purtroppo ci sta abituando parte del nostro cinema. Lo sguardo è su due famiglie a confronto, sulle differenze di classe, sulle contraddizioni insite nella società islamica: Samir e Nader appartengono alla borghesia del paese, potrebbero rappresentare ciò che resta dell’Iran  che stava nascendo negli anni Settanta nonostante il duro regime dello Scià; l’Iran che non può fermare l’evoluzione dei costumi e delle abitudini, un paese che abbiamo già avuto modo di incontrare nel film d’animazione Persepolis anche se lì protagonista è un nucleo più colto, più laico e più coerente. L’altra famiglia proviene da un quartiere povero, è tradizionalista e conservatrice, lui è stato licenziato ed è assillato dai creditori, lei è molto religiosa, avrebbe dovuto chiedere il permesso al marito per poter lavorare, ma la necessità e sapendo ovviamente, la risposta di Houjat l’hanno portata a fare tutto di nascosto. E’ l’Iran della rivoluzione islamica, un paese massacrato ancora di più eticamente e moralmente. Una separazione racconta varie disgregazioni non ultima quella sociale.  Separazione è tra l’uomo e la donna, separazione è nella sofferenza celata della figlia che, ancora bambina, diventa strumento per la comunicazione tra i due, separazione è quella del vecchio da se stesso, dalla suo ruolo sociale ormai inesistente nonostante le cure del figlio, separazione è nell’adolescente che deve fare una scelta e soffre per quanto accade nella sua famiglia, separazione è quella tra le due coppie che abitano nello stesso paese eppure sono sempre più lontane. Ma separazione è anche nelle contraddizioni degli individui: davanti ai bisogni, le teorie, le credenze di ciascuno, cedono. Houjat infatti pur essendo un conservatore prova a costringere la moglie a giurare il falso; Simir, ha coscienza di se stessa, ma in questa sua metamorfosi resta una donna all’antica: si aspetta infatti dal marito un gesto alla sua decisione di andare via: “Dopo 14 anni una parola, non andare, non lo fare”. Gli uomini in una società che resta maschilista e teocratica, sono confusi, impreparati al cambiamento ed il comportamento di Nader lo rivela. La storia certo si presenta come universale ma il film, vincitore dell’Orso d’oro alla 61° edizione del festival del cinema di Berlino, svela con molta naturalezza e attraverso la quotidianità iraniana, il ritratto emblematico di un paese in bilico tra passato e futuro. Cosa prevale nella realtà iraniana oggi: l’individuo e le sue responsabilità o lo Stato per nulla laico che offre una giustizia confusa? Una giustizia che cerca sue strade in corridoi affollati simili certo a quelli dei nostri tribunali se non fosse per la mancanza di una figura che nella società occidentale è predominante e significativa: l’avvocato. Il regista prova a raccontare le contrapposizioni, le difficoltà: lo spettatore non può fare a meno di notare che le donne possono guidare, ma il capo anche quando recitano la loro intimità casalinga, quindi si presuppone siano lontane da sguardi estranei, deve restare coperto. Il cinema dunque resta censurato basti pensare al caso dell’attrice Marzieh Vafamehr condannata nel 2011 a un anno di prigione e 90 frustate per aver interpretato il ruolo di protagonista nel film My Teheran for sale, all’ostracismo che incontrano gli artisti nella repubblica islamica dove più che il cinema è il teatro proibito dalle autorità perché meno controllabile.

M. P.

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