Arrivati all’incirca a metà della nostra rubrica, possiamo domandarci: cosa significa essere vulnerabili all’ambiente che cambia? Vulnerabilità ai cambiamenti climatici significa senza dubbio fragilità, significa dover sopravvivere alle proprie limitazioni biologiche, economiche, sociali o culturali, significa fare i conti con la frustrazione e la paura, significa fare esperienza della perdita prima o più spesso di altri soggetti non vulnerabili, significa non avere gli strumenti adeguati a far fronte al pericolo – ma significa anche necessariamente essere impotenti? O l’impotenza potrebbe avere origine altrove? Secondo Alisa Carse, professoressa di filosofia della Georgetown University e importante esponente dell’etica della cura (di cui parleremo nei prossimi interventi), il nostro flourishing, ossia il nostro “poter fiorire”, il nostro prosperare in termini di soddisfazione, affettività positiva e slancio vitale, è profondamente legato alla vulnerabilità: «sebbene il nostro fiorire possa essere messo in pericolo dalla nostra vulnerabilità, esso ci richiede anche di essere vulnerabili – in altre parole, il nostro poter fiorire è essenzialmente costituito dalla vulnerabilità» (1). Essere consapevoli della propria fragilità e vulnerabilità è – secondo l’autrice – necessario per amare e per essere amati, per prendersi cura degli altri e lasciare che altri si prendano cura di noi, per giocare, esplorare e crescere. Tuttavia, perché la vulnerabilità si possa strutturare come elemento “di slancio”, come fattore vitale che consente all’individuo di vivere un ventaglio di possibilità di funzionamento connotate da virtù, benessere, crescita e resilienza, è imprescindibile la valorizzazione dell’individuo in quanto persona, depositaria di diritti, dignità e rispetto, capace di agire per sviluppare e realizzare le proprie potenzialità individuali. È nel caso contrario che la vulnerabilità genera languishing, ossia “stagnazione”, in quanto diviene una potente maglia che imprigiona il soggetto in una posizione di impotenza di fronte agli eventi della vita, di passività e di dipendenza totale dall’Altro, dal suo volere, dai suoi interessi e dalle sue “gentili concessioni”. Nel corso dei precedenti interventi abbiamo cercato di porre in evidenza quali siano le condizioni fisiologiche, biologiche, culturali, economiche e sociali che caratterizzano la vulnerabilità dei bambini all’esposizione ambientale e la loro bassa capacità adattiva, determinata soprattutto dalla dipendenza delle persone minori di età dagli adulti, dalle decisioni politiche e dagli interessi economici. Si tratta di elementi che rischiano di relegare i bambini nella posizione di soggetti invisibili e passivi, costretti a vivere in una condizione di languishing destinata ad aggravarsi quanto più l’imprevedibilità della minaccia dei cambiamenti climatici continuerà a incombere sul presente senza avvalersi delle potenzialità positive di azione insite nella vulnerabilità stessa dei bambini e nella loro peculiare posizione, costitutivamente aperta su un futuro collettivo che deve essere in grado di dare forma a strategie positive di coping e ad azioni adattive. Come può, dunque, tale condizione profondamente radicata nella posizione evolutiva, sociale e culturale che occupano i bambini divenire un punto di partenza e di apertura per un rinnovato fiorire? È la sfida accolta da Children in a Changing Climate, una coalizione nata nel 2007 dalla partnership di cinque importanti organizzazioni umanitarie per i diritti, la salute, il benessere e lo sviluppo dei bambini: ChildFund Alliance, Plan International, Save the Children, UNICEF e World Vision International. L’obiettivo principale della coalizione è da un lato quello di modificare l’idea diffusa che bambini e ragazzi siano solamente vittime degli effetti dei cambiamenti climatici e passivi destinatari di assistenza, e dall’altro di affermare la realtà che i giudizi e gli interessi dei più giovani non vengono adeguatamente considerati in quelle decisioni politiche cruciali che daranno forma al loro futuro. Questo significa che la coalizione lavora da più di dieci anni per realizzare l’agency delle giovani generazioni in risposta ai cambiamenti climatici, per aprire spazi di partecipazione a livello governativo e comunitario, per garantire la loro rappresentanza e inclusione nelle decisioni che riguardano la loro vita, ora e in futuro. Children in a Changing Climate ha anche prodotto, in collaborazione con bambini di diverse età e di diverse regioni del mondo, una versione rivolta ai più giovani dell’agenda Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030 (2), avvalorando l’idea che bambini e  ragazzi – adeguatamente supportati e valorizzati in quanto “agenti di cambiamento” all’interno delle loro comunità – possono giocare un ruolo diretto nella disaster risk reduction, nella disaster recovery e nella costruzione di resilienza, soprattutto perché proprio i più giovani hanno la capacità di pensare in maniera differente rispetto agli adulti tanto ai rischi che derivano dagli eventi meteorologici estremi quanto alle opportunità che possono nascere in percorsi collettivi di adattamento e di risposta ai disastri naturali. Nel 2011 un altro documento aveva raccolto il contributo di 600 bambini di 21 paesi dell’Africa, dell’Asia e del Sud America a rappresentanza delle generazioni più giovani sul tema dei rischi collegati ai cambiamenti climatici: la Children’s Charter for Disaster Risk Reduction (3). A partire da questa carta il Sendai Framework trova spunto per ribadire e rafforzare le priorità evidenziate dai medesimi bambini, tra le quali ritroviamo proprio l’esigenza di una partecipazione attiva delle giovani generazioni ai processi decisionali, la possibilità di far sentire la propria voce e di esprimere le proprie preoccupazioni, idee e pareri per la sopravvivenza, la sicurezza e lo sviluppo prima, durante e dopo i disastri naturali. Un’altra priorità emerge con forza da tutte le consultazioni cui hanno preso parte bambini provenienti da aree a rischio di disastro ambientale: l’educazione. I giovani hanno ripetutamente espresso la necessità di un adeguato accesso all’informazione e alla preparazione consona a far fronte ai rischi possibili, rendendo le scuole un luogo più sicuro e un luogo di conoscenza e pratica attiva a prevenzione e protezione dagli effetti dei cambiamenti climatici. Partecipazione ed educazione sono dunque i due maggiori capisaldi indicati dai bambini stessi per uscire dalla stagnazione, per elevarsi dall’identità di passivi soggetti vulnerabili verso una diversa consapevolezza, pro-attiva e resiliente. Per questi bambini provenienti da zone ad alto rischio – i più vulnerabili tra i vulnerabili – partecipazione ed educazione significano divenire soggetti attivi e partecipi di un mondo che cambia. Se, però, spostiamo lo sguardo anche su tutti gli altri bambini e ragazzi del mondo, ritroviamo ancora una volta partecipazione ed educazione nelle richieste dei giovani che si impegnano attivamente nel portare l’attenzione comune sui cambiamenti climatici. E di nuovo sono partecipazione ed educazione la risposta a quei sentimenti di preoccupazione, frustrazione, impotenza, perdita e lutto che, come abbiamo visto, caratterizzano oggi bambini e ragazzi di tutto il mondo alle prese con le notizie e le informazioni riguardanti gli effetti dei cambiamenti climatici – sentimenti che, se lasciati sobbollire senza una reazione attiva e partecipata, senza l’attuazione di strategie positive di planning e di coping, possono portare le giovani generazioni di ogni paese e società a sentire minacciosa di fronte a sé la fine del mondo.

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