Parlare di cambiamenti climatici oggi, ai tempi del COVID-19, serve a renderli di gran lunga più reali, più vicini e tangibili. È importante sfruttare questa occasione per riflettere sulle tematiche e problematiche legate alle trasformazioni ambientali in atto in mezzo alla carovana di informazioni di cui ci siamo nutriti giorno per giorno sulla diffusione della pandemia, sulla sua mortalità, sulla ricerca di un vaccino, sui danni all’economia, sull’andamento del virus con il cambiare delle temperature, sul distanziamento sociale, sulle mascherine e sugli spostamenti.

Serve parlare della vulnerabilità del nostro corpo e, in particolare, dei rischi a cui sono esposti maggiormente alcuni individui e alcuni gruppi umani. Serve parlare della vulnerabilità sociale e della povertà, perché anche per chi è abituato ad avere tutto può essere un buon momento per comprendere cosa è veramente necessario. Serve parlare dell’importanza e della ricchezza delle relazioni sociali. Serve parlare della paura e della perdita, perché entrambe sono componenti fondamentali della vita e possiamo impedire che diventino esperienze traumatiche. E serve anche parlare dell’invasione degli habitat degli animali, della loro estinzione e dei sentimenti che questi e tutti gli altri effetti dei cambiamenti climatici producono in noi. Serve parlare dei significati e dei valori che abbracciamo, degli stili di vita che rivendichiamo, dei modelli che seguiamo, delle speranze e dei progetti che abbiamo per il futuro. Di tutto questo serve parlarne anche e soprattutto con i bambini. È quello che consiglia UNICEF nella guida ai genitori per spiegare il COVID-19 ai figli: lasciarli parlare di ciò che già sanno e di ciò che temono, per poi spiegare in maniera semplice e positiva la situazione al fine di incoraggiare in loro il prendersi cura di sé e così contribuire a rafforzare un senso di sicurezza e fiducia (1). Soprattutto per i bambini, infatti, l’essere esposti a un’informazione catastrofista, unitamente al vivere la perdita della possibilità di fare molte esperienze significative, può facilmente produrre uno stato di paura alle volte eccessivo rispetto all’entità della minaccia, di ansia per la salute propria e delle persone care, di preoccupazione per le possibilità economiche della famiglia e – in generale – di angoscia per l’incertezza del proprio futuro. Ora, non esiste ancora una simile guida dell’UNICEF per i genitori per spiegare i cambiamenti climatici ai figli, ma ciò non significa che i bambini non abbiano il desiderio e il bisogno di parlarne. Infatti, come abbiamo visto nel precedente intervento, tanto per gli adulti quanto per i più giovani i cambiamenti climatici determinano sentimenti di ansia per ciò che non si conosce, di perdita rispetto al proprio senso di sicurezza e stabilità, di impotenza rispetto alla propria capacità di agire e di collocarsi nel presente in vista di un futuro incerto e imprevedibile, di tristezza per l’estinzione di specie viventi e di melanconia per le trasformazioni del proprio territorio e del proprio ambiente di riferimento. Queste risposte psicologiche, così complesse e delicate, sono state registrate con tale forza negli ultimi anni che Ashlee Cunsolo, ricercatrice di salute pubblica e direttrice del Labrador Institute della Memorial University, ha introdotto un nuovo termine (nel precedente intervento abbiamo visto i termini solastalgia ed eco-anxiety), ovvero «ecological grief», da lei definito come il dolore, la tristezza, il lutto e la sofferenza che le persone vivono nel fare esperienza (diretta o indiretta) della perdita di un paesaggio naturale, di una specie o di un ambiente di riferimento (2). L’introduzione di questo termine, però, non ha avuto né il significato di una mera constatazione che ora noi stiamo vivendo in un mondo così caotico di perdite né il valore di una semplice rassegnazione alla disperazione e all’impotenza degli individui di fronte ai cambiamenti climatici in atto. Infatti, l’ecological grief è un dolore che ci situa all’interno degli ambienti e degli ecosistemi in cui noi viviamo e che fanno profondamente parte di noi, che condizionano la nostra salute fisica, mentale ed emotiva, che determinano il nostro benessere e che definiscono la nostra identità. Questo significa che nel contesto della mitigazione o dell’adattamento ai rischi e alle problematiche dei cambiamenti climatici, la preoccupazione, la paura, il dolore e il lutto devono essere considerate come emozioni da riconoscere e accettare, come vissuti “normali” da nominare e narrare, come prime tappe di un processo adattivo che può permettere alla persone di fronteggiare le sfide future, in quanto sentire e vivere la perdita significa riconoscere che facciamo parte di una comunità. Invece di essere isolati, dunque, i nostri sentimenti ci collegano alla natura e a tutte le altre persone che partecipano con noi al lutto. Il fatto stesso di sperimentare la perdita afferma la nostra connessione con la natura, con gli ambienti, con gli animali non-umani e con gli altri esseri umani. Le emozioni associate all’ecological grief, quindi, riconosciute, verbalizzate, espresse e rielaborate, possono essere «empowering and motivating», possono costituire il catalizzatore per un’azione ambientale collettiva e per sviluppare «environmental engagement (environmental efficacy, pro-environmental behavior)», incanalando così il dolore in azione e in speranza, non lasciando che la disperazione prenda il sopravvento e diventi paralizzante (3). Se ci rivolgiamo, però, alla condizione reale in cui vivono e alla posizione sociale che occupano oggi i bambini e i ragazzi nel mondo (tanto nei Paesi industrializzati quanto nei Paesi “in via di sviluppo”) è possibile renderci conto che il processo di rielaborazione dell’ecological grief,e di attivazione di un’azione collettiva in grado di costruire resilienza e di sviluppare strategie di coping che siano “emotivamente salutari”, può essere realizzato solamente se preceduto da una nuova considerazione dell’agency, dell’autonomia di giudizio, della capacità di pensare e di agire, delle risorse e delle potenzialità del mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. Pensare che sia sufficiente che il mondo adulto agisca e infonda nei giovani la speranza e l’ottimismo è una convinzione che rispecchia un modo di pensare paternalistico e assistenzialistico, che vede le persone minori di età – al di là della miriade di differenze possibili – come soggetti da tutelare mantenendoli in una “bolla protettiva” di silenzio e passività. Invece, come ha affermato Greta Thunberg nel suo discorso per TedX il 24 novembre 2018, le giovani generazioni hanno sì bisogno di speranza, ma più ancora della speranza hanno bisogno dell’azione: quando inizieremo ad agire, la speranza sarà dappertutto. Invece di affidarci alla speranza, cerchiamo l’azione. Allora, e solo allora, la speranza arriverà. (4)

(1) UNICEF, How to talk to your child about coronavirus disease  2019 (COVID-19), 10 Marzo 2020. URL: https://www.unicef.org/coronavirus/how-talk-your-child-about-coronaviruscovid-19.

(2) The World Staff, Is climate change causing us to experience “ecological grief”?, «PRI’s The World», 24 Giugno 2019. URL: https://www.pri.org/stories/2019-06-24/climate-change-causing-us-experience-ecological-grief.

(3) Jessica Pierce, Ecological Mourning Is a Unique Form of Grief, «Psychology Today», 16 Marzo 2019. URL: https://www.psychologytoday.com/intl/blog/all-dogs-go-heaven/201903/ecological-mourning-is-unique-form-grief.

(4) Greta Thunberg, Svante Thunberg, Beata Ernman, Malena Ernman, La nostra casa è in fiamme. La nostra battaglia contro il cambiamento climatico, Milano: Mondadori, 2019, p. 9.

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