Sono trascorse ormai alcune settimane dalla morte del piccolo Aylan Kurdi, la cui fotografia del corpo immobile sulla spiaggia turca di Bodrum ha commosso tanti nel mondo e obbligato i governi (ed i governanti) europei in primis a guardare con occhi diversi la tragedia delle migliaia di persone che ogni giorno cercano rifugio e protezione, approdando sulle nostre coste.

Quell’immagine, che molto ha parlato alla “pancia”, alle emozioni, di noi tutti, ha però sollevato alcune questioni che rappresentano, per certi versi, altrettanti temi di interesse e studio della disciplina vittimologica e delle scienze sociali più in generale.

Innanzitutto, la questione concernente l’opportunità, o meno, di pubblicare quella foto, di riportarla nei media internazionali e dunque sulle prime pagine di molti giornali. Su questo punto si è interrogato – e poi risposto – il direttore de La Stampa, Mario Calabresi, in un editoriale del  3 settembre scorso, nel quale afferma di aver acconsentito – dopo svariati ripensamenti – a quella pubblicazione perché non è più possibile “girare la testa dall’altra parte, far finta di niente”, nel tentativo di “garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza” lontano dalla visione di quel corpicino. Calabresi ha ragione, possiamo probabilmente riconoscere con lui che certe immagini arrivano come un ceffone benefico su i nostri volti assonnati, stanchi ed indifferenti, troppo spesso tesi esclusivamente a guardare al nostro orticello quotidiano nel tentativo di preservarlo da eventuali interferenze, e da tutto ciò altrimenti in grado di mettere in discussione quanto di consolidato si crede di aver costruito.  Questa fotografia – che per certi aspetti oltrepassa anche i presupposti su cui poggiano i divieti di divulgazione delle immagini di minori coinvolti in fatti di cronaca, come riportato nella Carta di Treviso – ha avuto numerosi altri notissimi precedenti, da quello dei bambini vietnamiti in fuga dal napalm, al bimbo con le braccia alzate – in segno di resa – nel Ghetto di Varsavia. Alla foto, feroce per la sua drammaticità (che infatti condusse al suicidio del giovane fotografo premiato col Pulitzer proprio per quello scatto), del piccolo bambino africano prossimo alla morte per fame e malattia, tenuto d’occhio da un avvoltoio lì a pochi metri.  Il sito del Poynter Institute for Media Studies (www.poynter.org) ha pubblicato in questi giorni una rassegna di immagini con protagonisti minori la cui divulgazione “è la cosa assolutamente più responsabile che i giornalisti possano fare” (da L’Espresso-Mediablog, di Marco Pratellesi). Ovvero, il loro significato simbolico ed evocativo deve essere privilegiato, pur non disconoscendo la crudezza e la sofferenza che quelle stesse immagini testimoniano e sprigionano verso lo spettatore.  Il dibattito rispetto alla pubblicazione “sì/no” è dunque infuriato, e a lungo ha tenuto l’attenzione di tutti, a discapito – ed è questo il vero scandalo, a mio parere – di ogni più profonda riflessione rispetto alla morte di un bambino su una spiaggia d’Europa, mentre con i genitori fuggiva dalla propria terra in guerra.

Occorre altresì domandarsi, a questo punto, se davvero pensiamo che in un’epoca in cui tutto è fagocitato, consumato e bruciato in pochi istanti, come accade ormai nelle pieghe infinite della web society, sia possibile che “questa foto farà la Storia”, come afferma ancora Calabresi e come, in atri termini, hanno suggerito altri commentatori. Difatti, un’altra questione importante – ben sintetizzata da Pratellesi nel suo blog su L’Espresso – è la seguente: “passata l’emozione, il fiume di parole, la retorica, che hanno accompagnato la pubblicazione (…), cosa resterà di questa foto?”.  Che alle emozioni – anche dei politici – seguano i fatti non è invero del tutto scontato: lo evidenzia il teorico dello storytelling Christian Salmon in un’intervista di Wanda Marra sul Fatto Quotidiano del 12 settembre scorso (“Le immagini da sole non cambiano nulla. Conta ciò che le porta e le attraversa”); lo anticipa criticamente il medesimo giornale con Fabio Marcelli, il 4 settembre, in un articolo dal titolo “Migranti: chi ha ucciso il piccolo Aylan?”, nel quale si stila un lungo elenco di responsabilità politiche e ideologiche facenti capo a numerosi attori sociali oggi visti mentre piangono e si commuovono di fronte al corpicino inerte. Lo sottolinea con una certa retorica Tahar Ben Jelloun su la Repubblica del 5 settembre, raccontando de “Il bimbo morto e il suo tiranno”. Non ultimo, lo ricorda acutamente Roberto Saviano su L’Espresso del 17 settembre, in un bel pezzo intitolato “Chi parla in nome dei bambini senza voce”, dove si prende a pretesto la vicenda di Aylan per aprire ad un discorso più ampio e – finalmente – costruttivo, richiamandosi alla capacità e alla forza di una scuola capace e seria, che sappia dialogare con i suoi giovani di diversità e multiculturalismo, così accorciando le distanze e permettendo “loro di capire che le differenze riguardano la lingua, il colore della pelle, ma le cose che contano sono le stesse: il legame con i genitori, con la propria terra d’origine, il gioco, la serenità”.

A ben guardare, in tutti questi editoriali emerge con forza una delle questioni maggiormente trattate oggi dalla Sociologia delle vittime, ossia quella del gap fra retorica commemorativa politica e piano degli interventi concreti rivolti alle vittime, a tutti coloro che versano in difficoltà e in condizioni di sofferenza. Certo Aylan è, da questo punto di vista, una “vittima ideale”, che ben può essere utilizzata a fini politici, nella ricerca di maggiore risonanza politica, voti e visibilità. Innocente, puro, decisamente irresponsabile di fronte al suo destino e certo superiore moralmente rispetto ai suoi carnefici: questo, innanzitutto, spiega l’attenzione verso quel povero corpo, mentre in mare tanti altri corpi come il suo hanno trovato sepoltura nei mesi scorsi, talora ancor più piccini e indifesi, talora di poco più grandi – ma rispetto ai quali non abbiamo già più memoria.  E dunque: esistono vittime più vittime di altre? La questione posta da E. Bouris e, prima ancora, dal compianto N. Christie, è evidentemente di assoluta attualità. Senza nulla togliere al lato emotivo della questione, alla commozione che il bimbo riverso sulla spiaggia, con la sua magliettina rossa, provoca in ognuno di noi, è ora di interrogarsi sulla distinzione fra “fatti e retorica” (E. A. Fattah). E soprattutto sulla responsabilità che abbiamo tutti noi, nella nostra quotidianità e nello svolgimento delle nostre professioni “sociali”, rispetto a tale (disgraziata) distinzione.

E, già che ci siamo, occorrerebbe anche provare ad interrogarsi sul come sia stato possibile che alcune vignette sulla morte di Aylan abbiano trovato spazio sulle pagine del rinato Charlie Hebdo, il settimanale francese teatro nel gennaio scorso di un attacco jihadista che fece strage della sua redazione.  Una vicenda, questa, che ha prodotto la sollevazione del mondo del web, che nel segno dell’hashtag  #JeNeSuisPasCharlie si domanda: “Irridere la morte di un bambino: in questo consiste la libertà di espressione?” (Il Tempo, 15 settembre u.s.). La strumentalizzazione della morte del bambino, la sua manipolazione ed iscrizione entro logiche politiche antagonistiche ed ideologiche tanto palesi ha determinato una reazione forte sulla Rete. La reificazione dell’Altro, che – lo sappiamo bene – anche una vignetta satirica è in grado di produrre, ci pone difronte alle molteplici, subdole, apparentemente blandamente irriverenti dinamiche assunte oggigiorno dalle pratiche di deumanizzazione.

Da questo punto di vista, va riconosciuto che la morte di Aylan, e soprattutto l’immagine di quella morte, ha prodotto un processo di sincera – ancorché temporanea – autocritica in molti media e testate giornalistiche: dal Sun britannico al Bild Zeitung tedesco, che hanno fatto ammenda pubblicamente nei loro editoriali per la terminologia impiegata verso migranti e rifugiati nei mesi scorsi, atta a denigrarli e svilire la loro umanità ferita.

La foto di Aylan, se non cambierà le politiche migratorie di accoglienza della UE, ha avuto però il merito di costringerci – letteralmente – ad alcuni giorni di dibattito su quel che da mesi e mesi sta avvenendo tutt’attorno a noi: e per la prima volta da ché mi occupo di questi temi, ho trovato più di un rimando alla necessità di lasciar perdere le etichette (“vittime”, “sopravvissuti”, “morti”, “rifugiati”, “migranti”, “clandestini” etc.) per tornare a parlare di persone. Finalmente, vorremmo aggiungere.  Se Aylan, con il suo calvario di piccolo bambino in fuga dalla guerra, ci ha lasciato qualcosa, è proprio questo: un richiamo all’evidenza, semmai ce ne fosse stato bisogno: tutte persone, proprio come noi.

Susanna Vezzadini

(docente del modulo “Tutela delle vittime, minorenni ed adulte, e riconoscimento: il ruolo delle scienze sociali”,Master “Tutela diritti e protezione dei minori)

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