Siamo finalmente giunti al termine della panoramica sulle emergenze ambientali. Abbiamo cercato di seguire le tracce della rete di fattori e rapporti causa-effetto che attraversano questo tipo di eventi complessi, e ancora sembra di avere appena scalfito la superficie delle problematiche relative alla vulnerabilità dei bambini ai cambiamenti climatici. Ancora più grande sarebbe lo sforzo di guardare le intersezioni a partire dal punto di vista di altri soggetti a rischio – donne, anziani, persone con disabilità o gravi malattie, persone che versano in condizioni di estrema povertà, abitanti di aree ad alto rischio, etc. – e un po’ di audaci congetture richiederebbe il considerare le interazioni e i nessi causali (presenti ma difficili tanto da individuare quanto da interpretare) in cui è calato tutto il resto del mondo, ovvero le persone ancora distanti dalla realtà delle grandi catastrofi e delle crisi naturali, coloro che non sono malati né poveri né abituati ad assistere in prima persona agli effetti dei cambiamenti climatici.

Eppure la pandemia di COVID-19 ha dimostrato quanto sottile sia quel confine che separa una emergenza localizzata da un’emergenza globale, quanto rapidamente si possa passare dalla “vita di tutti i giorni” a una sua versione drasticamente limitata, come alcune professioni diventino improvvisamente estremamente insicure, come le nostre risorse di sopravvivenza possano venir messe alla prova e in generale come l’equilibrio di ciò che chiamiamo “normalità” non sia un diritto scontato, ma una funzione strettamente legata alla maggiore o minore stabilità dell’ambiente. Sebbene gli effetti planetari dei cambiamenti climatici si dispieghino progressivamente e per accumulazione su tempi e scale di diverse ampiezze, anch’essi ci pongono, costante, la richiesta di pensare criticamente al nostro modo di vivere, al rapporto che abbiamo con la natura e alle relazioni che intessiamo entro le nostre società, perché niente di tutto ciò è immune al cambiamento, e le fragilità che vengono nutrite all’interno di questi fattori diventano più probabili punti di frattura. Per quanto l’informazione e la divulgazione sui cambiamenti climatici e i suoi effetti non manchi, le modalità con cui si accolgono e si inquadrano tali nozioni sono le più disparate. Negli ultimissimi anni diversi studi hanno rilevato che molti individui adulti stanno facendo esperienza di tutta una serie di risposte psicologiche avverse – dall’ansia al pessimismo, dalla mancanza di fiducia all’erosione di un senso di controllo personale e collettivo, dallo stress alla tristezza, dal senso di perdita a sentimenti di colpa – a quello che è definito come «il rischio ibrido del cambiamento climatico» (1), ibrido in quanto si tratta di un rischio in corso e prospettato e di eventi che sono percepiti, concettualizzati e compresi come la conseguenza di cause e di processi sia naturali sia umani, che pongono in essere una minaccia non solo per la sopravvivenza degli individui, delle comunità o delle società, ma per l’intera specie umana, e forse addirittura per la vita sul Pianeta. Per rendere conto della preoccupazione che affligge tutte quelle persone che sentono di aver perso – o di stare perdendo – la loro capacità di controllare il presente e il futuro, sono stati introdotti due termini dal filosofo australiano Glenn Albrecht: uno è «solastalgia», coniato per definire il senso di nostalgia del benessere (solacium in latino), di impotenza e di erosione identitaria delle persone a contatto con l’evidenza del cambiamento e/o della distruzione dell’ambiente naturale in cui vivono; l’altro è «eco-anxiety», utilizzato per definire la tipologia di ansia che colpisce tutte quelle persone che sono profondamente affette tanto da sentimenti di perdita – perdita delle relazioni con un territorio, del paesaggio, della regolarità e ciclicità delle stagioni, della biodiversità e delle specie viventi – quanto da sentimenti di frustrazione e di impotenza derivanti dall’impossibilità di sentirsi come se stessero facendo la differenza nell’arrestare una crisi ecologica globale. Non sorprende, però, il fatto che sia maggiore il numero dei più giovani inclini a sperimentare sentimenti di impotenza, di frustrazione, di tristezza, di perdita di controllo sul proprio futuro, rispetto alle generazioni più anziane. Sono loro infatti che vivono più nell’incertezza di poter vivere secondo il modello economico-sociale mutuato dai genitori e prima ancora dai nonni, sono loro che hanno più da perdere rispetto ai più anziani da uno stile di vita che si basa su fondamenta che distruggono più di quanto creano, sono loro che non hanno oggi la possibilità di intraprendere un’azione individuale e collettiva che sia adattiva e preventiva, a causa della loro posizione subalterna, del loro scarso coinvolgimento culturale e sociale, della loro non-rappresentanza politica all’interno di un mondo adultocentrico che considera le necessità, le azioni e le ragioni dei giovani come necessità, azioni e ragioni di “serie b” rispetto a quelle della popolazione adulta. Proprio per questo tra le richieste dei milioni di bambini e ragazzi che in tutto il mondo hanno aderito ai “Fridays for Future” vi sono proprio: una maggiore partecipazione ai processi decisionali, in modo tale da poter far sentire il proprio punto di vista, da poter mettere in campo la propria agency, le proprie risorse e potenzialità; un’azione politica chiara e ferma da parte di una classe dirigente sottomessa alla logica del business-as-usual, preda del sonno dell’apatia e dell’indifferenza per la protezione dell’ambiente; e un maggiore coinvolgimento e una maggiore consapevolezza delle conseguenze del proprio modo di vivere da parte di tutta la società. Ma non abbiamo detto che anche molti individui adulti stanno sperimentando oggi ansia, preoccupazione, paura, sentimenti di sfiducia e tristezza di fronte alla minaccia dei cambiamenti climatici? Come è possibile che all’interno della stessa popolazione convivano queste risposte psicologiche avverse con atteggiamenti di apatia, indifferenza o persino menefreghismo? Sicuramente il modo spesso non scientificamente accurato e allarmante in cui tanto i media tradizionali quanto i social media rappresentano e descrivono gli eventi presenti e futuri legati ai cambiamenti climatici contribuisce a non diffondere conoscenza, ma ad amplificare un percezione pubblica del rischio e a intensificare confusione e paura nelle persone, le quali si percepiscono come assolutamente impotenti, estremamente vulnerabili e prive di difese. Allo stesso tempo, però, è possibile che servizi su eventi meteorologici estremi occorsi in qualche regione del mondo, o informazioni sconvolgenti che presentano in maniera drammatica le sorti del pianeta Terra e prospettano soluzioni estremamente complesse e difficili da raggiungere, portino le persone a minimizzare, evitare o persino negare l’esistenza del problema climatico. In questo senso, il cinismo, la desensibilizzazione e le cautele espresse dagli scettici rispetto ai cambiamenti climatici potrebbero essere lette come una reazione difensiva di distanza, che comporta la riduzione al minimo o il rigetto totale delle prove scientifiche e dei dati di realtà, o di evitamento, in quanto si percepiscono i rischi del cambiamento come maggiori dei rischi del non-cambiamento, per se stessi e per i propri interessi. La psicologia cognitiva può aiutare nel dare una spiegazione ai meccanismi di presa di distanza, negazione e rigetto delle problematiche climatiche, in quanto è per noi difficile creare delle rappresentazioni mentali che includano effetti destinati a manifestarsi soltanto nel futuro, così come è difficile coniugare la percezione della problematicità dei trends climatici che accumulano i loro effetti nel tempo con l’esperienza quotidiana e diretta del tempo meteorologico. Tra i meccanismi cognitivi implicati nella maniera in cui integriamo il significato delle minacce climatiche nel nostro quotidiano, merita menzione anche la particolare difficoltà comune di intraprendere azioni singolari o di modificare i propri comportamenti in direzione della sostenibilità ambientale senza poter sperare di ricevere un feedback positivo immediato per tale azione; ciò tanto perché i risultati attesi da un cambiamento di atteggiamento nei confronti dell’ambiente porterà risultati più o meno prevedibili (e più o meno positivi) soltanto nel futuro, quanto per il fatto che a determinare miglioramenti consistenti per l’ecosistema può essere soltanto un’azione cumulativa, condivisa e collettiva. Di fronte dunque all’ambigua riposta da parte degli adulti, e soprattutto da parte di chi avrebbe la possibilità di prendere decisioni influenti e rilevanti sulla via della sostenibilità, che si va ad aggiungere al sentire di avere poche opportunità per essereagenti di azioni e scelte che contano, i più giovani possono sviluppare una sorta di «pre-traumatic stress response» (2) – con correlati sintomi: atteggiamenti ossessivo-complusivi, attacchi di panico, paure, ansia, insonnia, etc. – e possono perdere la motivazione per impegnarsi a scuola e per perseguire i propri hobby, nella convinzione che i loro sforzi non avranno importanza nel lungo periodoper cui la paura di perdere il controllo su un futuro incerto può sovrastare ogni attaccamento al presente.

            (1) U.S. Global Change Research Program, The impacts of climate change on human health in the United States. A scientific Assessment, 2016, p. 223. URL: https://health2016.globalchange.gov/.

            (2) American Psychological Association, Climate for Health, EcoAmerica, Mental Health and Our Changing Climate: Impacts, Implications, and Guidance, Washington, 2017, p. 57. URL: https://www.apa.org/news/press/releases/2017/03/mental-health-climate.pdf.

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