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I sogni non costano nulla a chi se li può permettere. Ma agli spaccapietre possono costare cari persino i sogni. Vengono chiamati proprio così, spaccapietre, i bambini che in Benin, nell’Africa occidentale, passano oltre 12 ore al giorno a svolgere un lavoro assolutamente assimilabile a quello svolto dagli schiavi. Dodici ore di lavoro in Benin vengono retribuite nemmeno due euro, quanto basta a quei bambini per comprare un pugno di riso per sé e per la propria famiglia.

Si svegliano di buon mattino gli spaccapietre e percorrono a piedi chilometri con i loro genitori per raggiungere il posto di lavoro: gli uomini si arrampicano sulle montagne più alte per far rotolare giù porzioni di pietra, le donne selezionano quelle che possono essere vendute e i bambini le tagliano. Un mercato infame, che arricchisce gli sfruttatori di vite umane e impoverisce chi non ha scelta. La maggior parte di quei bambini preferirebbe di gran lunga andare a scuola, ma una scelta esclude l’altra e andare a scuola, in Benin, non porta il pane in tavola. Non se ne hai bisogno subito e stai morendo di fame. Molti di questi bambini, oltre che dalla fatica, sono divorati dalle malattie, come il colera, e dalle infezioni, quelle agli occhi sono le più comuni. Ciò che da sempre mi colpisce della povertà estrema è che spesso non rivendica quello che sarebbe potuto essere un destino diverso. Chi è povero spesso non sa come uscire dalla propria povertà. E’ su questa inconsapevolezza che giocano i Paesi “che contano”, perché sanno bene che a questo mondo non c’è posto per tutti. Non se tutti desiderassero più di quello che è concesso loro ottenere. Non se tutti volessero la metà degli agi e dei privilegi ai quali una manciata di nazioni sono abituate. Immaginare questi bambini soli, privati dei più fondamentali diritti, dovrebbe aiutarci a comprendere che l’essere nati nella parte giusta del mondo non costituisce alcun merito. A che cosa può pensare un bambino mentre spacca le pietre? Che in quel momento avrebbe potuto essere a scuola? Che vorrebbe solo giocare? Che ha fame e sete? A qualsiasi cosa stesse pensando mentre spaccava la sua dose quotidiana di pietre, un giorno Ada venne travolta da un masso. Le sue gambe rimasero incastrate dal ginocchio in giù e, quando riuscirono a liberarla, l’unica medicazione che furono in grado di farle fu un vecchio straccio lurido annodato intorno ai polpacci. Fu per un vero miracolo che l’infezione non si portò via entrambi gli arti ma, in ogni caso, le sue gambe rimasero deturpate per sempre. Anche se zoppicando, poteva continuare a camminare perciò non le venne concesso di smettere di lavorare. Tutti gli altri bambini la vedevano mentre continuava a spaccare pietre mentre si fermava ogni tanto per massaggiare le gambe ed i piedi indolenziti. Mai una volta l’avevano sentita lamentarsi, proseguiva nel suo lavoro con grande dignità, nonostante il dolore. C’è qualcosa di grande nell’essere umano, che lo spinge ad andare oltre sé stesso quando sente di non aver più nulla da perdere. Penso ad Ada. La immagino nella mia mente. Penso a ciò che avrebbe avuto il diritto di essere: una bambina con vestiti puliti, ben nutrita, seduta al banco di una scuola e poi in mezzo ad un prato a giocare. Poi la vedo come dev’essere oggi: piena di ferite, di polvere, magra, senza sogni né prospettive. E su quest’ultima cosa, invece, sbaglio. Ho letto l’intervista che hanno fatto ad Ada. Lei sa che spaccare pietre sarà il suo destino ancora per un po’. Ma non per sempre. Perché un giorno sarà un’insegnante. Cara Ada, non so per quale mistero della vita io, che sono un’insegnante, sono seduta davanti ad un computer a scrivere della tua storia e tu, che  essere un’insegnante lo devi aver desiderato più di quanto abbia fatto io, ti trovi a spaccare pietre con le gambe massacrate. Ma voglio dirti che il tuo sacrificio non è inutile. Che i tuoi desideri mi aiutano a dare valore a ciò che sono, proprio perché attraverso di te riesco a comprendere quanto sia importante non dare ciò che abbiamo per scontato. Non so come potremmo cambiare questo mondo, per far sì che ognuno possa trovare il suo posto, realizzare ciò che è e realizzarlo conservando la sua umanità e la sua dignità. Ma ti assicuro che se, anche solo per un giorno, potessi prestarti la mia vita per vedere realizzato il tuo desiderio lo farei. Perché so bene che chi ha molto sofferto riesce ad amare ancora di più e che la voce del verbo amare ha molto a che fare con la voce del verbo insegnare. E tu, cara Ada, saresti la migliore maestra che i nostri figli potrebbero incontrare nel loro cammino.

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