Samantha si sdraia sul letto. Sono passati pochi giorni da quando è entrata in comunità. Non aveva mai avuto una stanza tutta per sé. Dove viveva prima la condivideva con le sue due sorelle. Non ci poteva mai rimanere da sola. Mai. Tranne quando entravano quegli uomini, quegli amici di mamma e di papà. Quando uscivano, le sembrava che la sua camera fosse sporca. Chiedeva a sua madre di cambiare le lenzuola e le coperte. Ogni tanto sua madre l’accontentava, ma non sempre. La prima volta che quegli uomini erano venuti li aveva visti parlare con i suoi genitori, aveva visto che avevano allungato loro qualche banconota e poi la mamma li aveva accompagnati nella sua camera. Uno di loro aveva in mano una piccola scatola, con dentro una bambola. Era tanto tempo che non ne vedeva una nuova. Anche se aveva sedici anni e tutti dicevano che era grande, le bambole le piacevano tanto. Ogni tanto, quando nessuno la vedeva, le tirava fuori da una vecchia scatola e cominciava a giocarci. Quella prima volta che gli uomini sono entrati in camera sua, la bambola era rimasta così, dentro la scatola, sul letto. Sua madre era entrata quando loro erano andati via, per aiutarla a lavarsi e a cambiare le lenzuola. Sua madre le aveva chiesto se si fosse comportata bene, che doveva comportarsi bene, perché quegli uomini erano molto amici della mamma e del papà e lei doveva comportarsi bene con loro. “Io volevo solo una bambola” le aveva risposto, con lo sguardo fisso nel vuoto. Quella bambola era rimasta dentro la scatola, non l’aveva mai aperta. Era rimasta dentro all’armadio, insieme alle lenzuola che non aveva mai più voluto nel suo letto. La camera nuova in comunità ha un buon profumo. Sa di bucato stirato, di vestititi puliti. Anche se non c’è niente di suo non importa. Nessuno viene più a bussare di notte, nessuno viene più a sporcarle le lenzuola, a lasciarle quell’odore terribile per giorni e giorni, finché sua madre non si decideva a cambiargliele. Non certo per pietà, ma perché i suoi pianti improvvisi divenivano così forti che la madre aveva paura che la sentissero i vicini. Una volta aveva provato a dirle che voleva non venissero più. Ma sua madre le aveva risposto che era egoista, che se avesse saputo quanto erano buoni quei signori, che li aiutavano a fare la spesa, a mandare a scuola le sue sorelle. Non lo sapeva, forse, che la scuola e il cibo costavano? Quello che le pesava di più era non poterlo dire con nessuno. Le avevano promesso che se non avesse detto niente le avrebbero comprato una bella carrozzina per quella bambola. E anche il gelato e le caramelle. Non lo avevano mai fatto. Per fortuna. Avrebbero fatto la stessa fine della bambola. Quando l’erano venuti a prendere quel giorno, a scuola, quella signora dagli occhi buoni e quegli uomini in divisa, aveva pensato che forse erano venuti a salvarla. Samantha affonda il viso nel cuscino. Pensa ancora a quella bambola. Vorrebbe averla con sé ora, per romperla, farla in mille pezzi, buttarla nel bidone, seppellirla. Avere la certezza che scompaia per sempre. La storia di Samantha è una delle più tristi che io abbia mai incontrato. Giovanissima, con una disabilità cognitiva, veniva regolarmente venduta dai suoi genitori che non sapevano che farsene di lei. Quando gli assistenti sociali ed i carabinieri la portarono in comunità, dissero candidamente che non avrebbe mai potuto trovare un lavoro e che almeno quegli uomini, i clienti che le procuravano, persone che in molti casi avevano oltre sessant’anni, le volevano bene, la trattavano bene, le facevano dei bei regali. Gli occhi di Samantha quando è arrivata in comunità non si possono descrivere. Vitrei, come quella bambola forse ancora sepolta in un armadio polveroso di una camera lurida di tutte le bassezze dell’essere umano. Quella vicenda portò a galla uno scandalo in una comune cittadina di provincia, che si sentiva lontana anni luce dallo sfruttamento sessuale, dall’abuso, dalla violenza. Lo sfruttamento sessuale non avviene solo all’estero. Avviene anche nelle nostre insospettabili case, con la compiacenza di chi, quei minori che avranno per sempre la vita segnata, li dovrebbe amare e proteggere. Samantha oggi è una giovane donna. Porta ancora dentro di sé i lividi di un inferno che nessuna camera, nessuna bambola, nessuna pura carezza ha potuto cancellare. Ma è salva. E’ libera. A volte pensa ancora a quella bambola. Chiede se esiste ancora, se qualcuno l’ha vista. Ti vediamo Samantha. Sappiamo che quella bambola che cerchi, ma della quale hai ancora tanta paura, sei tu.

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