Lunedi 22 Giugno, alle h 17.00, la docente del Master – Nadia Monacelli vi dà appuntamento nell’ aula virtuale della piattaforma moodle per il seminario dal titolo: Donne e madri vittime di violenza: il possibile paradosso dell’aiuto

Per chi fosse interessato è pregato di inviare una mail alla tutor Dott.ssa Alessandra Chiaromonte: alessandra.chiaromonte@unife.it entro le h 15.00  di Giovedi 18 Giugno.

Un partner violento è un buon padre? È necessario dimenticare di essere una vittima di abusi per essere una buona madre?

Diversi studi rivelano come gli sforzi intrapresi per sostenere le donne vittime di violenza sono soprattutto rivolti alla donna e molto meno alla madre, come se la questione della violenza potesse colpirle in quanto persone adulte, ma sostanzialmente preservarle nel loro ruolo di genitore, preservando allo stesso tempo i loro figli. Questa dicotomia nella considerazione dei bisogni della donna e della madre vittima di violenza rispecchia il perdurare, fino a tempi molto recenti, della sottovalutazione del coinvolgimento dei bambini, e delle sue conseguenze, negli episodi di violenza subiti dalle loro madri (Bachman & Coker, 1995; Edleson, Mbilinyi, Beeman, & Hagemeister, 2003; Mihalic & Elliott, 1997). In generale, la questione, se era considerata, era affrontata come un problema tra adulti, ritenendo che i figli, se non erano vittime dirette della violenza, non avessero consapevolezza di quanto stesse accadendo tra i loro genitori. Oggi, il riconoscimento delle gravi conseguenze che può comportare la cosiddetta violenza assistita ha indirizzato una parte degli interventi in direzione della tutela dei figli. Anche gli uomini abusanti, assenti da sempre nello scenario degli interventi in situazione di violenza familiare, hanno destato l’attenzione dei servizi. Gli interventi si sono così moltiplicati e frammentati, percorrendo quasi sempre traiettorie indipendenti e a volte contrapposte.

Lo scenario della violenza domestica necessita di un’attenzione specifica rivolta alla vittima, ma è  illusorio ritenere di potere  offrire a questa vittima una possibilità di salvezza alienandola dalle sue relazioni esistenziali più importanti: l’uomo che oggi la ferisce è l’uomo dal quale si è sentita amata, o con il quale, a suo tempo, ha fatto un patto reciproco di rispetto e protezione; è anche l’uomo che è diventato il padre dei suoi figli. Lei è madre ed ora sappiamo che, in molti casi, il rimanere nella relazione violenta è, seppure in modo paradossale, una “scelta” che le vittime interpretano come una strategia di protezione per i loro figli.

Gli interventi di sostegno e aiuto che non sono in grado di tenere conto di questa pluralità affettiva e relazionale rischiano di mettere la donna in una condizione di ulteriore difficoltà, costringendola ad una percezione di sé frammentata e ambivalente, oscillando dalla “povera vittima” alla “cattiva madre” (Fleckinger Andrea (2020).

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