Storie di inclusione: Roberta

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Poche settimane fa sono stata a casa tua. Mi sembrava di vederti, sai Roberta? Sembrava proprio che ad un certo punto tu dovessi apparire sulla tua sedia con la tua mano dalle dita lunghissime appoggiata sul tavolo, intenta a contare i centesimi, le monetine “del resto” che chiedevi a tutti di portarti. Mi sembrava di sentirti, con la tua vocina sottile capace di dire le parole più dolci, profonde e sincere che io abbia mai sentito. Eravamo giovanissime, avevamo diciassette anni, quando ci siamo conosciute, ti ricordi Roby? A Torrette di Fano, al campo scuola del Movimento Apostolico Ciechi. I tuoi occhi non vedevano più da tempo, ma camminavi e mi aiutavi ad affettare i pomodori da mettere nell’insalata. Preparavamo la colazione per tutti, a base di latte e biscotti, rigorosamente gli Abbracci del Mulino Bianco. Mi parlavi di te e di una vita che non avevo conosciuto: mai una volta ti ho sentito parlare della tua malattia, delle tue sofferenze, delle tua paure per il futuro che, nei tuoi racconti, celavi sempre dietro ad un “quando ancora ci vedevo”. Non ti sei mai lamentata e, nonostante tutto, sei sempre stata grata alla vita, anche quando ti presentava conti che avrebbero scoraggiato chiunque.

Io frequentavo ancora il liceo quando hai avuto un’ischemia che ti ha costretta a tanti mesi di ospedale e all’ennesima batosta: non avresti più camminato in autonomia. Nemmeno allora ti sei arresa. Hai continuato a partecipare alle nostre vacanze estive, accompagnata dalla tua mamma Gabriella che, come te, è diventata il nostro punto di riferimento e il nostro sostegno. Ti guardavo e osservavo con infinita ammirazione la tua capacità di cogliere ogni giorno il bello della vita: con te diventava speciale un bicchiere di latte con una brioche vuota, la tua colazione preferita, un ovetto di cioccolato, che poi la sorpresa non eri proprio capace di tenerla per te, più ti piaceva e più la regalavi agli altri, un regalo di compleanno, una canzone accompagnata dal pianoforte. Ti ricordi quando siamo andati in barca al Conero? Tu non riuscivi a salire la scaletta e al pensiero di non poter venire in barca con noi il tuo viso è subito diventato triste. Ma noi non ce la facevamo proprio a non vederti sorridere e così Vittorio ti ha caricato sulla spalla e, aiutato dai marinai, ti ha fatta salire, così  abbiamo potuto portarti con noi alla spiaggia delle Due Sorelle. Ricordo com’eri felice il giorno del mio matrimonio, perché ti avevo chiesto di portare le fedi all’altare. Lo raccontavi a tutti, anche che eri arrivata in chiesa scortata dalla polizia, perché il navigatore di tuo padre non funzionava e avevi chiesto a due poliziotti di aiutarvi a raggiungere la destinazione: probabilmente nemmeno loro avevano resistito al tuo labbrino incurvato dal dispiacere, al pensiero di arrivare in ritardo. Hai sempre dimostrato tanta forza e tanto attaccamento alla vita che pensavamo che ce l’avresti sempre fatta. Ci avevi abituato così. La vita ti presentava prove sempre più difficili, ma tu le superavi e continuavi a vivere col sorriso, grata di poter essere ancora vicina alle persone che amavi. Eravamo talmente abituati a vederti uscire dalle sofferenze più inaudite che non ci siamo accorti che, invece, non ce la facevi più. E il vuoto che hai lasciato non può essere descritto con nessuna parola. Erano tanti anni che non venivo a Mondolfo, nella tua casa. Quante volte me lo avevi chiesto Roberta, ma la vita è così: si pensa di avere sempre tanto tempo davanti e quando il tempo finisce ti rendi conto che a volte la vita è proprio una lunga catena di occasioni d’amore sprecate. Sono andata a trovare i tuoi genitori e insieme abbiamo ricordato un tempo che non esiste più, se non nella nostra memoria felice. Poi la tua mamma Gabriella ha tirato fuori un album di fotografie ingiallito dal tempo e mi ha raccontato una storia che non avevo mai ascoltato. Mi ha raccontato la tua storia, quella di te bambina, prima della malattia. E il tuo “quando ancora ci vedevo” finalmente è stato svelato. Eri nata sana Roby, una meravigliosa bambina sana con i ricci biondi. Ti piacevano le bambole, i cartoni animati, le canzoni nelle musicassette. Ti piacevano i vestiti, ti piaceva vederti bella e passavi ore e ore a guardarti allo specchio. “Sembrava che sapesse che non ci avrebbe visto più”, così mi ha detto la tua mamma, “perché fino alla malattia la cosa che le piaceva di più era guardarsi e vedersi bella”. Avevi nove anni quando, tornando a casa da scuola, dicesti ai tuoi genitori che non vedevi bene la lavagna. La prima visita l’hai fatta dall’oculista. Poi l’analisi del campo visivo. Poi la risonanza. E poi la biopsia che ha dato l’esito che nessuno avrebbe mai voluto ascoltare: avevi un tumore al nervo ottico. Quello è stato l’inizio della tua nuova vita. Il giorno della tua prima comunione avevi una fascia bianca che ti tratteneva i capelli, dalla quale spuntavano i due buchini sulla fronte che i dottori avevano dovuto fare per fare le analisi. Hai fatto commuovere tutti con la tua preghiera dei fedeli, perché la fede non ti è mai mancata e nemmeno la fiducia che avresti superato tutto. Poco dopo l’intervento hai smesso di vedere. Ed è stato l’inizio di quasi trent’anni di prove, cure e fatiche. Hai dovuto imparare tutto da capo: a scrivere e a leggere in Braille e ad affinare una capacità di udito che, per chi vede, non è affatto scontata. Ho sfogliato le tue fotografie e ne ho viste tante insieme ai tuoi compagni di scuola. “Roberta è stata molto fortunata” mi ha detto mamma Gabriella, “i suoi compagni l’hanno sempre affiancata e sostenuta”. Mi ha raccontato di come molti dei tuoi compagni di classe fossero diventati tuoi amici e di come a scuola, ma anche a casa, la loro compagnia non ti fosse mai mancata. Tu avevi questa capacità. Sapevi tenere unite le persone, la tua serenità contagiava tutti. Tu e i tuoi compagni di scuola siete diventati adulti insieme. Mamma Gabriella mi ha detto che nel frattempo molti si sono sposati e la tua casa era diventata il punto di ritrovo per scambiarsi le partecipazioni e le bomboniere. Negli anni in cui abbiamo frequentato la scuola noi non si parlava molto di disabilità. I pochi insegnanti di sostegno venivano dalle scuole speciali e di certo non si parlava di inclusione. La presenza di un alunno disabile in classe non sempre veniva colta come un’opportunità, piuttosto come un adempimento. Ma per te è stato diverso. Tu, cara Roby, sei stata una pioniera dell’inclusione che conosciamo oggi. Perché tu, con la tua semplicità, la tua dolcezza, il tuo amore per le piccole cose hai avuto la forza ed il coraggio di metterti ogni volta al centro della tua vita. Per quel che potevi, l’hai guidata ed hai dimostrato a chi ti stava vicino che possiamo portare la nostra vita ovunque, basta solo che lo vogliamo. La tua vita è stata un esempio, anche per i tuoi compagni di scuola che hanno accompagnato la tua crescita e ti hanno fatto sentire parte di un gruppo e di una comunità non per solidarietà o per altruismo, ma perché hanno colto attraverso di te l’estrema dignità che è conservata in qualsiasi condizione fisica e umana. E perché hanno capito che per poter diventare adulta tu avevi bisogno di loro, ma anche loro di te. Di tutto quello che sei stata, mia amata Roberta, oggi apparentemente resta solo una sedia a rotelle vuota, un sacchetto pieno di monetine ed una scatola dei braccialetti d’argento che ti piacevano tanto. Ma quegli oggetti possiedono ancora la tua anima, le parole che hai detto, gli abbracci che hai dato, i sorrisi che hai regalato vivono ancora oggi ed è attraverso le storie come la tua che il mondo può diventare migliore di quel che è. Le storie di inclusione vere, autentiche, sono storie d’amore profonde. E non perché sia giusto aiutare e supportare chi in un certo momento ci appare in una condizione di fragilità. Non esiste inclusione senza l’amore per l’altro, un amore assimilabile a quello che proviamo per noi stessi. Quante volte, in tanti modi diversi, ci siamo dette queste cose. E quante volte ci siamo dette che la parola inclusione associata alla parola amore, oggi, stride. Questo è un mondo in cui le parole dominanti sono preservarsi, tutelarsi, proteggersi, risparmiarsi. Ma con queste parole non si include. Si tollera, si concede, si tenta. E poi si fallisce. L’amore implica il confondersi, il mischiarsi, l’unirsi, l’andare oltre. L’amore chiede e prende tutto, ma non toglie niente. Mi hai sempre illusa di averti insegnato tante cose: le autonomie, le letture, le canzoni, i giochi. Ma quella che di noi due è stata capace di insegnare veramente sei stata tu. E continui a farlo ancora oggi, mentre brilli fra le nuvole di un cielo in cui vivo nella speranza di poterti un giorno riabbracciare per sempre.

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