Nel suo agire professionale, l’assistente sociale è spesso costretto a confrontarsi con l’incertezza. Incertezza sull’interpretazione di una situazione e di un bisogno, sulle conseguenze di una scelta o, in taluni casi, incertezza legata alla non immediata rispondenza del repertorio di risposte al bisogno che si presenta. L’incertezza, diversamente dal rischio, rimanda alla dimensione dell’incognito. Essa, inoltre, non coincide con il dilemma etico – al quale spesso pur si accompagna – elemento che il codice deontologico dell’assistente sociale riconosce “connaturato alla professione”[1], in quanto quest’ultimo è più strettamente riferito alla necessità di dover decidere di orientare gli interventi scegliendo tra due beni o tra due diritti o principi (ad esempio tutela vs. autodeterminazione; riservatezza vs. protezione).  L’incertezza può essere generata da vuoti informativi o interpretativi, o da richieste e sollecitazioni inaspettate, esigenze nuove, che non trovano corrispondenza con le risposte o con le procedure operative solitamente previste dal servizio. Le situazioni più frequenti legate all’incertezza che gli assistenti sociali incontrano riguardano: l’interpretazione delle reali necessità delle persone che si rivolgono al servizio (è davvero questo il suo bisogno?  Quanto richiesto esprime davvero la sua autodeterminazione ed è coerente con i suoi obiettivi?); incertezze su vincoli e possibilità legati alla posizione giuridica della persona o alle effettive competenze del servizio (Ha diritto? possiamo farlo?  Siamo effettivamente competenti? Possiamo farlo meglio di altri o in collaborazione con altri?); incertezza su come rispondere a bisogni emergenti, nuovi, non previsti; incertezza legata alla non conoscenza dell’altro (non conosco ancora abbastanza chi ho difronte e non posso ancora capire cosa davvero mi sta dicendo o vorrebbe dirmi);  incertezza data dalla necessità di individuare e sperimentare nuovi assetti organizzativi e nuove prassi a seguito di innovazioni legislative o riforme di settore (un esempio attuale: la riforma Cartabia).

Tuttavia, quanto sopra non esaurisce la portata del significato dell’incertezza, della quale preme ora evidenziare i risvolti positivi. In primis è utile ricordare che provare incertezza significa avere sentore della complessità. L’incertezza è un effetto inevitabile nel percorso di comprensione della complessità.  Complessità significa anche coesistenza di diversi punti di vista e diverse interpretazioni, tutte ugualmente valide anche se spesso contraddittorie e discordanti ma pur sempre concorrenti e complementari nella definizione dell’insieme. Se non si è disponibili ad accogliere l’incertezza, difficilmente si può accogliere la complessità. È, altresì, importante ricordare che anche le persone che si rivolgono al servizio sono costrette a confrontarsi, dal loro punto di vista, con i risvolti delle medesime incertezze – e non solo – sopra evidenziate (ho diritto? È il posto giusto? Sapranno aiutarmi? Sarò compreso? Cosa dovrò fare?  È giusto venire qui?). Anche condividere una dimensione di incertezza con chi si rivolge al servizio può essere a volte risorsa per la costruzione di una relazione positiva con la persona che si vuole aiutare. Insieme nell’incertezza, può essere comunque un punto di partenza per la costruzione di un progetto di aiuto condiviso.  Saper stare nell’incertezza significa concedersi (a sé operatore, alla persona utente, al servizio) quel tempo di sospensione che permette l’emersione del nuovo. Esattamente il contrario di ciò che avviene quando ci si rifugia nella routine, nel tecnicismo, nella risposta standardizzata che attinge ad un repertorio noto e cristallizzato arrivando in talune situazioni a ridefinire il target del bisogno pur di poter dare una qualsivoglia risposta anche se parziale. Non è possibile a questo punto non riferirsi al contributo di G. F. Lanzara[2], il quale rappresenta come una delle cose più in grado di generare dipendenza sia, infatti, la routine operativa, che crea la cosiddetta “dipendenza dal sentiero”, da un lato rassicurante, dall’altro potenzialmente limitante. L’autore, in occasione di un devastante terremoto, osserva il nascere di organizzazioni effimere di soccorso in grado di sperimentare e percorrere nuovi sentieri per l’azione, essendo i precedenti resi impraticabili dall’evento catastrofico: un gruppo di persone organizza tra le macerie un punto di distribuzione di caffè che diventa luogo di ritrovo e di relazione, motore di riorganizzazione per la comunità, riuscendo a costruire, a partire dalla routine conosciuta del caffè riportata nel nuovo contesto,  nuove routines di risposta ai bisogni emergenti. Lanzara riprende così il concetto di “capacità negativa” espresso dal poeta romantico John Keats[3], riportandolo nel contesto delle organizzazioni: “la capacità di <essere> nell’incertezza, di farsi avvolgere dal mistero, di rendersi vulnerabili al dubbio, restando impassibili di fronte all’ assenza o alla perdita di senso, senza volere a tutti i costi e rapidamente pervenire a fatti o a motivi certi.” L’invito, quindi, è di porsi come primo fine quello di esplorare, in relazione, la complessità dei problemi, senza la pretesa di risolverli necessariamente nell’immediato. Accettare il confronto con l’apparente perdita di senso, darsi il tempo di esplorare il bosco alla ricerca di un nuovo sentiero da sperimentare, apre alla possibilità di un apprendimento non solo dell’operatore ma dell’organizzazione con ricadute trasformative[4], uscendo dalla riproduzione circolare della realtà, uscendo dalle cornici interpretative conosciute e rassicuranti ma non in grado di accogliere le nuove sollecitazioni.

Nell’agire professionale dell’assistente sociale, l’incertezza – ancor più se condivisa – può quindi essere considerata anche risorsa, in quanto rimanda alla complessità e, se accettata, apre ad un potenziale generativo positivo.

Angela Roselli


[1]La professione si adopera per affrontare le ambiguità e i dilemmi connaturati al suo esercizio, anche attraverso pratiche riflessive e processi decisionali orientati a risultati etici.” (Codice deontologico dell’assistente sociale, preambolo).” I dilemmi etici sono connaturati all’esercizio della professione. L’assistente sociale li individua e li affronta evidenziando i valori ed i principi in contrasto. “(Codice deontologico dell’assistente sociale, art.14)

[2] G.F. Lanzara, Capacità negativa. Competenza progettuale e modelli d’ intervento nelle organizzazioni, Bologna, Il Mulino, 1993

[3] “Quando l’uomo è capace di stare nelle incertezze, nei Misteri, nei dubbi senza essere impaziente di pervenire a fatti e a ragioni” (John Keats 1817).

[4] Il riferimento è all’apprendimento trasformativo Double loop learning di Argyris e Schön.

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