E’ un giorno normale in una classe prima di scuola primaria. O meglio, un giorno normale da quando niente è più normale. Un normale giorno passato a disinfettarsi prima di toccare qualsiasi oggetto, un normale giorno di merenda consumata sul banco durante la ricreazione, un normale giorno di turni per il bagno, un giorno in cui è diventato normale portare la mascherina anche in statico, quando cioè si è fermi sul banco, perché la nuova ordinanza lo prevede e le ordinanze si rispettano. Un giorno in cui ogni nuova regola viene accettata con rassegnazione perché, come dicono i bambini, “sarebbe peggio se la scuola fosse chiusa”. Sono bravi. Accettano ogni nuova restrizione senza discutere, come se avessero già chiara la priorità. E’ difficile parlare loro di diritti in questo momento storico in cui tutto viene messo in discussione. Il 20 Novembre è comunque una giornata da celebrare, da condividere con i bambini. Per infondere loro consapevolezza, capacità di riflessione, accoglienza. Ma è molto difficile trovare le parole. E così va a finire che le parole le trovano proprio loro. La sagoma del loro corpo ricalcata davanti a loro diventa la base di un puzzle in cui incastrare dei pezzi che hanno il nome e l’immagine di un diritto. Un gioco simbolico per evocare che noi siamo i nostri diritti, che essi hanno un corpo, una concretezza. I diritti non sono fatti per i libri, ma per la vita, quella vera. E così cominciano a colorare, tagliare ed incollare. Ma intanto pensano, ragionano. E sviscerano quei diritti che oggi, a me che sono la loro maestra, sembrano così lontani. Hanno il diritto ad avere un nome. “Quello ce l’abbiamo maestra. Tutti abbiamo un nome. Il nome di mia sorella l’ho scelto io” dice orgogliosa Veronica. E’ vero, la sua sorellina Francesca è nata poche settimane fa. I suoi genitori la volevano chiamare Elisa, ma alla fine ha vinto lei. Lei che sosteneva che la sua sorellina tanto attesa dovesse avere il nome più bello di tutti. Hanno il diritto a studiare. “Adesso a scuola ci veniamo, quindi va bene” dice Diego. Non gli importa di portare la mascherina, di non poter uscire quando vuole, di non poter venire col banco vicino alla cattedra come invece vorrebbe tanto fare. L’importante è venire a scuola e cogliere i miei occhi  e quelli dei compagni mentre gli sorridiamo. Hanno il diritto ad una casa. “Abbiamo anche la casa. Però non possiamo invitare gli amici” dice Alessandra. Tra poco sarà il suo compleanno. Desiderava una bella festa. Quest’anno purtroppo dovrà rinunciarci. “Federico non può invitare tanti amici perché ha la casa piccola. Io invece ho la casa grande. Quando la mamma dice che si può invito tutti, anche Federico. Federico può fare il compleanno a casa mia”. Non ci avevo pensato. Basta solo aspettare. Prima o poi tutto questo finirà. Hanno il diritto ad essere accolti e protetti. Adam è appena arrivato. Non parla la nostra lingua. Eppure i bambini sono stati fin da subito capaci di farlo sentire parte del gruppo. E così lui ha trovato nella nostra classe una nuova casa. “Bisogna essere gentili con i bambini nuovi, come c’è scritto nel libro della gentilezza. Che bisogna prestare le cose e che si possono fare o un gioco tranquillo o uno rumoroso. Dice così, vero maestra?” dice sorridendo Sabrina. “Meglio uno tranquillo” risponde Chiara. Ecco il tasto dolente. Il gioco. Questi bambini avrebbero anche il diritto di giocare. Ma come? Niente palle, niente giochi di gruppo, niente carte, niente oggetti da scambiarsi. Da qualche giorno la nuova ordinanza ha sospeso anche l’attività sportiva a scuola nell’ora di educazione fisica. “Però non possiamo giocare tanto” afferma Philip. E adesso, cosa gli dico? Asia mi salva: “Non è vero, possiamo giocare all’acchiapparella”. Philip non è convinto: “Ma se non ci si può toccare?”. Purtroppo è vero. Ma Asia ha un’idea: “Guarda che basta giocare all’acchiapparella senza acchiapparsi”. Oggi la lezione sui diritti dell’infanzia l’hanno fatta loro.

Grazie bambini.

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