Qui i protagonisti siamo noi!

Schiava del suo destino

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Me la ricordo la prima notte in strada. Mi hanno lasciata in un parcheggio semi deserto e mi hanno detto di non essere troppo schizzinosa con i clienti, altrimenti mi avrebbero massacrata di botte. Sapevo bene che sarebbe stato così. L’avevano già fatto, quando mi hanno presa appena arrivata in Italia ed io ho cercato di scappare perché non avevo i soldi per pagare il mio debito. Sono spietati, non si preoccupano di quanto male ti fanno. Ma non ti picchiano in faccia. La faccia la lasciano stare, altrimenti gli uomini per strada non si fermano. E se non si fermano non guadagni una lira. E se non guadagni non gli puoi portare i soldi. E la storia non finisce mai. Ma non finisce mai comunque.

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Ragazza alla pari

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Ricordo come fosse ieri il giorno in cui ho bussato alla porta della Signora Yana. Avevo passato le settimane precedenti a cercare un lavoro senza riuscire nemmeno a rimediare un bicchiere d’acqua. Mi guardavano tutti dall’alto in basso, come se essere un’india di quindici anni in Perù fosse una sventura. I ricchi sono così, disprezzano tutto ciò che non possono comprendere e ciò con cui non riescono proprio ad identificarsi. La Signora Yana mi è sembrata diversa.

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Notte prima degli esami

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La notte prima degli esami sancisce il passaggio alla vita adulta. Trascorsa quella notte non si potrà dire di essere uguali a prima. Io me la ricordo la mia notte prima degli esami. Sono rimasta a lungo stesa sul letto matrimoniale di mia nonna Iris, che me lo aveva ceduto per l’occasione, indecisa se dormire o ricominciare a ripassare tutto. Quel letto in cui non si capiva più il confine tra i libri e le coperte, dal quale si intravedeva il cielo sopra il quartiere, è stato il mio compagno di una notte che non ho più dimenticato.

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Un giorno diventerò un’insegnante

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I sogni non costano nulla a chi se li può permettere. Ma agli spaccapietre possono costare cari persino i sogni. Vengono chiamati proprio così, spaccapietre, i bambini che in Benin, nell’Africa occidentale, passano oltre 12 ore al giorno a svolgere un lavoro assolutamente assimilabile a quello svolto dagli schiavi. Dodici ore di lavoro in Benin vengono retribuite nemmeno due euro, quanto basta a quei bambini per comprare un pugno di riso per sé e per la propria famiglia.

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L’elefante e la ballerina

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Nel 1997 mi iscrissi al liceo classico della mia città, una normalissima città del nord est, in cui però erano ancora marcate le differenze sociali e di genere. Oggi l’iscrizione al liceo viene considerata una scelta tutto sommato normale. Ma alla fine degli anni Novanta l’Università appariva ancora come un’opportunità riservata a chi aveva determinate capacità e possibilità economiche.

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Il prezzo di una stola

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Kesi afferra i lembi della stola con la quale si era avvolta i fianchi e l’addome. Tra poco non potrà più nascondere la pancia. Un senso di profonda angoscia e disperazione l’invade. Che cosa ne sarà di lei quando lo sapranno a scuola, quando lo impareranno i suoi genitori? Che cosa ne sarà del bambino? Non è semplice la vita per una ragazza di quattordici anni in Sierra Leone, soprattutto se la tua famiglia è poverissima e tu sei già considerata una giovane e bella donna. Gli uomini non fanno troppa distinzione tra bambine e donne. E, purtroppo, i genitori non fanno troppa distinzione tra i figli quando si tratta di tentare di fare sopravvivere la famiglia.

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Arrivederci amore ciao

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“Dario, amore mio,

forse ti farà sorridere che, fra i tanti mezzi tecnologici e rapidi che esistono oggi, io abbia scelto di scriverti questa lettera. E’ stata mia madre, sai, a darmi l’idea. Ha detto che era stanca di vedermi sempre triste e con il telefono in mano. E mi ha raccontato che quando papà è partito per fare il militare sono stati un anno senza vedersi e non c’erano i cellulari e nemmeno internet.

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Dieci anni schiava

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Mi chiamo Karim Hamida Ali. Ho diciannove anni e sono in carcere da quando ne avevo quattordici. Sto scontando una pena per un reato che non ho commesso. Ma questo non è importante se sei una ragazza povera e sola in Egitto. A dire la verità, secondo i giudici devo considerarmi fortunata perché al momento del mio arresto non si erano accorti che ero minorenne e mi avevano condannata a morte. Quando si sono resi conto del loro errore avevo già confessato e la mia pena è stata ridotta a dieci anni di carcere. Come si può confessare un reato che non si è commesso?

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Caro figlio mio

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Caro figlio mio,

ti sembrerà strano, ma avevo previsto che, ad un certo punto della mia vita, ti avrei scritto una lettera. Quello che non avevo immaginato è che l’avrei scritta nel momento in cui mi sembra di essere con meno prospettive, con meno possibilità da offrirti. Io e tuo padre abbiamo passato anni a sognare il tuo futuro, a chiederci cosa avresti scelto di studiare, come sarebbe stato il tuo esame di maturità, il tuo ingresso all’università. E’ bastato pochissimo ed oggi tutto questo ci sembra un sogno lontano.

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A scuola di speranza

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Il giorno che ho cominciato ad insegnare ho promesso che avrei accolto ciascun bambino così com’era. Che non l’avrei plasmato ad immagine e somiglianza di nessuno. Che l’avrei protetto dall’individualismo del mondo cercando di esaltare la sua unicità, rendendola preziosa per il bene comune.

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